Gatti & Misfatti
Andare oltre

di Cristiano Gatti

Senti chi parla, senti da che pulpito, parla proprio lui. Statisticamente, sono questi i commenti che ho sentito con maggiore frequenza nell’attuale stagione di mestizia ciclistica. Già molto prima del ginecologo Fuente, ma soprattutto dopo, i cervelli del movimento si sono esibiti più in una guerra civile che in una guerra di civiltà. Ogni volta che qualcuno, magari anche in modo approssimativo e sgangherato, prova a inventarsi o a proporre qualcosa, gli altri non sprecano tempo e fatica per vedere se per caso non si tratti di buone idee. No, quello non interessa a nessuno. Scattano subito le torte in faccia, le ripicche personali, i rancorini piccini, i conti da saldare, le gelosie di paese. Così, inutile stupirsi del risultato: passano i mesi, ma il ciclismo non si muove di un centimetro dalla fetida palude in cui s’è cacciato.

Per spiegarmi meglio, ricorro all’esempio estremo. Lo sottolineo di nuovo: è un esempio, uno dei tanti, e soltanto il più ardito. Riguarda Bjarne Riis. Non faccio alcuna fatica a confessare che le sue mosse nell’affare Basso mi sono sembrate sgradevoli, per non dire vergognose. Via, non puoi cadere dal pero. Via, non puoi subito mettere tra te e il tuo campione chilometri di indifferenza. È mancato poco che all’epoca del Tour uscisse con la tipica frase di stampo siculo, “Basso chi?”. Però c’è un però: se adesso, a distanza di mesi, lo stesso Riis annuncia l’investimento di un miliardo (in lire) per fare ottocento controlli improvvisi nella sua squadra, dobbiamo avere la serenità di dire che quest’ultima resta comunque una buona cosa. Magari se l’è inventata per ritinteggiarsi l’immagine, magari gliel’hanno imposta gli sponsor: non importa, è comunque un segnale. Un passo avanti. Un mattone della nuova casa. Chiamiamola come diavolo ci pare, ma per piacere incassiamola e archiviamola così. Punto. Invece no, i commenti dell’ambiente ancora riecheggiano. Sì, adesso fa il candido, ma dov’era prima? Sì, parla lui, senti da che pulpito. E via sfasciando, e via distruggendo. Però voglio dirlo, diffidando chiunque dal considerarmi un tifoso di Riis: a me questa mossa piace soprattutto per la premessa che lo stesso Riis ha anteposto presentandola: “Abbiamo sbagliato molto in passato, bisogna voltare pagina…”. Ecco, siamo al punto. Ancora qualche riga per spiegare.

Per quanto simpatico o antipatico possa essere un Riis, questa premessa mi pare l’unico punto fermo da cui il ciclismo possa ripartire. S’è sbagliato molto, tutti o quasi tutti, l’importante adesso è voltare pagina. È il momento di non chiedere più a nessuno da dove venga: bisogna soltanto chiedergli dove vuole andare. Questa è la fisolofia, spicciola e pragmatica, che va adottata. Io me ne sono convinto a fatica, perché francamente non mi esalta vedere tanti simpatici team manager dal passato equivoco, come minimo omertoso, adesso in prima fila nel partito della “Tolleranza zero”. Eppure, a fatica, mi sono imposto lo sforzo. Se continuiamo a guardare il passato, a rinfacciarci gli scheletri nell’armadio, non se ne esce più. Già non è certo che se ne esca, figuriamoci se ogni volta ci tiriamo secchiate di fango in faccia. Hanno praticamente smesso di farlo persino in politica, dove ormai quasi più nessuno rinfaccia Salò a Fini e i gulag a Fassino: qualcuno mi può spiegare perché dovremmo continuare noi?

Ovviamente la domanda è retorica, la spiegazione è chiara e nota: noi continuiamo perché l’ambiente è popolato da meschini e invidiosi, da grandi teorici del “mors tua - vita mea”, di questa brava gente che non vede oltre il proprio naso, la propria bottega, i propri affarucci. Sono gli stessi che non capiscono mai, quando nasce un campione capace di sollevare gli ascolti e la popolarità, come questa esplosione vada a vantaggio di tutti. Non ce la fanno proprio: preferiscono subito dedicarsi all’attività prediletta, la calunnia, il discredito, il sospetto. E si placano beati soltanto quando il lavoro di devastazione è ultimato, con il campione nella polvere e il ciclismo nella palta. Vogliamo fare un bell’applauso, a questi lungimiranti affaristi da sottobosco?

In ogni caso, la scelta è libera. Solo un avvertimento. Mi sono messo ad osservare con attenzione quanto ciclismo compaia su televisioni e giornali (non sportivi) in questo periodo. A parte il ritorno di Basso - anch’esso subito debitamente commentato a colpi di facce storte -, segnalo soltanto le carte bollate di Landis, il processo Cofidis, il no della Guardia Civil ai processi sportivi, Ullrich che può fare la fine di Pantani, la guerra tra grandi Giri e Pro Tour. Chiedo ai filosofi del “senti chi parla”: quanto può durare uno sport di cui si parla solo così?
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