Gatti & Misfatti

Il Galibier del Bulba

di Cristiano Gatti

Credo di detenere un simpatico record: sono l’unico inviato italiano al Tour mai invitato in postazione Rai quando il mi­crofono era gestito da Auro Bul­barelli. Non che la cosa mi abbia traumatizzato: mi ha sempre evitato un fastidio e una perdita di tempo. E peraltro mi è bastato salire lassù il giorno di Pantani, di Ullrich e del Galibier, invitato dal leg­gendario Adriano De Zan, accanto a Davide Cassani. Il Bulba mi ha sempre apertamente disprezzato, senza fare mai niente per nascondermelo, e di questo lo ringrazierò a vita, perché l’ipocrisia mi ferisce molto più di un mancato invito, proprio mi dà l’orticaria. Più che altro, non gli si può perdonare di fare uso privato, per regolare i conti personali, della televisione pubblica, cioè di tutti noi. La cosa mi disturba in quanto doppiamente interessato alla faccenda, come telespettatore italiano e come “azionista” dell’azienda, avendo sempre pagato il canone, anche quando non era trattenuto in bolletta. D’al­tra parte, il Bulba ha solo adottato metodi e atteggiamenti che vanno per la maggiore là dentro, dove tutti usano sempre la cosa pubblica come fosse cosa propria.

Già sento il mormorio: che ci frega delle vo­stre faccende personali. Giusto, concordo, chiedo scusa. Ma la premessa l’ho sentita doverosa perché nessuno pensi che le prossime righe siano dettate da amichettismo o interessi sottobanco. Scu­san­domi di nuovo, vengo al dunque: mi dichiaro felice, strafelice, del clamoroso ri­scat­to olimpico di Auro Bul­ba­relli. Lui, lapidato impietosamente (tipico, all’italiana: si lanciano le pietre solo a chi è in disgrazia), lapidato impietosamente e defenestrato a po­che ore dalla telecronaca inaugurale dei Giochi per una mezza, innocua, insignificante anticipazione, poi ripescato e riabilitato due settimane dopo (tu pensa quanto valgono le questioni di principio in quel verminaio) causa Petrecca, che non sto a ripetere perché è la questione più risaputa dell’anno. Tranquillo e sereno, il Bulba è tornato al suo posto e ha commentato la ce­rimonia di chiusura come sa. Devo dire che il clamore delle approvazioni è persino esagerato: gente tipo Aldo Grasso, dall’alto del suo magistero, gli ha fatto una mezza beatificazione in vita, ovviamente coinvolgendo Fabio Geno­ve­si, questo suo collega e amico del “Corriere”, che durante la cerimonia di apertura era vicino anche a Petrecca, ma in quel caso non coinvolto nella fucilazione (professor Grasso, faccia il piacere: se il metodo è parlar sempre bene degli ami­ci e sempre male dei ne­mi­ci, non è critica, è ...). E co­munque: trovo esagerati i com­plimenti perché il Bulba ha semplicemente fatto il Bulba.

Intendo dire: Bulba conosce il suo mestiere. Si è costruito negli anni, partendo dalla moto, salendo poi sul palco, mettendo assieme una lunga serie di Giri, di Tour, di classiche, cioè frequentando marciapiede e pa­lestra della cronaca televisiva. Non credo proprio che per le cerimonie dei Giochi abbia perso mesi e mesi di notti in­sonni studiando il da farsi: il Bulba non è nato coi Giochi, il Bulba era già fatto prima. Sicuramente ha dovuto studiare, ma il giusto, come sempre, colmando le lacune e i vuoti che tutti abbiamo, ma senza inventarsi niente di pa­ranormale. Giro il discorso: resto convinto che nemmeno se avesse studiato come un secchione il genialoide Pe­trec­ca sarebbe andato tanto me­glio. Petrecca era e Petrecca si è confermato, cioè forte solo della sua presunzione e del suo potere, ma vuoto di tutto il resto, che sbrigativamente chiamerei “i fondamentali”.

Per cui: bravo Bulba. Ha trovato il suo Ga­libier. Ma nessuna sorpresa. Piuttosto, è l’ennesima conferma di quanto sia fertile e feconda la cantera del ciclismo, sport di strada e di vita, di costume e di cultura, che obbliga - letteralmente obbliga - i narratori a crescere giorno dopo giorno, al­largando il campo visivo, aprendo il cervello, alzando il livello. È la storia a dirlo: chi ha seguito e narrato il ciclismo, in campo giornalistico si ritrova sempre una piccola o grande marcia in più. Non lo dico per spirito corporativo, men che meno per me stesso, perché io vengo da un’altra cantera. Ma è facile riconoscere chi ha battuto le strade della bicicletta. È così che poi i Bulba stupiscono tutti alle cerimonie dei Giochi: basta essere Bulba e il confronto con i Petrecca diventa crudele. Lascio al Bulba il suo trionfo meritato. Mi preme solo aggiungere e mettergli a fianco una rivincita evidente - anche se sottesa, sommersa, tra le righe - del ciclismo intero. Stare ore e ore al microfono durante tappe insignificanti, come minimo costringe ad allargare il vocabolario. A inventarsi qualcosa. Magari, dopo 30 Giri d’Italia, persino Petrecca non sarebbe più un Petrecca. 

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