Cassani: il ciclismo, il sogno, il Tour

di Giulia De Maio

La Grand Départ del Tour de France dall’Italia è ormai storia. La 111a edizione della Grande Boucle ha preso il via da Firenze il 29 giugno se­gnando una “prima volta” ca­ri­ca di emozioni per tutti gli appassionati, a partire da chi si è adoperato in prima persona perché la corsa a tappe più importante al mondo partisse da casa nostra.
Stiamo parlando di Davide Cassani, l’ex corridore tornato da questa stagione ai microfoni Rai per raccontare il ciclismo e presidente dell’APT Emilia-Romagna, che in tempi non sospetti si è dato da fare per concretizzare questo sogno. Un’idea nata dopo i miracolosi mondiali di Imola 2020 e che con To­scana e Piemonte ha preso forma fino ai traguardi di questi giorni.
«Con Marco Selleri e Marco Pavarin quattro anni fa salvammo in epoca covid la rassegna iridata. Dopo quell’avventura incredibile andai dal presidente della Regione Stefano Bonaccini e gli dissi che dopo la partenza del Gi­ro d’Italia 2019, ci mancava solo il Tour de France. Non c’era mai riuscito nessuno a portarlo nel nostro Paese, ma provarci non costava niente, così abbiamo invitato il direttore generale Christian Prudhomme che ha dimostrato fin da subito il suo interesse. Quest’anno è venuto a vedere la Fi­ren­ze-Empoli per Elite e Under 23, è stato a Castellania per onorare Fausto Cop­pi, al Museo del Ghisallo, al Museo Bottecchia pochi giorni prima del via: è il primo a sapere quanto sia importante la storia. Abbiamo trovato il momento giusto e creato una gran bella squadra con altre zone d’Italia da sempre legate al ciclismo» esordisce Cassani, che ha personalmente disegnato le tappe che caratterizzano l’avvio di questo Tour che non potremo mai dimenticare.
«Io ho svolto il mio ruolo da gregario, ma è stato un successo che va ascritto ad un gruppo di persone e realtà territoriali: ognuno nel suo ha cercato di dare il meglio. Da quello che ho visto, i francesi sono stati a loro volta orgogliosi perché il loro gioiello è stato messo in vetrina in una città tra le più importanti al mondo come Firenze, quindi nella regione della Ferrari, della Lamborghini, della Maserati, fino a To­rino e dintorni. Abbiamo mostrato le bellezze ed eccellenze del nostro territorio, ricordando campioni straordinari come Bartali, Nencini, Pantani, Coppi e, a 100 anni dalla sua vittoria al Tour, Bottecchia che era molto più famoso in Francia che in Italia. Penso che sia proprio questo mix di fattori che ha fatto in modo che questa partenza fosse interessante da tutti i punti di vista» continua il 63enne di So­la­rolo, che nel ciclismo ha vissuto mille vite e da ognuna ha tratto il me­glio possibile.
«Amo ancora andare in bici e sono felicissimo di ogni ruolo che ho ricoperto in questo ambiente, penso di avere avuto fortuna nella vita. Il segreto ritengo sia stato apprezzare ogni cosa che ho fatto, come insegno a mio figlio Stefano. Dopo la carriera agonistica, nel 1998 ho dovuto scegliere tra restare addetto stampa alla Mercatone Uno con un compenso di 100 milioni di lire o passare alla Rai che me ne proponeva 20. Ho optato per la seconda opzione perché era quella che più desideravo - continua Cassani, snocciolando un ri­cordo dopo l’altro. - Il mondiale di Duitama 1995 lo iniziai in bici e lo finii in TV, commentando il finale con Da­vide De Zan, che già avevo provato ad affiancare al Tour durante le cronometro: essendo brocco, partivo presto e poi ero libero per il gran finale (ride, ndr). In una di quelle occasioni mi sentì Marino Bartoletti, all’epoca direttore di RaiSport, che su La Gazzetta dello Sport nel dicembre ’96 scrisse: “Sto aspettando che Davide Cassani smetta per prenderlo con noi”. Chia­mai Angelo Costa per farmi dare il nu­mero e ringraziarlo, credette molto in me. Il febbraio successivo in ritiro con la Saeco una macchina mi investe, rompendomi l’omero. Un mese dopo l’operazione ricevo la chiamata di Gio­vanni Bruno, da Mediaset passato a Rai, che mi invitava a lavorare con lo­ro. La sera dopo ero a cena al Mulino Rosso a Imo­la con Adriano De Zan, la mia prima telecronaca ufficiale con la Rai fu il Giro di Sardegna ’96. “Di cose ne dirai 10, ma devi saperne 100” è la prima lezione che mi ha insegnato De Zan. Lavorare al suo fianco mi ha aperto un mondo, mi ha portato a vedere al di là della corsa, a tutto quello che di bello c’è intorno. Con la sua curiositá contagiosa per me è stato un maestro d’eccezione».
Dopo 18 anni da telecronista, nel 2013 ha realizzato il sogno di diventare commissario tecnico della Nazionale. L’unica scelta forzata è stata lasciare il ruolo da CT, ma Davide non si è mai fatto rovinare l’umore dalle critiche né affliggere dai problemi, sa che fanno parte del gioco. Lo scorso anno, proprio di questi tempi, l’Emilia e la Ro­magna venivano ferite da un’alluvione micidiale.
«Ricordo il fango che aveva ricoperto le strade di Faenza e la voglia di rialzarsi dei miei conterranei. Se nel 2020 c’era chi ci ringraziava per aver portato con il mondiale un po’ di leggerezza durante un periodo molto difficile, an­che questa volta in qualche modo è stato un momento di rinascita. I grandi eventi sono importanti perché danno una spinta, danno morale, fanno capire che il territorio è vivo e può reagire an­che a situazioni difficili e tragiche co­me quelle che abbiamo vissuto. Dob­biamo essere orgogliosi» racconta con emozione, la stessa che in questi mesi ha trasmesso a tanti bambini e ragazzi incontrati nelle scuole.
«Abbiamo parlato di ciclismo, di sicurezza, di casco, di ciclabili e ho chiesto loro se sapessero cosa fosse il Tour de France. Tutti hanno risposto annuendo, tutti avevano visto almeno qualche immagine del Giro d’Italia. Non è ba­nale o ovvio perché i giovani sono più attratti da altre cose. Bisogna ac­cen­dere in loro la fiammella. Ho sentito anche tante persone che hanno preso una giornata di ferie per seguire la Gran­de Boucle dal vivo, è stato bellissimo».
Il ritorno dell’investimento fatto per accaparrarsi il Grand Départ è stato stimato in 100 milioni di euro, nelle tre giornate e mezzo sulle strade era stato preventivato un milione e mezzo di spettatori, ma le aspettative potrebbero essere state superate.
«Il ritorno è considerevole perché va al di là dei giorni dell’evento, così come accade per il Gp di Formula 1, per la MotoGp, per l’Ironman, per la Coppa Davis, il Master di golf, le partite di calcio, l’Italian Bike Festival... L’anno scorso con lo Studio Ghiretti di Parma abbiamo preso in esame 80 manifestazioni (25 di ciclismo) e visto come per ogni euro investito sull’evento il ritorno sul territorio era intorno ai 17. La nostra filosofia sta dando i suoi frutti, infatti credo che siamo l’unica regione a poter vantare così tanti appuntamenti sportivi» spiega ancora il presidente dell’APT Emilia Romagna.
A tutti i cor­ridori Davide Cassani au­gura di go­dersi la corsa più importante al mondo, di costruire ricordi memorabili, magari meno faticosi di quello che per primo gli viene in mente ripensando ai suoi Tour.
«Era il 1993, io indossavo (indegnamente) la maglia a pois grazie a qualche punto racimolato il giorno prima nei GPM di inizio tappa prima di prendermi la mia bella mezz’ora sul Ga­li­bier ed era la prima o la seconda tap­pa che veniva trasmessa dall’inizio al­la fine. Correvo con l’Ariostea e decisi di andare in fuga nonostante il tappone alpino prevedesse Izoard, Vars, Bonet­te e la scalata finale a Isola 2000. Fer­retti dall’ammiraglia mi diede del mat­to e, in dialetto, mi chiese almeno di andare piano - ricorda con il sorriso sulle labbra. - Non lo ascolto e dopo 10 km di Bonette comincio a sentire che qualcosa non va. Dopo 12 km mi prendono i primi, poi mi prendono i secondi, terzi, quarti, mi prendono e mi staccano tutti. Arrivo in cima stravolto, già con non so quanti minuti di ritardo. In discesa torna sotto il gruppetto dei velocisti, all’inizio di Isola 2000 mi sen­to come se fossi andato contro un mu­ro, non andavo più avanti, quindi a quel punto avevo il terrore di finire fuori tempo massimo. Dietro non ave­vo più Ferretti, ma il povero Do­menico Cavallo che mi ripeteva che dovevo andare un po’ più forte e che non potevo attaccarmi all’ammiraglia. Morto, stravolto, ad un certo punto mi riprende Abdujaparov. Impauriti en­trambi da questo muro del limite di tempo, dia­mo il massimo spronandoci a vicenda. Arriviamo all’ultimo chilometro che mancano ancora tre minuti. Ce la possiamo fare. Quando la strada spiana, parte la volata. Abdu davanti e io a ruota. Sembriamo il primo e il se­condo. Abbiamo la stessa voglia di vincere quello sprint. Primo Abdujapa­rov, secondo io. In realtà penultimo ed ultimo a 25” dal tempo massimo. Persa e mai più rivista la maglia a pois, in ca­mera mi sono dovuto anche sentire Ferron: “Cosa ti avevo detto?”».
Da quei tempi il ciclismo è cambiato moltissimo e di grandi squadre italiane non ce ne sono più. Per vivere il vero Rinascimento del movimento italiano secondo Cassani ci vuole un grande cam­pione in attività, come Jannik Sin­ner volano per il tennis.
«Per renderci ancora più appetibili e popolari ci vorrebbe uno dei nostri in lotta per la maglia rosa o gialla, però stiamo uscendo da questo cliché perché Pogacar in qualche modo è stato adottato dai tifosi italiani. Al Giro Ta­dej non ha avuto il braccino, si è dato, ha cercato l’impresa non una volta ma più volte e chissà che riesca davvero nell’impresa di centrare la doppietta che manca da Pantani 1998 - conclude Cassani. - Spero ce la faccia, ma già così io sono felice come un bambino. Pensare che sulla Gallisterna, la salita su cui sono cresciuto, dopo il mondiale è passato pure il Tour de France mi fa venire la pelle d’oca. Si è avverato un sogno difficile persino da immaginare».

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