Editoriale
BASTA! Non se ne può più, il ciclismo non può più andare avanti così: sempre in equilibrio precario, sempre avvolto dal dubbio e dal sospetto, costantemente chiamato in causa da Procure e tribunali. È uno stillicidio per quanti come noi fanno questo mestiere, per quanti come voi hanno a cuore questo sport e lo seguono con passione e trasporto, alla ricerca di emozioni da condividere e mandare a memoria.
Non si può più andare avanti così, bisogna arrivare ad un punto e anche ad un a capo. C’è bisogno di chiarezza e questa va fatta una volta per tutte: ma per tutti. A costo di rinunce dolorose, a costo di fare piazza pulita.
Al momento di scrivere e al momento di andare in stampa con il numero di maggio, tra un 25 aprile e una festa del Lavoro, la situazione è questa: l’inchiesta su Ivan Basso, finito nella rete della famosa e famigerata «Operacion Puerto», è stata riaperta dalla Procura del Coni, passata recentemente dalle mani dell’avvocato Franco Cosenza a quelle di Ettore Torri, ex procuratore aggiunto della Procura di Roma. Cosenza, come ci si ricorderà, aveva chiesto l’archiviazione, nel settembre scorso. La Disciplinare della Federciclismo aveva confermato. Per il Coni, però, si trattava di una sentenza «sub judice»: «Se dovessero emergere nuovi fatti, vedremo». Secondo la Procura i fatti nuovi ci sono: un’agenda che riporta il calendario con i prelievi e le reimmissioni di sangue; pagamenti effettuati dal 2004 al 2006; analisi fatte a Madrid nel novembre 2005; sms inviati dopo il Giro dello scorso anno a Fuentes.
Quando leggerete queste poche righe, gli scenari saranno sicuramente mutati, forse radicalmente. Arriviamo dopo la banda, a festa finita. Sempre che di festa si tratti. Ma non è questo il punto. Il punto è di trovare una volta per tutte la forza di cambiare passo, il colpo di pedale. La situazione è delicata, intricata, dolorosa, ma necessaria. Siamo ad un punto di non ritorno, dove il ciclismo, Basso e chi con lui hanno il diritto di tornare ad essere considerati ciclisti senza macchia e senza inganno: se ne hanno la forza. C’è bisogno di chiarezza e credibilità, soprattutto di giustizia. Questo è il compito dell’Uci. Fare in modo che la giustizia non sia a due velocità, che non ci siano figli e figliastri, che al Giro, al Tour e alle corse più importanti del pianeta non partecipi un solo corridore sospettato, presente nel dossier della Guardia Civil e mai chiamato in causa da una Procura solo perché su di loro non si sono mai presi la briga di approfondire il caso. E lo stesso deve essere fatto con quei corridori che hanno l’avviso di garanzia in altre inchieste e stanno tranquillamente - forse nemmeno tanto tranquillamente - correndo con i loro team di Pro Tour. Questo perché fanno parte del circolino giusto, perché appartengono a team “amici”. In questo ciclismo in caduta libera, che punta verso il basso oltre a puntare l’indice solo su Basso e Ullrich, si deve andare a guardare quanti Eufemiano Fuentes ci sono in giro. E sappiamo che ce n’è più d’uno. Dobbiamo guardare quei corridori che ieri avevano il certificato dell’Uci e oggi non ce l’hanno più. L’Uci ha il dovere di rendere queste cose trasparenti, piantandola di trincerarsi dietro al paravento della “privacy”, che c’è solo a fasi alterne, quando lo si vuole. Come si sono adoperati per scoperchiare l’«affaire Puerto», perché altrettanto non hanno fatto per altre inchieste? Vi ricordate quella di Padova, condotta dalla pm Paola Camaran? Credete davvero che abbiano chiesto lumi, che abbiano mosso un solo dito per capire realmente quale fosse la posizione di Davide Rebellin e compagnia? Fino a quando questo non sarà possibile è lecito pensare che l’antidoping non è solo uno strumento per rendere questo sport più pulito e credibile, ma è principalmente uno strumento per fare politica ed esercitare potere.
I corridori, mai come oggi, hanno l’occasione per far sentire la loro voce. Ma staranno zitti, vedrete, come sempre. Compatti e raggruppati nel loro insanabile individualismo. E lo sapete perché? Perché nessuno può dire di essere diverso dall’altro: questa è la triste realtà.

RECORD. Non siamo alla caccia alle streghe: qui c’è la strega con tutta la scopa. Floyd Landis, positivo al testosterone al Tour de France 2006, non sarebbe stato trovato una sola volta ma più volte.
Secondo il quotidiano francese L’Equipe, ulteriori analisi effettuate su sette campioni del ciclista statunitense, sfilato come trionfatore sui Campi Elisi lo scorso mese di luglio prima di essere trovato positivo al controllo della diciassettesima tappa, «evidenzierebbero in diverse circostanze tracce di testosterone sintetico», nonostante inizialmente fossero state catalogate come negative. Se l'indiscrezione de L’Equipe venisse confermata, si tratterebbe di un brutto colpo per Landis, atteso per il prossimo 14 maggio dinanzi alla Usada, l’agenzia antidoping statunitense, che potrebbe comminargli due anni di sospensione.
Landis, scrive L’Equipe, «dovrà adesso rivedere il più rapidamente possibile la propria strategia di difesa», che al momento verte su un banale vizio di forma: il campione A e quello B sarebbero stati analizzati dalla stessa equipe medica e non da due diversi staff come chiede il regolamento. Per la serie hanno sbagliato la procedura, ma la positività dei campioni resta. Le nuove analisi, che sono state effettuate presso il laboratorio di Chatenay Malabry tramite una tecnica chiamata Irms (Isotope Ratio Mass Spectrometre) e che hanno consentito di distinguere tra testosterone naturale, ovvero quello prodotto dall’organismo, e il testosterone sintetico assunto in maniera esogena, conforterebbero infatti le accuse di doping mosse contro il corridore americano da Usada e Uci.
Sette i Tour consecutivamente vinti da Lance Armstrong: un record. Sette le positività riscontrate a Floyd Landis, il quale continua a professare la propria innocenza. Anche questo è un record: quello della faccia tosta.
Pier Augusto Stagi
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