Vorrei fare i miei complimenti, che magari non saranno una gran cosa, ma sono sentiti, a Fabio Bordonali. Il team manager dell’ex Lpr se li merita per avere dignitosamente interrotto la fulgida tradizione del nostro ambiente, dove tutti mugugnano e parlano alle spalle, ma non si espongono mai in prima persona: lui, mosca bianca tra bacherozzi neri, ha deciso serenamente di esercitare un sacrosanto diritto, chiedendo i danni a chi ritiene lo abbia gravemente danneggiato. Tutti l’avranno saputo, comunque lo ribadisco: Bordonali trascina in tribunale Di Luca, il suo ex capitano, per il disastro provocato sulla squadra con la folle pratica dopante al Giro. Gli fa causa ancora prima di aspettare il verdetto sportivo.
Chiarisco subito: non è un discorso contro Di Luca. L’abruzzese, che mi stava pure simpatico, si è già fatto troppo male da solo: non mi sembra umano infierire. Però questo non mi può impedire di stare dalla parte dei Bordonali. Qualcuno magari ricorderà: il risarcimento danni è una mia vecchia fissa. Assieme alla radiazione. Ma siccome ho perso ogni speranza che si arrivi alla radiazione (dove vuoi andare, con questi dirigenti cuor di leone), ecco che la causa diventa un’ottima alternativa, nella lotta - vera - al doping. Lo dico perché ormai conosciamo i polli: al dopato fa ridere l’idea che nella peggiore delle ipotesi gli tocchi una squalifica di due anni. Se fa qualche nome, c’è pure lo sconto. E comunque, la prospettiva è quella di una vacanza. Come fare allora per intimorirlo davvero?
In assenza di un governo deciso, bisogna ricorrere ai sostitutivi. Lo sappiamo: al dopato fa ridere la squalifica, ma se lo tocchi sui soldi gli passa tutta l’allegria. Deve sapere, l’amico, che lui può rischiare nella penombra dei suoi covi chimici, ma che se lo pizzichiamo dovrà risponderne. Non con una patetica squalifica: pagando di tasca propria. Risarcendo, almeno in parte, i danni provocati dal disastro. Uso la parola disastro senza esagerare: il dopato fa più danni della grandine sia in una squadra piccola che in una grande. Nella grande finisce per gettare fango su marchi molto importanti, di livello internazionale, costruiti negli anni con molto lavoro (caso Liquigas-Beltran: difatti, brava anche la Liquigas a trascinare in tribunale lo spagnolo, benchè la richiesta di 500mila euro mi sembri troppo simbolica, benchè per la causa abbiano atteso la sentenza del processo sportivo). Sulla piccola, ancora peggio: è una tale fatica, per questi team, trovare gli sponsor e quadrare i conti, che un fatto del genere - tipo Di Luca all’Epo dopo il Giro - diventa veramente un cataclisma (difatti, Bordonali sta lottando per trovare nuovi finanziatori).
Devono capirla, i nostri simpatici truffatori. Il rischio costa. Chi sbaglia paga. Finora hanno fatto come i figli di papà che escono il sabato sera con la Porsche di babbo: la sfasciano allegramente, ripaga il vecchio. Ma cambiare si può. Bisogna inchiodarli al muro: ragazzo mio, magari devo chiudere la baracca e lasciare a casa trenta, quaranta, cinquanta padri di famiglia per colpa tua, vedi almeno di risarcire qualcosa. Di Luca è sfortunato: tra tanti che vanno via lisci, nella babbea rassegnazione dei loro team manager, lui è incappato in una persona diversa. Una che se l’è presa sul serio, che non ha la minima intenzione di prenderla con filosofia: uno che pretende l’assunzione di responsabilità. Devo dire che la causa avviata ha un duplice pregio: può portare a casa denaro, dimostra pubblicamente che la squadra è vittima, non regista del doping. Così, anche per sgombrare il campo da sinistri sospetti (leggi Festina o giù di lì).
Ovviamente le cause si avviano, ma poi bisogna anche vincerle. E qui nessuno può dire come finirà. Dico soltanto una cosa: voglio proprio vedere come fa un giudice a dire che Di Luca non ha danneggiato Bordonali. Fosse anche solo di un euro, il risarcimento introdurrebbe almeno un principio, peraltro comune nella vita civile: ciascuno è padrone dei suoi atti. Nel bene e nel male. Non esiste che io sfascio e i cocci sono suoi. Spero arrivi il giorno in cui la causa diventi prassi comune. Così che i dopati apprendano una incredibile novità: sono sempre liberi di distruggersi, non sono più liberi di distruggere.
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