di Carlo Malvestio
È arrivato il momento di raccogliere, di mettersi in proprio, di mostrare al mondo le proprie qualità. Di Juan Ayuso come potenziale vincitore di un Grande Giro se ne parla già da diverso tempo, precisamente dal 2021, quando in maglia Colpack Ballan - su gentile concessione della UAE Team Emirates, che di fatto era già la sua squadra - vinse, anzi stravinse, Trofeo Piva, Giro del Belvedere e Giro Next Gen al primo anno nella categoria. La formazione emiratina, dopo 5 mesi di apprendistato tra gli Under 23, lo lanciò subito nella mischia del professionismo e da quel momento il mondo del ciclismo è in trepida attesa di vedere questo valenciano classe 2002 spiccare il volo verso il gotha dello sport.
L’impressione è che finora ci abbia fornito solo qualche assaggio di quello che il suo bagaglio tecnico gli potrebbe permettere di fare, ma è anche abbastanza normale sia così, visto che corre in una squadra che di campioni ne conta a decine. Per guadagnarsi spazio bisogna essere al top e nei suoi tre anni e mezzo da professionista Ayuso lo è stato solo a tratti. Sia chiaro, parliamo di un ragazzo che a 22 anni ha già 12 vittorie da professionista e che, a 20, è salito sul podio finale della Vuelta a España. Basta questo per capire di quali potenzialità stiamo parlando.
In questo 2025, però, qualcosa sembra essere cambiato: Ayuso, che pure è sempre sembrato un ragazzo estremamente maturo per la sua età e super professionale, è partito più convinto, più cattivo, desideroso di ritagliarsi il suo spazio all’interno di un team che non fa sconti a nessuno. E pensare che lo scorso anno sembrava che il suo rapporto con la UAE fosse quasi giunto al capolinea, dopo quel discusso Tour de France in cui di malavoglia, almeno apparentemente, si era messo a disposizione di capitan Tadej Pogacar. Qualche esitazione di troppo quando c’era da andare a tirare per lo sloveno e poi il ritiro anzitempo per malattia avevano fatto storcere il naso a molti, probabilmente anche alla UAE Team Emirates, che poi non lo ha schierato alla Vuelta a España dove lui avrebbe invece desiderato esserci. Voci di rescissioni contrattuali, malumori e litigi sono state prontamente rispedite al mittente dal suo “padrino” Joxean Matxin che, anzi, lo ha caricato di maggiori responsabilità per questo nuovo anno.
Ayuso ha risposto presente, visto che all’esordio stagionale, alla Faun-Ardèche Classic, solo l’aver sbagliato strada ad una rotonda all’ultimo chilometro gli ha impedito di poter lottare per la vittoria. Così il giorno seguente si è riscattato con gli interessi, vincendo la Faun Drome Classic dopo un assolo di 40 km. E dopo altri 3 giorni si è ripetuto al Trofeo Laigueglia, stavolta vincendo una volata ristretta a quattro corridori e interrompendo una piccola maledizione che lo legava alla corsa ligure, visto che aveva chiuso 2° nel 2022 e 3° nel 2024.
La prima, vera, prova del 9, però, è arrivata alla Tirreno Adriatico, ed è stata superata a pieni voti. Mancava, forse, l’avversario di grido - e con grido intendiamo Jonas Vingegaard, Remco Evenepoel e Primož Roglic - ma di grandi atleti ce n’erano tanti e lui se li è messi tutti alle spalle con una discreta facilità. Una settimana interpretata da padrone, fin dalla cronometro inaugurale di Lido di Camaiore, chiusa al secondo posto alle spalle di un Filippo Ganna in stato di grazia, che ha provato anche a fare il colpaccio fino all’ultimo. La classifica generale si è decisa il penultimo giorno, nella tappa con arrivo in salita ad Ussita, e lì Ayuso è stato chirurgico nello spremere la squadra al momento giusto per piazzare poi lo scatto decisivo a 3 chilometri dalla vetta.
Palmares alla mano, la Corsa dei Due Mari è finora la vittoria più prestigiosa della sua carriera, insieme al Giro dei Paesi Baschi conquistato lo scorso anno, che però è passato alle cronache per altri motivi.
«Il successo della Tirreno Adriatico, se lo devo paragonare con quello al Giro dei Paesi Baschi 2024, è diverso, perché so che l’anno scorso vinsi dopo che erano caduti Vingegaard, Evenepoel e Roglic - ha ammesso il giovane spagnolo -. Stavolta dovevo dimostrare di essere pronto e l’ho fatto. In vista del Giro d’Italia, posso considerarlo un ottimo segnale. Mi piace avvertire la pressione, non tanto perché me la mette la squadra ma perché sono io in primis ad esigere molto. Voglio essere la miglior versione possibile di me stesso. Tutte le opportunità che una squadra come questa ti mette a disposizione devi sfruttarle, perché ci sono tanti corridori fortissimi e pronti a vincere se non lo fai tu».
Al Giro d’Italia, infatti, salvo clamorosi ripensamenti di un corridore sloveno, sarà il capitano della UAE Team Emirates-XRG. Sulla carta, le gerarchie lo vedono sopra ad Adam Yates, delfino di Pogacar negli ultimi anni al Tour, che sarà probabilmente il suo ultimo uomo nelle tre settimane di Corsa Rosa. Tifosi, addetti ai lavori e bookmakers lo indicano già tra i favoritissimi per il successo finale, probabilmente solo dietro a quel Primož Roglic che alla Volta a Catalunya lo ha sorpreso e battuto nella frazione decisiva dopo una settimana di sfide testa a testa: una lezione che lo spagnolo imparerà in fretta e metterà a frutto sulle strade del Giro. Per Ayuso è una sensazione nuova, visto che lo scorso anno ha corso il Tour da gregario (e solo per metà), e negli anni precedenti era stato capitano alla Vuelta a España (3° nel 2022 e 4° nel 2023 dominato dalla Jumbo-Visma), con la consapevolezza che qualsiasi cosa fosse arrivata, per lui neoprofessionista, sarebbe stata accolta in modo positivo.
Stavolta non sarà così, perché a maggio tutti si aspettano il grande salto di qualità: «L’anno scorso è stato diverso, perché il mio primo grande obiettivo era il Tour, dove però non avevo ambizioni personali, visto che dovevo correre per un compagno - ha detto ancora Ayuso -. Non ero abituato ad impostare la stagione così, ed è per questo che sono molto contento di tornare a sentire la pressione di chi deve dimostrare qualcosa. In ottica Giro, dopo il Catalogna, non correrò più: farò tre settimane di altura a Sierra Nevada per arrivare fresco al via dall’Albania. Per me è stato fondamentale disputare la Tirreno da capitano e aver colto l’occasione. Sto facendo tutto il possibile per essere al top, mi alleno più duramente che posso e faccio attenzione a qualsiasi cosa mangio. L’ultimo inverno è stato quello in cui ho lavorato di più e nel ciclismo la fatica che fai viene poi ripagata».
I paragoni e le aspettative fanno parte della carriera di Ayuso: in patria lo accostano a Miguel Indurain e Alberto Contador, in squadra ha l’ingombrante ombra di Tadej Pogacar.
«Da una parte fa piacere essere paragonato ai migliori del mondo, dall’altro, però, ognuno ha la sua carriera. Al momento sono tutti corridori che hanno vinto e dimostrato più di me, quindi preferisco non compararmi con nessuno, vincerò le gare che dovrò vincere e perderò le gare che dovrò perdere. Tadej è meglio averlo come compagno di squadra, posso vedere da vicino ciò che fa e cercare di copiarlo. Ma non è semplice, lui fa sembrare tutto più facile di quello che sia in realtà».
Da lui nessuno si aspetta un Giro come quello di Pogacar dello scorso anno, ma un Giro da podio, almeno, quello sì. È giunto il momento che Ayuso si crei il suo retaggio.