Caro Lance,
chissà se l’avrai vista anche tu, la luna, stasera, tu dopo l’arrivo sul Tourmalet, come l’ho vista io, sul mare della mia città.
Chissà se l’avrai vista anche tu, a tre giorni dalla fine del tuo ULTIMO Tour, e avrai sillabato ad alta voce davanti a lei e al suo specchio quella frase che avevi appena pronunciato il giorno prima, in una intervista alla presenza del presidente Sarkozy: «I wish I was younger...», «vorrei essere più giovane...».
Caro Lance, oggi che sei sul traguardo della avventura finale della tua vicenda agonistica, lo sguardo ai 39 anni di settembre così vicini, segno della Vergine, oggi che vai via con sobria dolcezza da questa edificante terza stagione della tua vita ciclistica e “umana”, ti siamo grati di tutto una volta ancora di più. Anche per quella frase, tua e nostra. Non sei tornato due anni fa da Maciste, no, sei tornato senza strafare da uomo vero prima che da atleta allenato, tanto meno forte di Contador, al Tour, lontano anche da Menchov e Di Luca, al Giro... Sei tornato, il braccialetto Livestrong da esaltare e una passione viva da carezzare ancora. E vai via, in una classifica generale che ti vedrà confinato al Tour 2010 dignitosamente stretto fra Moreau e Wiggins, ventesimo o giù di lì, ancor più come uno di noi, uno tra tanti.
«I wish I was younger...», «vorrei essere più giovane...» Quanta umanità, quanta emozione in questa frase che condividiamo, a cuore battente.
Lance, noi ti siamo stati - tu non lo sai, o forse lo hai intuito quel giorno di fine maggio al Giro 2009 in cui sul lungomare della mia città, Napoli, mi firmasti, guardandomi negli occhi, una copia del tuo Non solo ciclismo - vicini e complici; e tu lo sei stato per noi, all’ennesima potenza, nei lunghi anni di una malattia comune. E del tuo primo ritorno. La tua malattia iniziò, nel ’96, giusto quando iniziò la malattia di mia moglie, devi sapere. E la tua guarigione, o meglio quella “speranza di essere guarito”, propria di ogni paziente che abbia dovuto affrontare il cancro e che vincitore proprio non si sentirà mai, è stata parallela alla storia clinica appunto di mia moglie.
Sulle tue sette vittorie al Tour, clamorose, dal ’99 a seguire, come non ne esisteranno in sequenza eguali, io e lei, meglio, LEI ed io, costruimmo una certezza di riscatto fisico e umano. Grazie, Lance. Per aver acceso, con il tramite di una bici coniugata all’affetto, quella sensazione impagabile di ritorno alla luce. Dopo l’oscurità, dopo le gallerie buie. Grazie, Lance.
E grazie oggi, e una stretta di mano forte, per una amicizia non roboante da Far West, come sarebbe piaciuta all’Armstrong guascone del ’93, ma virile da Hemingway, come è tanto giusto oggi, per questa ultima frase, credimi: «I wish I was younger...», «vorrei essere più giovane...».
Già, come dicessi, gli occhi umidi, davanti alla luna sul Tourmalet o sul mare, la voce bassa, «non sono più un ragazzo», a quel cucciolo di donna che ti aspetta per abbracciarti. Gli occhi umidi. A corsa ormai finita.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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