Gatti & Misfatti

NO SINNER, NON FUNZIONA COSI'

di Cristiano Gatti

Comunque si evolva, o non si evolva, della scabrosa faccenda Sinner qualc­osa resta per sempre. Qualcosa che non dovremmo di­menticare tanto in fretta, qualcosa su cui riflettere e me­ditare a lungo. Soprattutto, dopo tutte quello che abbiamo visto negli ultimi trent’anni, dovremmo quanto meno stupirci per come si è sviluppata l’intera storia. Dal mio punto di vi­sta, un assurdo totale.

Ma certo, Jannik, noi dovremmo anche ap­plaudire. Uno viene pizzicato con la sostanza vietata, si mette in modalità silenzioso come cellulare in chiesa, lascia passare settimane e settimane, salta le Olimpiadi - e sottolineo Olimpiadi - dicendo che ha una terribile tonsillite, poi ritorna in campo e vince un torneo in America, e soltanto a questo punto salta fuori bello come un cielo di stelle dicendo pfiuuuuuuuu, che paura, sono stato sotto inchiesta per doping, però dai, è tutto a posto, mi han­no assolto, tutto è bene quel che finisce bene e chiudiamola qui, in questi cinque minuti di chiacchiera.

No caro Yannik, non funziona così. Almeno, nel mondo normale che co­nosciamo noi. In questo mon­do, il doping ha seminato talmente tanti rifiuti tossici, ha falcidiato talmente tante persone, ha diffuso talmente tanto scetticismo, che pensare di presentarsi nel 2024, a certi livelli, con quattro parole e un sorriso non è proprio pensabile. E non è nemmeno accettabile. In atri sport, ne cito uno a caso, il ci­clismo, per molto meno si scatenano guerre mondiali, fioccano accuse e dicerie, comunque la questione non si liquida con due parole e via andare, felici e contenti, la vicenda è chiusa e non ne parliamo più.

Nel tuo mondo, caro Jan­nik, grande Jannik, è tutta una riverenza e una soggezione, il doping è fastidioso come moscerino nell’occhio, disturba le narrazioni belle ed edificanti, va cacciato via nel modo più veloce e più sbrigativo, ma quale do­ping, un campione del genere, figuriamoci, queste regole sono ridicole. Peccato che queste stesse regole facciano più danni della grandine, nel mondo normale. Non guardino in faccia a nessuno, aprano discussioni e processi, spesso rovinino reputazioni e bella fama. E tu, amico Jannik, davvero pensi di starne fuori senza neanche una noia?

Lo sappiamo bene, lo sappiamo tutti, un campione non ha bisogno di una pomatina per vincere. Ma questo è il regolamento, e questo vale per tutti. E se anche c’è la possibilità di dimostrare buonafede, comunque il caso va aperto, discusso, approfondito. Altro che stupide seccature. E così tocca anche a Sinner, a tutti i semidei come lui. È toccato a Ben Johnson, ad Arm­strong, a Pantani, senza entrare nel merito delle singole questioni, comunque ogni volta terremoto e fungo atomico. E tu, candido Jannik, davvero pretendevi di uscirne con quattro parole rivelate quasi per caso, a cose fatte, dopo mesi di silenzio e insabbiamenti? Via, vediamo di scendere dal pero. Come minimo, entriamo nel frullatore e vediamo di salvare il salvabile. Però attenzione: colpevoli o innocenti, per la verità più per gli innocenti che per i colpevoli, alla fine qualcosa resta sempre, qualcosa di cu­po e di pesante, qualcosa di odioso come può essere il facilone e il superficiale, qualcosa che ormai abbiamo imparato a portarci sempre dietro, qualcosa che chiamiamo sospetto. Quel­lo resta, quello non va più via. Meglio che lo sappia anche tu, caro Jannik, anche se hai cercato di gestirla come una partitina a scopa.

Piuttosto, questo caso più di altri conferma in me, e spero non soltanto in me, una convinzione maturata in tutti questi anni di storie torbide e di intrighi tossici. Questa: il doping, cioè la lotta al doping, non può essere lasciata in mano alle singole federazioni. Dev’essere affidata a un giudice terzo, fuori dall’ambiente. Nel caso Sinner, ri­cordo il sublime atteggiamento del presidente Federtennis Bi­naghi: più forsennato di un principe del foro nel difendere a prescindere il suo cocco. Nella mia religione, una federazione dovrebbe essere la prima a vo­lere chiarezza, per tutelare la propria reputazione, ma più ancora la lealtà e la correttezza del proprio ambiente. Non dico che debba subito mettere al muro il primo sospettato, ma c'è una bella via di mezzo. In­vece il Binaghi non ha perso un secondo per presentarsi al mon­do con parole di fuoco, del tipo “la gente parla a vanvera, i cretini ci sono sempre, ovunque”, della serie giù le mani dal fenomeno, che è la nostra fortuna, e cretini tutti quelli che vogliono sapere com’è andata davvero. Sembrava più ferito e incavolato lui di Sinner e della sua famiglia. Bell’esempio di uomo dell’istituzione. No, per favore no, non speriamo più che a fare pulizia siano le federazioni: so­lo un ingenuo da ricovero può pensare che a tenere in ordine il pollaio sia la faina.

Lunga vita a Sinner. Però nessuna illusione. An­che se ci ha provato, an­che se pensava di aprirla e chiuderla con un battito di ciglia, il suo carrierone si porterà sempre dietro questa macchia, questa pagina scura, questa nube opaca. Ma non tanto per il caso in sé, questo giallo della pomatina: molto di più, per come ha pensato di gestirlo. Se lui ha recitato il candore, non può pensare che là fuori il mondo sia popolato solo di anime belle, pronte a bersela. Funziona come direbbe Craxi: a furbetto, furbetto e mezzo.

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