L'oro del profeta Elia

di Pier Augusto Stagi

È il profeta, come ebbe modo di ribattezzarlo Luca Gregorio, telecronista di Eurosport. Elia Viviani è il punto centrale e di riferimento della pista italiana, il portabandiera, che dopo le Olimpiadi di Tokyo non è più nemmeno un modo di dire, visto che la ban­diera l’ha davvero portata assieme a Jessica Rossi.
È il profeta, che ha fatto proseliti, chiamando a sé quello che oggi è una nuo­va scuola italiana su pista, un Rina­scimento non solo culturale ma di pensiero, declinato in tante specialità. Elia Viviani con     quel silenzioso faticatore dei velodromi di nome Marco Villa: sono stati per primi loro a fare squadra. Loro due, come due folli visionari che andavano alla ricerca prima che di talenti, di disponibilità. C’erano da ab­battere diverse barriere culturali, che so­stenevano l’inutilità della pista, della multidisciplinarietà. Dietro a questi due folli visionari, ad onore del vero, un presidente federale di nome Renato Di Rocco e l’uomo ovunque Davide Cas­­sani.
La bandiera italiana è stata nuovamente spiegata per il nostro portabandiera Elia, per il fratello maggiore di tutta questa combriccola azzurra, che oggi è sempre più famiglia, sempre più nu­merosa. Elia Viviani dopo l’ennesimo al­loro, quel titolo mondiale dell’eliminazione è andato a prendersela lì alla balaustra.
Grazie al suo profeta Vi­via­ni, l’Italia della pista ha chiuso i Mondiali di Saint-Quentin-en-Yvelines - nel velodromo che tra meno di due anni sarà quello olimpico - come li aveva iniziati: vincendo. Dal titolo iridato di Mar­tina Fidanza nello scratch, al bis iridato consecutivo nell’Eliminazione di Elia (suo pure il titolo europeo, ndr). In mezzo tanta Italia, tante emozioni, alcune soffocate proprio lì, sul traguardo, quando ormai poteva sembrare medaglia. La Nazionale ha chiuso con 4 ori e 3 argenti, seconda solo all’O­lan­da nel me­dagliere. È la seconda miglior Italia di sempre dopo i 10 podi del 2021. I compagni con Pippo Ganna in testa hanno festeggiato il capitano con le ma­gliette ad hoc (“Da profeta in pa­tria a profeta in gabbia”, copyright La­mon/Scartezzini) preparate per l’addio al celibato che lo attendeva nella sera di Parigi, prima della festa vera con la sua Elena Cecchini, da anni compagna di viaggio, in tutti i sensi.
Dopo tanti anni, il successo più bello.
«È un grande traguardo, che abbiamo inseguito insieme per un po’. Diverso da tutti gli altri, ma molto bello e desiderato. Io e Elena abbiamo fatto un bel percorso assieme, siamo stati anche molto bravi ad aspettare, ad attendere il momento giusto. In verità l’avremmo anche fatto prima, se solo non fosse ar­rivato il Covid…».
Per l’occasione, proprio alla vigilia di questo grande passo, si è anche fatto un gran bel regalo.
«Un regalo che è arrivato in un velodromo nel quale, nel 2015, avevo perso con Bertazzo l’oro mondiale della Ma­dison per un solo punto. Un brutto ri­cordo che è stato esorcizzato».
Non privo di brivido e pathos.
«Diciamo che è stata una Eliminazione piuttosto difficile e agitata. La prima caduta evitata di pochissimo, con la ruota distrutta dietro. Il rientro in gara è stato uno sforzo in più. Forse la bici aveva qualcosa, ma se mi fossi fermato avrei perso. Però man mano che gli al­tri cedevano, io raggiungevo un obiettivo. La medaglia era un target alto. Ma io non ho mai smesso di pensare all’obiettivo massimo: volevo solo il titolo».
E lei l’ha fatto correndo da favorito, da uomo da battere: non è mai semplice.
«È la cosa più difficile e bella, la conferma che quello che è stato fatto finora non è stato frutto del caso».
Peccato solo che il programma olimpico non preveda la prova dell’Eliminazione e neppure quella dell’inseguimento individuale.
«È un peccato, perché noi lì abbiamo il nostro perché, però dobbiamo essere egualmente bravi a lavorare sulle specialità olimpiche. Siamo un passo in­die­tro nelle gare di gruppo, anche se Consonni e Scartezzini hanno sfiorato il podio nella Madison e sono secondo me sono una coppia molto forte. Men­tre i quartetti li avete davanti agli oc­chi, non c’è molto da dire, sono solo da applaudire».  
In prospettiva Parigi 2024 non siamo mes­si poi così male…
«Tutt’altro, siamo messi benissimo. Lo scenario è ottimo sia per Parigi 2024 sia per Los Angeles 2028. L’Italia è or­mai una delle nazioni di riferimento. È un modello, che domina, sia nel comparto maschile che femminile. E come è logico che sia, è un cantiere aperto, merito del c.t. Villa, così come di Die­go Bragato, di Fabio Masotti e di tutto lo staff. E poi c’è Ivan Quaranta che da zero sta ricostruendo il settore della velocità, con una medaglia mondiale del chilometro sfiorata da un ventenne (Matteo Bianchi, ndr). La strada è sta­ta tracciata, ed è quella giusta».
A questo suo oro che valore dà?
«È un oro, quindi vale. È un titolo mondiale. Serve al nostro movimento, ed è la conferma che stiamo lavorando da anni molto bene. Poi ser­ve anche al sottoscritto, per addolcire qualche amarezza di troppo. Certo, non mi accontento, perché so bene quello che va sistemato. Non dimentico che la stagione su strada non è an­data come avrei desiderato. Uno come me, se vuole vincere le gare di secondo livello… ne deve vincere dieci, non due. Però meglio pensare ai correttivi da fare con una maglia iridata sulle spalle piuttosto che a mani vuote. O no?».

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