Villa: «Valcar, è sempre una questione di cuore»

di Giulia De Maio

«Il Team Valcar nel 2024 non sarà più in gruppo. Lo annuncio a malincuore. Già quest’anno ci eravamo ridimensionati, chiudendo la squadra élite, limitandoci alle categorie esordienti, allieve e junior, oltre che al sostegno della formazione World Tour UAE ADQ. La motivazione non è economica, ma personale e non l’ho presa a cuor leggero» ci racconta Valentino Villa, mentre nel suo studio passa in rassegna le maglie e i trofei collezionati nelle ultime 14 stagioni.
«Mi è sempre piaciuto fare, ma i medici mi hanno imposto di rallentare. Avrei voluto portare avanti la Valcar e con la UAE ADQ essere più partecipe, ma devo frenare. Avevo tante belle idee, il ciclismo mi ha sempre insegnato ad osare, ma ho un “cuore matto” come cantava Little Tony e la serenità della mia famiglia viene prima di tutto. Sono costretto a prendermi un anno sabbatico, poi spero di riapparire almeno come sponsor (anche in azienda sa­rà costretto a fare un passo indietro, ndr) ma ora è presto per pensare a questo. La mia priorità ora come ora è sistemare tutte le “mie” ragazze per la prossima stagione» continua Va­len­tino, che quest’anno ha potuto se­gui­re solo tre corse dal vivo mentre in passato non se ne perdeva nemmeno una.
Tutto iniziò 15 anni fa con tre esordienti e due allieve. Valentino conserva tutt’oggi l’articolo de L’Eco di Bergamo di quel giorno che riportava: “il sogno è di ritagliarsi uno spazio nel ciclismo femminile”. Ci è riuscito, eccome. Per questo dispiace che una realtà così florida sia costretta a chiudere.
«Al secondo anno arrivò Silvia Persico e con lei i primi risultati, quindi abbiamo creato la squadra junior e poi quella élite. Dino Salvoldi, l’allora CT della Nazionale Italiana, mi stimolò dicendomi “stai lavorando bene, fai un gradino in più”. Ci sono riuscito lavorando nelle ore serali e notturne oltre che nei weekend, ma l’anno scorso al Tour de France Femmes ho capito quanto il movimento si sia evoluto e mi sono det­to “non è più il tuo posto, fatti da parte”. Servono una dedizione e una professionalità per allestire un team World Tour che ora come ora non posso garantire, con un’organizzazione strutturata e ruoli specifici».
Nessuno erediterà il suo team che in più occasioni si era messo dietro squadre ben più blasonate, anche se in tanti hanno allungato una mano al presidente per provare a far sì che questa storia non finisse. «Ho dato già da tempo la notizia a ge­ni­tori e ragazze, più di qualcuno mi ha chiamato dicendomi: “se è un problema economico, ho uno sponsor per aiu­tarti ad andare avanti”. Rin­gra­zio chi mi ha dimostrato stima, ri­spetto, riconoscenza. Non è un capriccio e il primo ad essere dispiaciuto so­no io. Non sono un ex professionista, ho fatto tre anni da ragazzino in una squadra che un giorno mi ha lasciato in piazza a 15 anni perché la gara “Eco di Bergamo” era troppo dura per me. Se ho dimostrato una certa sensibilità è dovuta ad esperienze vissute. Mi sono identificato in tante ragazze, ad alcune ho regalato un so­gno anche se non avevano chissà quali numeri... Per me è stato un piacere e un orgoglio. La mia ricetta, condivisa con il direttore sportivo Davide Arzeni, è sempre stata: non pensare solo ai risultati, ma voler vedere ragazze che sprizzano gioia. Pri­ma di tutto per me viene il lato umano».
Da sette anni a questa parte Villa ha se­guito Mondiali ed Europei alla tv (in contemporanea sia sui canali Rai che Eurosport per non perdere nessuna opinione, ndr) e per filtrare quelle forti emozioni che gli sarebbero potute co­stare caro. Ogni hurrà delle sue atlete era una preoccupazione per la moglie Rosalia, che lo raggiungeva subito con una chiamata: “Hai preso le tue pillole oggi, vero? Stai bene?”. «Senza di lei non avrei fatto tutto quello che ho fat­to, in casa è stata ribattezzata “Salvoldi 2” perché a forza di ascoltare le tattiche, seguire le gare, ormai se ne intende e dice sempre la sua, ma quanto l’ho fatta preoccupare... Soprattutto in am­mi­raglia, quando vivevo la corsa in pri­ma persona, le palpitazioni andavano a mille. Di emozioni ne ho provate tante, la soddisfazione più grande e costante è che con le mie ex atlete è rimasto un bel rapporto e, anche in questo mo­men­to complicato, ho sentito la loro vicinanza. Purtroppo il cuore è sempre stato il mio tallone d’Achille. Sognavo di fare il paracadutista e già a 20 anni mi scartarono perché faceva le bizze. Di fronte alla salute sono impotente» ci racconta con le lacrime agli occhi.
Fare ordine nell’album dei ricordi non è semplice. Lo aiutano i quattro figli, tutti impegnati dal primo all’ultimo giorno nel team. Valerio in veste di ad­detto stampa, Maddalena di guardarobiera, Ruben responsabile di statistiche, risultati e curiosità con un database che potrebbe fare scuola, Sara che dopo aver corso in bici fino alla categoria ju­niores, ha poi allenato esordienti e al­lieve ed è stata impiegata nel team per svolgere il lavoro burocratico. Nel­le file della Valcar sono passate più di 200 ragazze, così una volta all’anno il capofamiglia viene messo alla prova: dalle iniziali deve risalire a nome e co­gno­me completo dell’atleta in questione.
«Sono stato un po’ contagioso con la mia passione - sorride parlando dei propri cari. - La tifosa per eccellenza è mia madre Anna, 96 anni portati splendidamente, che quando Elisa (Balsa­mo, ndr) ha vinto il titolo mondiale nel 2021, ha esultato come una pazza insieme a me davanti alla tv. Ogni successo ha un posto speciale nel mio cuore. So­no stato segnato emotivamente in particolare dalle ragazze afghane che han­no indossato la nostra maglia, toccare con mano la loro vita, a livello umano oltre che sportivo è stato forte. Ho ri­cordi indelebili della “mia” Clau­dia (si riferisce a Claudia Cretti, ora ottima paraciclista dopo l’incidente che ha messo fine alla prima parte della sua carriera al Giro d’Italia 2017), sentirla pronunciare il mio nome nelle interviste ai recenti mondiali di Glasgow mi ha riempito il cuore. Spero che nel giorno più importante della sua vita, quello del matrimonio, una delle mie ragazze mi inviti: per me sarebbe come toccare il cielo con un dito. Le ho trattate come figlie, come se fossi un loro secondo papà. I genitori mi chiedevano di intervenire per eventuali problemi a scuola e c’era chi mi presentava il fi­dan­zato per avere un giudizio...».
Con Valentino Villa si torna sempre lì, a quell’organo fondamentale sede dell’amore più profondo.
«Sono incontentabile, mia moglie me lo dice sempre “mangi e ti dimentichi”. È il mio difetto. Dopo l’euforia di un trionfo penso già agli obiettivi successivi. Con il Team Valcar, avevo ancora so­gni nel cassetto, ogni fine anno in vista della nuova stagione ripetevo: “mi raccomando ragazze, continuiamo a so­gnare. Se i nostri desideri si concretizzeranno è perché siamo stati i primi a crederci”. La passione mi ha fatto fare cose insensate e ancora ne farei per questo mondo ma a 63 anni devo trovare un nuovo standard di vita in cui fare ancora un po’ di tutto, anche se non tutto. Avrò decisamente più tempo libero, dovrò inventarmi qualcosa perché non riesco proprio a stare fermo».
Si capisce. Di certo Valentino continuerà a seguire il ciclismo femminile, che in questi anni ha visto crescere a di­smisura.
«Dobbiamo confrontarci con il mondo, non pensare solo al movimento italiano. Il movimento ormai è globale, per il bene delle nostre ragazze dobbiamo avere una visione più ampia se no ri­schiamo di essere spazzati via. Nu­me­ricamente siamo ben messi, la base c’è, ma non riusciamo a concretizzare come potremmo. Ho viaggiato tanto e ne ho sempre approfittato per vedere le gare giovanili locali, non abbiano nulla da invidiare all’Olanda e ad altre Nazioni che in questo momento stanno dominando. Nel mio piccolo ho sempre cercato di portare avanti una visione, di rivolgere lo sguardo al futuro. In questo momento infatti l’unica consolazione è aver trovato una squadra a tutte. Non volevo lasciare un brutto ricordo, soprattutto a livello giovanile».
A sentire il gruppo, di ricordi ne ha lasciati solo di belli. Grazie Presidente, ora si prenda cura del suo cuore.

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