Ha vinto più di Eddy Merckx. Se le vittorie del Cannibale arrivano a 525, le sue toccano quota 700, e chi si affida più alle leggende che alle statistiche giura che sarebbero addirittura mille. D’accordo, nessun Giro d’Italia e nessun Tour de France, nessuna Milano-Sanremo e nessuna Parigi-Roubaix, nessuna Liegi-Bastogne-Liegi e nessun Mondiale, però forse non c’è corsa amatoriale che sfugga al suo libro dei record, non c’è coppa che manchi nella sua camera delle meraviglie.
Aveva un nome da campione, Vasco, come Bergamaschi “il cinese” vincitore del Giro nel 1935, e un cognome da gregario, Spennacchi, degno anche di un personaggio di Altan, e la combinazione anagrafica di campione e gregario lo avranno ispirato, se non aiutato a pedalare più forte dei concorrenti. Era il fenomeno della Val d’Orcia, era l’asso dell’Amiata, era il fuoriclasse del Senese, era “un Uomo chiamato bicicletta”, come lo aveva celebrato Fabio Pellegrini sul “Corriere di Siena”. Del 1936, di San Filippo, di padre operaio e madre casalinga, di genetica a due ruote e due pedali, cominciò a correre a 15 anni e non avrebbe più smesso.
“Vasco Spennacchi – storia di un campione” (a cura della Ciclistica Etruria Arredamenti di San Quirico d’Orcia, 64 pagine nessuna indicazione di prezzo) è l’affettuoso omaggio che Varis Agnelli, Giordano Cioli e Fabio Pellegrini hanno fatto – nove anni dopo la sua morte, a 81 anni - a questo personaggio che mai arrivò al professionismo, ma che altrove spopolava, amato e temuto, indicato e ammirato, atteso e rispettato, e si possono immaginare i sospiri di sollievo quando gli avversari non lo vedevano alla partenza. Lui che cominciò su una Legnano acquistata ad Abbadia San Salvatore, con una maglia dell’A.S. Amiata e una vittoria guadagnata a Cellena da allievo. Lui che ebbe il lusso di allenarsi con Primo Volpi e Diego Ronchini. Lui che si testava sulla salita di Radicofani e su quella a Scaldasole detta “dei Combattenti”. Lui che, da amatore e master, ogni anno faceva 20mila chilometri, partecipava a 30-40 corse e ne vinceva una decina.
Quella volta che, in un circuito che partiva da Grosseto e passava per l’Uccellina sotto la pioggia, un gregge di pecore riempì la strada di escrementi, lui andò da solo in fuga, vinse per distacco, poi agli avversari disse: “Vedete come sono pulito, non potevo mica stare a sporcarmi come voi”. Quella volta che, corsa verso Firenze, fuga a due con un campioncino in maglia bianca, più che una giovane promessa, “lui andava forte e io non sapevo come metterlo in difficoltà”, “notai che mi guardava con la coda dell’occhio e cercava di avvicinare la mano alla borraccia”, “aveva bisogno di bere”, “ogni volta che avvicinava la mano alla borraccia io scattavo a tutta”, finché “vicinissimo al traguardo, ebbe un calo improvviso”, “gola secca e in fiamme”. Quella volta che, coinvolto in una ecatombe generale, gli fu amputato un dito, ma la settimana dopo era già in bici. Quella volta che, operato al cuore, appena tornato a casa salì in bici e cominciò a pedalare in corridoio. E tutte quelle volte che smontava dal turno nelle miniere dell’Amiata, tornava a casa, la moglie lo aspettava con un piatto pronto in mano, lui mangiava al volo ed era già in bici ad allenarsi. E tutte quelle volte che entrava in una vasca di acqua calda termale, recuperava e rinasceva. Lui che si presentava all’Eroica, quella di Gaiole, “eroico” per definizione ed eccellenza, non avrebbe avuto bisogno di sfoggiare bici e abbigliamento d’epoca, e neanche di iscriversi.
Che bella faccia, quella di Vasco Spennacchi da vecchio. E’ sulla quarta di copertina. Rughe profonde da strada, pelle rossa da sole, ciglia bianche da calendario, sguardo lontano da esperienze, casco a strisce, maglia di lana della Brooklin di Empoli, che era la squadra di Venturelli e Trapè, e tubolare a tracolla. Pronto, via.
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