Basta, mi voglio prendere un mese di ossigeno. Sospendo ogni riflessione, ogni discorso, ogni fatica su doping, Pro Tour, Uci, Giro d’Italia e compagnia cantante. Per una volta, almeno a dicembre, almeno a Natale, voglio dedicarmi a pensieri lievi e soavi, con il rimpianto di non poterlo fare sempre, tutti i mesi, perché in fondo così dovrebbe essere la normalità. Al macero i Misfatti, stavolta faccio il pieno di bicicletta.
Voglio rivolgermi a te direttamente, cara amica mia. Ti ho appena rimessa sul trespolo, in fondo al box di casa, per il meritato riposo. Ancora una volta, ti ripongo con un grande senso di colpa: ti meriteresti ogni cura e ogni confort, invece non sono ancora riuscito nemmeno a lavarti la catena con il gasolio. Mi vergogno, sono un farabutto: in questo nostro rapporto d’amore, chiedo soltanto e non do mai nulla. Tutto il contrario tuo, che dai senza chiedere mai nulla (oddio, il tuo carbonio m’è costato una cifra, però ho già dimenticato l’affronto).
Cara bicicletta mia, goditi questo periodo di ferie. Concediti il letargo di noi ciclisti dilettantissimi, che con l’arrivo del gelo devono fare i conti con la sinusite: più o meno, saranno i soliti due mesi di lontananza. A febbraio, giorno più giorno meno, ci si rimette in movimento. Te lo giuro: prima di allora ti porterò dal Cesare, il tuo meccanico di fiducia, per la revisione stagionale e un poco di sana manutenzione. Nell’attesa, lasciami il tempo di risarcirti almeno con un semplice grazie. Non è l’idillio che ti meriteresti, da parte mia e da parte di tutti quei fanatici praticanti che rendi felici in tutti gli angoli del pianeta. Non è un idillio leopardiano, ma è un sentimento semplice e sincero.
Ti dico grazie perché anche quest’anno mi hai regalato i momenti più belli. Come al solito, abbiamo vissuto insieme il trascorrere delle stagioni. La fine dell’inverno con la brina sul tuo telaio e sulla punta del mio naso, unico residuo lasciato fuori dallo scafandro che mi monto addosso a simili temperature. Ci siamo inoltrati tre le brume delle pianure, perché all’inizio bisogna girare al largo dalle salite, ancora troppo ripide e troppo gelide per il mio fisico cagionevole. Abbiamo fatto scappare passeri affamati dalla strada, abbiamo guardato i campi ancora ricoperti di neve, abbiamo visto piante scheletriche aspettare tempi migliori. Noi, ineffabili alle temperature e alla mia condizione disastrosa, ci siamo mossi con calma. Certi che col tempo, senza fretta, chilometro dopo chilometro, uscita dopo uscita, tutto si sarebbe rimesso a posto. Come sempre.
Poi abbiamo assistito alla meraviglia della primavera. Il primo sole tiepido, le prime gemme, il primo verde tenue e il primo azzurro pastello. La natura ha ripreso a respirare, noi con lei. Piano piano sono rinato anch’io. Chilometraggi più lunghi, prime salitelle, primi rientri senza scimmia sulle spalle. Come dicono i professionisti, buone sensazioni. E quando ci sono le sensazioni, stiamo tutti più tranquilli.
Èseguita l’estate. Abbiamo visto la natura esplodere, siamo andati a cercarla lassù in alto, dove è più pura e più vera, sopra i mille metri. Abbiamo ritrovato, immutabili dietro ai loro banconi, tutte le sciure dei bar di montagna, prontissime con il loro caffè che sa di un sapore unico e inimitabile. Anche quando è brodaglia. Il caffè al sapore di conquista (non della sciura: della montagna). Il caffè all’aroma di libertà. Cara bicicletta mia, al solo ripensarci mi scendono le lacrime: come potrò mai ringraziarti e risarcirti di tutto questo? E dire che ti ho concesso soltanto qualche goccia di vaselina, perché mi infastidiva pure il rumorino della catena asciutta. Sì, lo ammetto, sono un vero bastardo.
Infine è arrivato l’autunno. Abbiamo pedalato sui tappeti di foglie gialle, abbiamo zigzagato tra i primi cercatori di funghi, abbiamo innaffiato con la borraccia le signore a bordo strada coi mazzolini di ciclamini in mano (scherzoni da veri deficienti, ma libertà è anche liberare il deficiente che alberga nei nostri cuori). In questa fase le gambe giravano da sole, la fatica era sparita, e sembrava quasi che tu andassi per conto tuo, con moto autonomo e perpetuo. Ottanta, novanta, cento chilometri con salita annessa: senza esagerare, senza strafare, e al diavolo quei maniaci, bari, drogati delle gran fondo, che campano male inseguendo chissà quali patetiche performance. Noi abbiamo curato il mio benessere fisico, soprattutto il mio equilibrio mentale, gustando lungo le strade di estrema provincia, fuori dal mondo, fuori da tutto, un ritrovato senso di armonia
Cara bicicletta, adesso che tutto si è compiuto, ancora una volta, lasciati idealmente abbracciare con tutta la gratitudine umana di cui sono capace. A parte un paio di forature, non mi hai mai tradito. Neppure quest’anno, neppure stavolta. Fedelissima come un’amica sincera, mi hai assecondato nelle mie velleità, nei miei momenti neri e nelle mie euforie infantili. Mi hai fatto giocare, mi hai fatto divertire, mi hai fatto sentire meglio. Hai reso persino il sudore e le maledizioni della fatica un passatempo inimitabile. Vorrei spiegarlo a quelli del golf, ma temo parlino un’altra lingua. Loro, in questo preciso momento, magari stanno elevando elegie a una mazza: e già questo ti spiega una certa differenza poetica. Lasciati accarezzare sul manubrio, insostituibile compagna mia. Lo so, sono un compagno indegno: neppure stavolta ti ho passato lo sgrassatore. Però devi credermi: dopo tanti anni, ti amo ancora alla follia. Voglio dividere con te il resto dei miei giorni. Adesso riposa tranquilla, almeno fino a febbraio. Poi mi rifaccio vivo io. Vedrai che neppure stavolta mancherò all’appuntamento. Se ancora mi vorrai.
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