Gatti & Misfatti
Mavadavia

di Cristiano Gatti


Per quel che vale, Val­verde ha conquistato il Pro Tour: è il sublime ti­tolo che Tuttobi­ciweb ha lanciato nell’orbita informatica un po’ di settimane fa. A seguire, la classifica finale della prestigiosa competizione. Commento personale: mai letto niente di più me­sto e di più triste. Neppure nelle pagine dei necrologi.

Mestizia a parte, devo di­re che la vittoria di Valverde è la più de­gna: il vincitore giusto per la classifica giusta. Un vincitore che per i noti motivi non avrebbe nemmeno dovuto correre, una classifica che per altrettanto noti motivi non avrebbe nem­meno do­vuto sopravvivere. Proprio un bel capolavoro, proprio un bel modo di chiudere. C’è però una consolazione in tutto, anche nella tristezza più totale: in questo caso, possiamo brindare alla certezza che la memorabile epopea del Pro Tour non proseguirà. Basta, si chiude qui. Requiescat in pace, nessuno la rimpiangerà.

Per dire quanto fosse ridicola la classifica che tu­muliamo, basta scorrerla. Secondo Cunego, terzo Kloden: senza offesa, nessuno dei due può serenamente dire di aver vissuto una stagione gloriosa. Ep­pure sono lì, subito dietro a Val­verde. Per trovare Con­tador, uno che non ha vinto niente, se non Gi­ro e Vuel­ta, bisogna scendere al tre­dicesimo po­sto. E Re­bel­lin? E Re­bel­lin, che nella peggiore delle ipotesi è secondo? Nella classifica Pro Tour, ventiquattresimo. Quan­to a Bettini, una bancarotta: per il Pro Tour è cinquantatreesimo. Posso dirlo? Mava­davia…

Mai più. Mai più un’altra bi­scherata del genere. Spero e prego che nessun’altra mente umana, per quanto ridotta e compressa, possa un giorno partorire un’idea come questa. In tutti questi anni, troppe ne abbiamo sentite e troppe ne ab­bia­mo dovute sopportare. Ad un certo punto, la creatività alcolica dei manager Uci ha persino deciso di retrocedere in serie B cose come il Giro, la Vuelta e alcune classiche monumento. E va be­ne che il tempo cancella tut­to, e va be­ne che alla fine hanno chiuso con tarallucci e vino, ma nessun individuo dotato di orgoglio e di me­mo­ria po­trà mai rimuovere la vastità di tanta idiozia.

L’unica cosa che davvero mi stupisce, adesso, è rendermi conto di come qualche volta la giustizia e il buonsenso possano trionfare sugli intrighi dei malvagi. Di solito non finisce così: di solito vincono quelli con la co­tenna e col pe­lo sullo stomaco. Com’è potuto accadere? Com’è che stavolta i bottegai e gli affaristi si sono fatti fregare? Cre­do che nessuno singolarmente possa assumersi il merito della rivincita. Credo che semplicemente qualcosa abbia fatto la co­stante, in­stancabile, persino noiosa opposizione di noi fuori dai giochi, gente abbastanza in­dignata di fronte all’immensità delle castronerie sfornate a getto continuo in sede Uci. Ma credo anche che il lavoro grosso l’abbia fatto la semplice logica delle cose, il semplice equilibrio e la semplice armonia del sistema ciclismo. Per quanto sinistrato e smarrito, questo si­stema ha istintivamente ri­gettato idee e regole contro natura, rifiutandosi di subire se­vizie e angherie, prima fra tutte quel­la di un calendario folle, improponibile, astruso, seconda fra tutte quella della chiusura blindata per una ca­sta ristretta di squadre elette.

Comunque sia andata, se Dio vuole è finita. Ad­dio Pro Tour, che il dia­volo se lo por­ti. È un evento da festeggiare. Certo, per fare festa completa, bisognerebbe che il diavolo si portasse anche tutte quelle belle teste capaci in questi anni di trasformare il ciclismo in una nuova Beirut. Pur­trop­po, non si può avere tutto. Pur­troppo, le belle teste restano ancora lì. Sal­da­mente ancorate ai propri posti. Dopo aver gestito così bene la distruzione, saranno loro a gestire anche la ricostruzione. Ecco, nel mo­men­to di letizia per le esequie del Pro Tour, è questo che un po’ mi mette il magone.
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