Editoriale
PANNI SPORCHI. In questo, almeno in questo siamo uguali ai tedeschi. Non sentiamoci tanto di meno o tanto di più. Torniamo da Stoccarda con la seconda maglia iridata consecutiva grazie a Paolo Bettini, che per una settimana è stato bersaglio facile un po’ di tutti. Prima del presidente Pat McQuaid, che bello bello se ne esce con la notizia del documento antidoping non firmato dal campione toscano (firmato per altro in toto, con una sola modifica: vedi alla voce stipendio da devolvere all’Uci). Poi le accuse di doping neanche tanto velate di Sinkewitz, tirate fuori dalla tivù di stato ZDF. Il corridore tedesco giura di non aver mai detto nulla, la tivù tedesca dice di avere le prove: Bettini querela la tivù di stato e anche l’assessore allo sport di Stoccarda che decide di ricorrere persino alla giustizia ordinaria pur di fermare il livornese: «Non è degno di disputare un mondiale» dice. Il tribunale neanche prende in considerazione la richiesta. Il giorno dopo il mondiale, con tutta calma, si viene a conoscenza che il tedesco Stefan Schumacher, medaglia di bronzo, presentava “valori ematici anomali” secondo un test effettuato martedì 25 settembre. A renderlo noto, con grande discrezione, la federciclismo tedesca (BDR) attraverso una nota nella quale si specifica che la vicenda non costituisce però un caso di doping. Tutto bene insomma: per Schumacher tanta prudenza e molto rispetto come è giusto che sia. Per gli altri finiti nel tritacarne mediatico, neanche le scuse. Neanche un po’ di imbarazzo. Anche da loro i panni sporchi si lavano in casa.

IDEE CHIARE. Sempre in materia di mondiale di Germania, quello stravinto dai nostri ragazzi a Stoccarda, non va dimenticata l’uscita degli organizzatori tedeschi che hanno bollato Eddy Merckx, Rudy Altig e il nostro Gianni Bugno come persone non gradite.
Ci limitiamo a ricordare che un anno fa, a Salisburgo, quando Stoccarda 2007 fu presentata alla stampa,
chiamarono Bugno come testimonial: quando si dice avere le idee chiare.

UN OPTIONAL. Di Luca a casa, o meglio, ai box, a distribuire borracce ai compagni (per una questione “etica”, per una questione di opportunità, Di Rocco avrebbe fatto meglio lasciarlo a casa, visto quello che bolliva in pentola), Valverde in corsa. Così ha deciso il Tas, al quale si è rivolta la Federazione spagnola, che ben si guarda dal valutare e approfondire l’imbarazzante questione «Puerto». L’Uci ne ha preso atto e a questo punto siamo curiosi di sapere cosa penserà di fare in futuro. Ma quelle che ci lasciano senza parole sono le squadre di Pro Tour, con i loro «codici etici» applicati solo quando ne hanno voglia, a seconda delle stagionalità e del traffico: si perché il loro rigore è alterno, come le targhe pari e dispari. Più di un anno fa chiedevano a gran voce l’esame del Dna ai corridori implicati. Basso vuole tornare a correre? Bene, fornisca il suo Dna, lo si confronti con le sacche di «Birillo» (domandina: a nessuno interessa sapere chi è l’Amigo de Birillo?) e se non ha nulla da temere la cosa è chiusa: dicevano all’unisono. Perché per Valverde tacciono? Perché continuano a correre con gli spagnoli e in Spagna? Perché si prestano a questo gioco ingiusto e terrificante? Se solo volessero mettere davvero spalle al muro Valverde, la sua squadra e l’intero movimento spagnolo, potrebbero tranquillamente farlo: basterebbe non correre più in Spagna o dove c’è Valverde, la sua squadra e tutti gli altri sospettati. Invece, niente di niente. E lo sapete perché? Perché per i team di ProTour la giustizia è come il «codice etico»: un optional.

DECLASSATI. «Una lucida follia», l’ha definita Angelo Zomegnan, direttore del Giro. Noi ci limitiamo a dire che è una boiata pazzesca, per dirla alla Fantozzi. L’Uci ha varato il nuovo calendario mondiale, con il declassamento del Giro d’Italia, della Sanremo, della Roubaix, della Liegi, così come il Lombardia e la Parigi-Tours. Il braccio di ferro tra grandi giri e l’Uci che aveva varato nel 2005 il ProTour al grido di «i migliori corridori nelle migliori corse» è fallito miseramente. L’Uci con questa decisione si è declassata da sola, le squadre di ProTour - che hanno sposato questo progetto per questioni economiche (l’Uci aveva promesso 2 milioni e mezzo di euro all’anno, proveniente dai diritti televisivi) e per avere la garanzia di correre le più importanti corse del mondo (in particolare il Tour) - si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Certezza di correre la Grande Boucle? Neanche per idea. Il Tour, come il Giro, la Vuelta e le corse monumento, è fuori dal ProTour, quindi chi lo vuole correre deve chiedere il permesso (leggi invito). Come per la questione Valverde, le squadre devono decidere cosa fare da grandi, devono loro malgrado prendere posizione: o con l’Uci o con i grandi organizzatori. Decidono di non decidere? Ci sarà chi deciderà per loro. Il ProTour è morto e i veri declassati non sono gli organizzatori o le loro corse, ma i team di ProTour. Loro, però, non se ne sono ancora accorti.
Pier Augusto Stagi
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