Pogacar: «La Sanremo mi sfugge e per questo mi intriga»

di Pier Augusto Stagi

Ha perso, ma non ha smarrito la voglia di riprovarci, di da­re battaglia, di ritornare alla carica, come Tadej Po­gacar è solito fare. Per al­cuni os­servatori è stato fin troppo esigente lo sloveno, ha chiesto troppo al suo essere campione, dimostrando di non aver capito la lezione, perché la Sanremo non è una corsa come le altre. Troppo lunga ma veloce, troppo poco selettiva e pedalabile per mettere tutti KO fin dalla Cipressa. Francamente anch’io penso che Tadej si sia fatto nuovamente prendere la mano. Molto probabilmente pensava che sulla Cipressa sarebbe rimasto da solo, invece quei due - Van der Poel e Ganna - gli hanno tenuto botta, fino all’ultimo. Con il senno di poi è chiaro che avrebbe dovuto gestire meglio le sue energie, i suoi watt, le sue cartucce. 
Come dice un vecchio adagio del ciclismo, ciò che spendi prima non ce l’hai dopo. Tadej ha speso tanto, parecchio, troppo. Soprattutto sul Poggio, quando avrebbe dovuto fare esattamente come l’olandese volante: un attacco e via. In quel caso non è andato, ma ha fatto male. Tadej ha patito, si è visto che è tornato sotto con poca fluidità, a fatica. Anche se la fatica vera, titanica, quella l’ha assaporata solo Pippo Ganna, che ha vinto a mani basse il premio alla re­sistenza.
Tadej, perso per perso, avrebbe potuto correre di rimessa, lasciando il peso dell’azione a Van der Poel. Invece si è spolmonato per tenere vivo l’attacco e alla fine è arrivato, anche lui che è un prodigio della natura, morto. 
«Ho la sensazione che la Sanremo pos­sa diventare la mia maledizione. Pro­ba­bilmente mi consumerò provando a vincerla. Ci sono andato vicino eppure la sento così lontana...», aveva detto qualche mese fa in un podcast, e questa sensazione che sa tanto di maledizione sembra aver preso corpo. 
Quinto assalto, quinta sconfitta. Nu­meri che fanno parlare e dicono che anche l’imbattibile è battibile. 
«Come tutti - mi dice -. Anche per Merckx sono più quelle che ha perso di quelle che ha vinto e io non faccio differenza».
Non ce l’ha fatta. Neppure stavolta. Do­po un 12°, un 5°, un 4° e un 3° po­sto è arrivato un altro podio, un “bronzo” che non gli scalda il cuore, perché lui è abituato a ben altro, ma conferma che quando parte, sul podio ci arriva sempre. 
«Devo e dobbiamo essere soddisfatti del terzo posto, ma una cosa è certa: torneremo tra un anno per provare a fare qualcosa di più e di meglio - ha promesso il 26enne sloveno della UAE Emirates XRG -. Quest’anno abbiamo fatto tutto il possibile, non solo io. Non pos­so che essere orgoglioso di come ab­biamo interpretato la corsa e di co­me l’abbiamo affrontata. Sembra un risultato che si va a sovrapporre a quello di un anno fa, ma non è così. Quest’anno abbiamo fatto me­glio, dimostrando molta più aggressività e più voglia sulla Cipressa. Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa di eccezionale, ma in Via Roma ho trovato due ragazzi che sono stati molto bravi e più veloci di me».
In casa UAE-XRG c’è poco da dire, alla luce anche della prestazione monstre dell’ecuadoriano Jhonatan Nar­vaez. 
«È stato davvero perfetto, mi ha spalancato la porta verso quello che io ritenevo fosse il paradiso, ma di più non ho potuto fare. Ho dato il meglio di me stesso. Ho provato ad andare via da solo sulla Cipressa, questo era il nostro piano - ha continuato Tadej -, ma i nostri desideri non sono stati supportati dai fatti, da una situazione che era comunque complicata, perché la San­remo è una corsa apertissima. Cosa dovrò fare? Ci dobbiamo confrontare, ragionare, su quello che è stato fatto e su quello che è forse bene fare. È probabile che per una corsa del genere dovrò fare più massa muscolare, per essere più esplosivo, più di quanto non lo sia già adesso».
Sulla volata nessuna recriminazione, an­che se lasciare a uno come Van der Poel tutti quei metri è stato come spalancargli la porta. 
«La volata è cominciata più o meno allo stesso momento per tutti e tre, attorno ai 300 metri. Ma Mathieu è stato pazzesco e ha vinto con merito. No, non odio la Sanremo, ma è anche vero che per vincerla è ne­cessario che tutto giri tutto per il verso giusto».
Negli ultimi 13 Monumenti che ha portato a termine Pogi non è mai andato sotto al quinto posto, cosa che la dice lunga su quanto sia competitivo.
«Chiaro che con un percorso un pochino più esigente le cose sarebbero cambiate, ma bastava che il vento fosse contrario e che la pioggia annunciata arrivasse in piena corsa anche nel finale e non dopo le 21. Certo che non mi dispiacerebbe nemmeno avere un Pog­gio di 5 km al 10% di media, oppure fare nel finale un circuito che preveda due passaggi sul Poggio, ma la corsa è così ed è bella e stuzzicante proprio perché è così. È una corsa in cui è difficile per me fare la differenza e mi intriga l’idea di trovare un modo o una so­luzione per riuscire a vincerla». 
Pogacar il mattatore che è stato matato, cha ha mostrato i segni della stanchezza, come non mai. 
«Me l’hanno detto subito dopo la corsa che avevo il vol­to segnato dalla fatica, ma come dis­si allora lo ripeto, quando corro non ho uno specchio e non mi sono visto. Di­ciamo che sentivo che stavo davvero dando il massimo, non mi sono per nulla risparmiato. Forse mi è mancato un picco, è probabile che abbia espresso qualche watt in meno, ma non mi posso rimproverare di nul­la: ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità fare».
Forse anche di più. 

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