Pogacar, la filosofia del campione

di Giulia De Maio

Nella sua bio di twitter si de­finisce semplicemente bike rider ma ridurlo a un semplice ciclista è alquanto li­mi­tativo. Tadej Pogacar è modesto e sembra venirgli tutto naturale: la realtà dei fatti è che il ventiquattrenne sloveno è il talento più cristallino del ciclismo dei nostri tempi. Della generazione di fenomeni che ci sta regalando gare scoppiettanti e im­prevedibili, il capitano della UAE Emi­rates è colui che ha saputo vincere di più e con costanza. Nel 2022, in appena 54 giorni di corsa e 9.210 chilometri di gara, ha centrato ben 16 successi: uno ogni tre giorni o poco più. Una me­dia spaventosa. La pri­ma vittoria dell’anno risale al 23 febbraio sull’arrivo in salita di Jebel Jais nell’Uae Tour ad Abu Dhabi, l’ultima all’8 ottobre quando ha bissato il successo dell’anno scorso al Giro di Lombardia. In Italia le perle più belle: la fuga di 50 km alle Strade Bianche, il bis alla Tirreno-Adriatico, la volata alla Tre Valli Va­re­sine. Va bene Vinge­gaard re del Tour, va bene Evenepoel che ha conquistato Mondiale e Vuelta, ma stando al ran­king UCI lo sloveno merita di sedere sul trono in quanto uomo dell’anno.

L’ULTIMA PERLA
Il fenomeno di Komenda scarica tutta la sua potenza sui pedali nell’ultima classica Monumento e si prende la ri­vincita sul danese Jonas Vingegaard, che al Tour l’aveva battuto e sulle strade di casa nostra combatte con dignità, quando altri sono già in vacanza. Come Remco Evenepoel, fermo a 15 successi stagionali, alla fine dei conti uno in me­no di Tadej. Pogacar attacca sul Ci­vi­glio - la salita più dura - a 20 chilometri dall’arrivo, quando il gruppo dei 40 al co­mando si sgretola. Progressione sul secondo passaggio dal San Fermo della Battaglia e volata impeccabile sul lungolago di Como, uno sprint più difficile del solito per la resistenza di un eccellente Enric Mas, che lo aveva battuto una settimana prima in cima al San Luca del Giro del­l’Emilia, ma che questa volta (e chissà quante altre) è co­stretto a inchinarsi al re sloveno. Gli avversari sono avvisati, la solfa non cambierà.
«Questo è il modo in cui io intendo il ciclismo. Ottima forma all’inizio di stagione con la vittoria all’Uae Tour e ottima anche alla fine con il Lom­bardia. Voglio continuare così e non cambiare». Quando ha tagliato il traguardo di Como gli hanno fatto notare che da inizio a fine stagione non ha mai smesso di alzare le braccia al cielo e lui ha risposto con la semplicità che lo contraddistingue: «Il mese, quale che sia fa lo stesso. A me piace correre così. Sempre full gas. Per cercare di vincere». Il sorriso e il ciuffo di capelli che spunta dal casco sono ormai un marchio di fabbrica tanto quanto la tenacia dimostrata in sella 365 giorni l’anno.

LA GRANDE BOUCLE
Se dopo due vittorie consecutive al Tour de France, un secondo posto è considerato una delusione, significa che hai davvero abituato tifosi e addetti ai lavori a imprese fuori dal comune.
«Non mi sento di aver perso il Tour, ma posso dire di essere stato battuto nel miglior modo possibile ossia avendo dato tutto quello che potevo - ha dichiarato Tadej prima di concedersi un po’ di vacanza. - Se questo significa essere sconfitti per alcuni, lo accetto ma io non lo vivo come un dramma, anzi è un’opportunità. La vittoria ti cambia perché ti dà fiducia in te stesso. Quando perdi invece hai bisogno di analizzare cosa non ha funzionato e puoi migliorare per il futuro. A me è successo quest’anno: dopo il Tour 2022 so meglio cosa modificare in vista del 2023. In questo senso pos­so dire di essere felice di aver perso».
La mentalità di questo piccolo-grande campione lascia a bocca aperta, ancora una volta. «Per la maggior parte delle persone la tappa 11 è stata la più interessante da seguire, per me è stato uno schifo (sorride, ndr), ma devo ammettere che è stata una tappa fantastica. Il Galibier è stato incredibile. Il ciclismo è un gioco di alimentazione e quel giorno credo di aver sbagliato i calcoli. Non mi era rimasto abbastanza carburante in vista dell’ultima salita. Questo genere di cose non dovrebbe accadere, ma succede. Ho lottato fino al traguardo, anche se ero esausto. Perché non ho mollato? Perché sono un ciclista, siamo testardi».
Alla vigilia del Tour ci si attendeva una grande sfida slovena con Primoz Ro­glic, invece Pogacar quest’anno ha do­vuto vedersela con il danese Jonas Vin­gegaard. La sfida tra giovani talenti continuerà, Tadej ne è sicuro oltre che entusiasta. «Mi chiedete di Evenepoel? Non ci siamo sfidati tante volte, vedremo nei prossimi anni. Per i grandi giri spero che presto torni ad alti livelli an­che Egan Bernal. In questo modo avremo un campo davvero grande di concorrenti che daranno vita a una battaglia serrata per la maglia gialla. È bello che non si tratti sempre degli stessi uomini, che i corridori al vertice delle classifiche cambino. Che ci siano sempre battaglie diverse».

IL FUTURO
Giovani sempre più precoci, vorrà dire carriere più brevi? «Forse no, ma di si­curo si potrà restare al top per meno anni. Vedremo forse cinque, sette, al massimo dieci stagioni ai vertici per ciascun corridore o anche un numero inferiore. Personalmente non penso proprio che per altri 10 anni potrò es­sere al livello dimostrato negli ultimi tre. Questo però non mi preoccupa affatto. Oggi ho l’opportunità di essere uno dei migliori ciclisti al mondo. Anche se fosse solo per un altro anno, e ora è già il quarto che sto facendo davvero bene, non mi lamenterei. Se tra due anni la mia forma scenderà, non mi dispiacerà. Non si può essere i migliori per sempre, bisogna accettarlo. Ho già bene in mente questo e sarò pronto quando sarà il momento di ce­dere il passo. Mi godo le gare ora e continuerò anche quando non sarò in grado di lottare per la vittoria o dovrò dedicarmi a qualcos’altro».
Parla da uomo maturo, Tadej. Gio­ie e dolori non sono mancati in questo 2022 di cui è stato protagonista dall’inizio alla fine. Ad aprile ha pianto la suocera, la mamma della sua amata Ur­ska Zigart, ciclista del Team Bike­Ex­change-Jayco e sua promessa sposa. Pochi mesi più tardi con il suo allenatore, il ricercatore dell’Università del Colorado Iñigo San Millan, ha annunciato il lancio di una nuova organizzazione contro il cancro, la Fondazione Tadej Pogacar.
«Negli ultimi due anni, la madre della mia fidanzata ha combattuto contro il cancro, se ci fosse stata una cura, forse sarebbe ancora qui con noi. È un mon­do duro e ci sono così tante persone che lottano e combattono contro questa brutta malattia. Dobbiamo trovare una cura, per questo sono orgoglioso che con questo progetto potremo fi­nan­ziare diversi gruppi di ricerca in tutto il mondo con l’obiettivo di sviluppare nuovi metodi diagnostici e terapici per contribuire a mettere definitivamente il cancro all’angolo» ha svelato durante il Tour.

NUMERO 1
Il numero 1 del ciclismo mondiale ri­prenderà gli allenamenti a metà novembre. «Io il migliore dell’anno? Non lo so, è stata una stagione fantastica, e la vittoria finale al Lombardia la rende quasi perfetta. L’unico rimpianto che ho è il Mondiale, avevo una buona for­ma e mi aspettavo che fosse più duro. Però sono molto contento, vincere da febbraio a ottobre... Non si può dire chi sia il migliore in assoluto. Il ciclismo ha la fortuna in questo periodo di avere diversi campioni» ha dichiarato quando il ranking mondiale lo ha de­cretato al primo posto con 5.131 punti su Wout van Aert (4.525), Remco Evenepoel (4.452,5), Jonas Vingegaard (3.154) e Aleksandr Vlasov (2.484). Quinto alla Sanremo, dopo aver attaccato sul Poggio; quarto al Fiandre, dove in volata è caduto nella rete di Van der Poel; secondo al Tour, in cui ha pagato il Covid che gli ha messo ko i compagni. «Quest’anno è stata dura perché a settembre ho fatto viaggi mol­to lunghi, anche in Canada e Australia, ma nei momenti giusti mi sono riposato. Non ho esagerato con i giorni gara. Volevo vincere il Lom­bardia per dimostrare che ci sono sempre. Dopo la classica delle foglie morte ho tirato una linea e sono molto soddisfatto: posso andare in vacanza felice. Un pensiero prima però voglio mandarlo al mio amico Vincenzo (Nibali, ndr): è stato un onore correre con lui. L’ho visto estremamente emozionato, questo grande campione ci mancherà tanto» ha raccontato a La Gazzetta dello Sport.

IL SEGRETO
«La bici è ancora questo per me: divertimento e cercare di dire la mia in ogni tipo di circostanza». Appassionato di musica rap, con un debole in particolare per Eminem, Tadej sfrutta il suo amore per la bicicletta e la sua popolarità per fare del bene. Motivo che lo rende ancora più amato dagli appassionati di ogni età.
«I giovani - dice come se non fosse giovane lui stesso - hanno bisogno di aiuto prima di tutto. Per crescere, per realizzarsi perché a volte, se si in­terviene da adulti, è già troppo tardi».
Tornato a Ljubljana, ha speso molto del suo tempo e del suo denaro per trasformare il suo club di origine, il KD Rog, in una potenza ciclistica, e la sua squadra juniores, il Pogi Team, in un’istituzione che cresce la prossima generazione di ciclisti sloveni.
«Ho avuto questa straordinaria opportunità di essere al top del mio sport. Sono davvero felice di poter aiutare gli altri e restituire qualcosa di quanto ricevuto. Sento che devo fare qualcosa, non solo sedermi sul divano e godermi il successo, perché non è questo il punto, non tutti hanno le stesse possibilità che ho avuto io».
Figlio di un’insegnante e di un operaio di un mobilificio, la ricchezza, spiega, è relativa. «Sono cresciuto in una bella fa­miglia con molte persone intorno a me. Amato, facendo sport e frequentando la scuola. Avevo praticamente tutto e an­che oggi non mi manca nulla. Ho avuto l’opportunità di dimostrare quello che so fare. Molti purtroppo non possono fare altrettanto. Per quanto in mio potere voglio aiutare le persone affinché abbiano le stesse opportunità che ho avuto io. So che ognuno di noi è diverso e che non tutti avranno le mie stesse capacità in sella a una bicicletta, ma ci deve essere una sorta di equilibrio, di possibilità per tutti, di giustizia».
Mauro Gianetti, il team principal della Uae Emirates, squadra che sta cambiando anche lo stile di vita degli Emi­rati e ha portato decine di mi­gliaia di persone in bicicletta, ha gli occhi che luccicano: «Tadej mi ricorda Bernard Hinault. La priorità nel 2023 per lui e il team sa­rà vincere il terzo Tour». Del resto, soltanto il bre­tone aveva vinto, prima di Po­gacar, due Tour e due Lom­bardia prima di compiere 25 anni. Impre­se da numeri 1.

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