Poi, dopo il Giro della Svizzera, ti arriva il Tour de France, e lo schermo della mente, se non quello della passione, si invade di spettacolari, multicolori Specialissime. Vengono da tutto il mondo, si vendono in tutto il mondo.
Succede questo, però, che per una volta ti chiedi - da uomo e Medico non giovane che va almeno ad agosto in bici - quali sono state le tue biciclette. Cosa è stata la “bicicletta”per te. E ti ricordi a stento una biciclettina rossa, con o senza rotelline, e con un mortificante doppia canna da donna, una “18” Bianchi da corsa, un ninnolo da fiaba, “la mia prima bicicletta” doc, una Legnano sport, manubrio diritto, con il cambio a tre velocità... Ed un lungo black-out fino alle due Ti-Raleigh da corsa, nel ’73 e nel’80, regalate amorevolmente da tua moglie. Ed all’ultima, una Boschetti, dono di un amico-paziente di Ischia, ad ogni estate garbatamente - e senza sfarzo - ammodernata.
Le mie biciclette, già. Anche da Medico, ho usato la bici soltanto come vacanza, come diporto, e non me ne accorgevo più di tanto. Non ho mai granchè dato spazio, chissà perché, alla bici come veicolo lavorativo.
Forse i contadini, dalla parti mie, con gli arnesi legati alla cannola. Prima che arrivassero al ciclomotore. O semmai, colpevolmente, e dentro di me mai passato ingiudicato, quello sgarbo volgare fatto con un mio amico, ad un semaforo di Cellole, 1971, buio pesto, quando lui sgommò via, senza rispettare il rosso, proprio di fronte ad un vigile in bici. Che ci fischiò disperatamente e così giustamente, da dedicargli un perdono retroattivo ancora.
Già, anche da Medico, la bici, in fondo peccaminosamente l’ho sempre catalogata e interpretata in un senso unico romantico come gaudio, ristoro, “pleasure”. Come quel “prendi la bici e vai...”, che sa di un mandare alla malora, almeno per lo spazio di una fuga, le rotture di un quotidiano troppo spesso insulso. E le mie bici restano parametri di una lettura che stavolta mi sembra di caratura modesta, rispetto ad un’altra bici.
Il Medico e la Bici è una storia molto più importante di quella che posso aver raccontato io, su questa e altre pagine, ancorata alle cadenze lievi di fantasia, sogno, invenzione, amore... Il Medico e la Bici, una tale naturale intimità, l’ho compresa, per buona sorte, prima che una sua lezione definitivamente mi potesse essere negata alla mente, l’altra sera, a Roccamonfina, nello studio di un antico medico condotto in pensione, il dottor Andrea M., una figura carismatica di quel paese di collina dell’Alto Casertano, immerso fra i castagni.
Lui, ottima salute, quasi novant’anni, che mi porge un opuscolo, un volantino pubblicitario: “Bicincanto nel Vulcano”, è il programma di una due giorni, dal trekking notturno alla Mtb in sterrato, ad un Circuito in Bici aperto a tutti, sul periplo del Vulcano. nel Parco Naturale “Roccamonfina-Foce del Garigliano”. Ed io un po’ distratto che gli chiedevo, senza averlo mai fatto in tanti anni di sodalizio clinico, da quanto tempo fosse appassionato di ciclismo. E la sua risposta fiera: «dottò, per me, medico, prima e dopo la Guerra, la bicicletta era la mia seconda gamba, altro che passione ! Con la bicicletta nera io andavo a prendere i parti, a curare le polmoniti, non c’erano mica le auto, allora. E la bicicletta era più veloce certe volte di un calesse, sulle vie di montagne, a Garofali, a Gallo, a Fontanafredda...».
Il Medico e la Bici, quella sì, Specialissima. Senza Giro e Tour, quella che resta in cantina... «No, non resta in cantina, dottò, io la uso ancora, sapete, per andare in farmacia, o a Messa... E sarò proprio io a dare il via a questo Circuito in Bici, intorno al Vulcano. E lo farò in sella alla mia vecchia bici da medico condotto». Il Medico e la Bici, una volta e molto di più, per quanto ha fatto per la vita, a Roccamonfina ed in mille altre parti del mondo, quella sì, davvero SPECIALISSIMA.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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