Reverberi: «VF Group Bardiani CSF Faizané, stagione da 8 e la sfida continua»

di Carlo Malvestio

9 vittorie, 34 podi e 106 piazzamenti in top 10: il 2024 della VF Group-Bardiani CSF-Faizané è stato solido, solidissimo, anche perché in mezzo agli ottimi numeri c’è la scoperta di una giovane stella che, si spera, possa presto dare respiro a un ciclismo italiano che in salita continua ad arrancare. Il lancio tra i grandi di Giulio Pellizzari, ha riportato la fa­miglia Reverberi indietro di qualche an­no, quando i Sonny Colbrelli, i Sacha Modolo e i Giulio Ciccone, solo per citarne alcuni, si facevano le ossa tra le Professional prima di spiccare il volo verso il WorldTour. Adesso non è più così e le squadre con budget limitati devono sgomitare per farsi un po’ di spazio tra i giganti, sfruttando idee ed esperienza. I numeri ci dicono che la VF Group-Bardiani CSF-Faizané lo sta facendo bene, come ci spiega il general manager Roberto Reverberi.
Roberto, finalmente un po’ di stacco.
«Macché stacco, ancor prima che finisse la stagione eravamo già partiti a or­ganizzare la prossima, perché a dicembre siamo in ritiro. Siamo già a tutta in vista del 2025 e per fortuna che non abbiamo problemi con gli sponsor, coi quali abbiamo tutti contratti pluriennali, così ci siamo portati già avanti su abbigliamento eccetera, altrimenti avremmo dovuto far ancor di più le cor­se. Avrò una settimana di vacanza solo intorno a Natale». 
Un bilancio a caldo di questo 2024?
«È stato un anno da 8. Si sa, abbiamo una squadra di giovani senza fuoriclasse, la nostra forza è il collettivo e quest’anno lo abbiamo dimostrato. Siamo riusciti a fare un grande Gi­ro d’Italia, con Pellizzari ma non solo, e per noi metterci in mostra lì è oro colato. E pensare che non siamo nemmeno riusciti a schierare la squadra più forte, perché Filippo Magli e Samuele Zoc­carato, che normalmente avrebbero dovuto esserci, non sono arrivati pronti per svariati mo­tivi e abbiamo dovuto chiamare altri ragazzi. In ogni caso ci siamo distinti anche in tante altre corse, ma­gari limitandoci ad un piazzamento nei 10, ma essere sempre lì davanti, anche in gare importanti con una corposa presenza di formazioni WorldTour, è stato estremamente soddisfacente».
Quindi a inizio anno avresti firmato per una stagione così?
«Assolutamente sì. Credo che anche i nostri sponsor siano contenti, abbiamo dato loro una grande visibilità. Una menzione particolare la faccio per De Rosa: i ragazzi sono rimasti contentissimi dei materiali e l’azienda è stata davvero incredibile nel supporto che ci ha dato per tutto l’anno».
Il momento più bello?
«Direi il secondo posto di Pellizzari dietro a Po­gacar sul Monte Pa­na e an­cor di più la sua galoppata sul Monte Grappa il penultimo giorno di Giro. Che giornata! E poi tutte le vittorie, perché vincere, qualsiasi sia la gara, è ormai difficilissimo». 
E l’incredibile doppietta To­nel­li-Tarozzi alla Volta Valenciana?
«Anche quella, è vero, quasi la dimenticavo. In una corsa di quel livello, un arrivo in parata di due ragazzi di squadre Professional è qualcosa di molto raro. Quella mattina guardando la start list, essendo la prima tappa, ci siamo detti “è difficile che qualche squadra si prenda la briga di controllare la corsa fin dal primo giorno”. Ne abbiamo messi in fuga addirittura due e dietro, infatti, sono rimasti a guardare. Con una vittoria del genere, a febbraio, campi di rendita per un paio di mesi (ride, ndr). È come quando fai bene al Giro, poi è tutto in discesa per una squadra come la nostra…».
Da chi ti saresti aspettato di più?
«Ho qualcosa da rimproverare a Fi­lippo Fiorelli. È vero, ha fatto un grande Giro vincendo la classifica dell’In­ter­­giro e indossando la Maglia Ci­cla­mino qualche giorno, però gli dico continuamente che a inizio stagione deve arrivare più pronto, e invece è sempre lì ad inseguire. Uno come lui potrebbe fare bene anche alla Milano-Sanremo e in quelle classiche da uomini veloci re­sistenti in salita. Al Giro ha dimostrato il suo valore e, avendo cominciato tardi col ciclismo, penso sia tutt’altro che spremuto. Può dare di più». 
Tolto Pellizzari, sul quale torniamo do­po, chi invece ti ha stupito in positivo?
«Quella testa matta di Manuele Ta­rozzi che si è portato a casa due vittorie in corse ProSeries, che fanno molto comodo. Lo abbiamo indirizzato spesso sulle corse asiatiche perché lì secondo me c’è un modo di correre che lo esalta e infatti i risultati ci sono stati. È uno che fatica a stare in gruppo, a limare, e in Asia può dare libero sfogo alla sua voglia di attaccare. E poi Filippo Ma­gli. Purtroppo per alcuni problemi personali non è riuscito ad arrivare pronto al Giro ed è rimasto a casa, ma poi è cresciuto tanto e ha fatto un ottimo finale di stagione. È un ra­gazzo con delle qualità, è venuto fuori tardi a conferma del fatto che ognuno ha i suoi tempi, non tutti son già pronti a 18 an­ni. Vanno aspettati, e per questo ribadisco che il nostro progetto giovani è valido, perché diamo il tempo a tutti di dimostrare le proprie qualità, facendoli prima correre con gli U23, lasciando tempo e spazio perché prendano il di­ploma, e poi, pian piano, lanciandoli tra i professionisti. Or­mai son tutti ra­gazzi svegli, che sanno già co­me funziona il mondo, ma ciò non to­glie che vadano ben ge­stiti».
Come si batte la concorrenza delle squadre sviluppo delle WorldTour?
«Non è facile. Ho sentito che quest’anno la Red Bull ha fatto 700 test ad atleti juniores e noi, che piaccia o non piaccia, dobbiamo adeguarci ed essere abbastanza svegli da trovare i più talentuosi. A volte ci si azzecca, altre volte no, ma è necessario farlo. Rispetto ai Devo Team del­le squadre WorldTour, noi abbiamo il vantaggio di offrire un vero e proprio contratto da professionista, quindi le condizioni economiche sono migliori, hai uno stipendio da lavoratore. E poi diamo più tempo al corridore, mentre nelle Devo se non sei veramente forte il salto nel WorldTour non lo fai e ti tocca tornare in Italia. Resto convinto che farsi qualche anno in squadre co­me la nostra o la Polti Kometa, dimostrare quel che si vale, attaccando e fa­cendo risultato, prima di andare nel WorldTour, sia il percorso ideale. Un po’ come ha fatto Cic­cone, che poi è andato in Trek con un bel contratto e un bel ruolo».
Con Pellizzari vi siete trovati a lottare coi migliori con una certa costanza. Quan­to è stato bello?
«Eh sì, era proprio dai tempi di Cic­cone che non avevamo uno dei no­stri ai piani così alti. Peccato per i crampi a Il Lombardia, altrimenti Giulio entrava tranquillamente nei primi 10 (ha chiuso 14°, ndr). Spero che ora in Red Bull non lo facciano tirare troppo, è uno spi­rito libero, uno che sbaglia ma che poi impara».
Quali sono i suoi limiti?
«Ha tanti margini di miglioramento. Fi­­sicamente non è ancora del tutto formato, muscolarmente può crescere ancora molto. Nel giro di 2-3 anni capiremo dove può arrivare ma, secondo me, è l’unico corridore italiano con le potenzialità per puntare a una Top 5 in un Grande Giro».
E ora state cercando un nuovo Pellizzari?
«Sì, ma non è facile trovarlo. C’è da dire che potrebbe anche venire fuori all’improvviso, perché Pellizzari, per dire, da juniores non aveva fatto faville. Aveva buoni valori, sì, ma era difficile im­maginarsi un exploit del genere. Quindi aspettiamo, lavoriamo, e vediamo se qualcuno di forte viene fuori».
Chi sono i nuovi arrivi del progetto giovani?
«Nel 2025 avremo 6 corridori provenienti dalla categoria juniores. Due sono colombiani, in Italia già da un po’, Santiago Herreño e Edward Cruz, poi c’è il biker Mattia Stenico, Filippo Cettolin, Santiago Ferraro e Andrea Montagner. Correranno le internazionali U23 e alcune corse a tappe di se­condo livello». 
E nella vecchia guardia cosa cambia?
«La squadra sarà ancora più giovane, perché vanno via Tonelli, Lucca, Gab­buro e Zoccarato, mentre hanno rinnovato Magli, Fiorelli e Colnaghi. Se­con­do me, comunque, saremo ancora competitivi, soprattutto coi corridori che ormai hanno un paio d’anni con gli U23 e cominceranno a farsi vedere nelle corse professionistiche». 
Il 2025 è l’ultimo anno del triennio utile al ranking. Sarà una caccia ai punti?
«Non so cosa aspettarmi, è un sistema che per me ha poco senso. Ci sono squadre che partecipano a tutte le corse di diritto e altre che invece devono sperare negli inviti degli organizzatori. È come fare un campionato in cui una squadra gioca 50 partite e l’altra 30».
Cosa cambieresti?
«Personalmente mi piaceva una proposta che sta girando ultimamente, ovvero quella di fare due classifiche distinte per squadre WorldTour e Professio­nal. Le prime fanno punti solo nelle gare WorldTour, mentre le seconde dovrebbero venire invitate di diritto a tutte le gare ProSeries, che sono 80-90 giorni di corsa, facendo una classifica su quelle gare. La vedo comunque di difficile realizzazione, perché gli organizzatori delle ProSeries difficilmente acceterebbero di invitare 18 squadre Pro­fessional a scapito di alcune World­Tour, però vediamo come si evolve la cosa. Per fortuna la Lega ha messo nero su bianco che le Profes­sional italiane devono essere al via delle corse tricolori non organizzate da RCS, altrimenti non avremmo veramente certezze su nulla».
Però siete ancora lì, pronti per la 44esima stagione in gruppo.
«Eccome! E non vediamo l’ora di ricominciare».

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