Gatti & Misfatti

Granfondo del barile

di Cristiano Gatti

D’accordo, Vingegaard e Pogacar qualcosina hanno fatto. Prima ancora, gli stessi Hindley e Carapaz non si sono mossi ma­le. Però dobbiamo essere onesti: questa è tutta gente che deve ancora migliorare molto. Personalmente, se devo chiudere l’estate scegliendo un nome solo, il vero re assoluto dell'estate 2022, non ho il minimo dubbio: dico Stefano Stagni, dominatore - e dico poco - della Maratona Dolomiti, con tempi al di là di ogni immaginazione, tanto da schifare ed essere rifiutati persino dal sistema Stava, che pure ne vede e ne registra, di prodigi. Ma chi è Pogacar, ma cosa vuole Vingegaard: si ri­guardino la vittoria dell’ingegnere elettronico (sottolineo: in­gegnere elettronico, inclinazione per niente trascurabile, in questo caso), e poi se hanno una dignità prendano la strada della pastorizia, solo biglietto andata grazie.

Dopo averci fatto una risata, sarà il caso però di prenderla con tutta la serietà che merita, di non lasciarla cadere come una baracconata estiva, questa pietosa faccenda della vittoria con polverone globale, al gusto amaro di bici taroccate e motorini se­greti. Porca miseria, del ciclismo italiano in questa disgraziata annata 2022 si è parlato in prima pagina solo per questa maledetta gran fondo dolomitica, mi chiedo se tutti noi possiamo accettarlo senza indignarci come pantere. Purtroppo, siamo alla resa dei conti: a forza di guardare con sufficienza e leggerezza il mostro che cresceva, anzi con compiacimento e libidine, ci ritroviamo le gran fon­do a rovinare la reputazione di un intero movimento. Se non ci bastava sentirci dare da tren­t’an­ni dei dopati, adesso dobbiamo sentire sulle spiagge e nei bar che “questi del ciclismo sono proprio dei malati, per vincere qualcosa strangolerebbero la mamma”.

Possiamo accettarlo? A quanto pare, i poteri po­litici che dettano le re­gole non hanno nulla da ridire, e non solo loro, perché inutile nasconderci come il nucleo ro­vente del grande business commerciale ormai stia proprio nel ciclismo amatoriale, meglio, di quello pervertito e deviato. Tut­ti hanno una paura del diavolo di metterci mano, in pieno boom di vendite nessuno ha in­teresse a toccare qualcosa, hai visto mai di restare fulminati. “Ci sono tanti posti di lavoro in ballo”: la risposta che in Italia ferma qualsiasi mossa e blocca qualunque regola, in questo caso salva anche la deriva malata delle gran fondo putrefatte.

Il dramma della gran fondo è molto semplice. Nasce co­me idea romantica e molto sportiva di mettere insieme tut­ti quanti, giovani e vecchi, ma­schi e femmine, famiglie e circoli dopolavoro, per affrontare una giornata in bicicletta, ciascuno con le proprie forze e le proprie aspirazioni. Ma come tante idea magnifiche, anche questa ha presto imboccato la prima deviazione ed è uscita dal­la tangenziale, finendo nelle praterie nebbiose delle velleità sommerse, delle frustrazioni la­tenti, delle ambizioni megalomani, aprendo la strada alla de­generazione più squallida. Il no­do delle questione, la mina su cui abbiamo messo il piede, è ormai di dominio pubblico: si­ringare nel mondo poetico della scampagnata di gruppo il germe dell’agonismo, con terrificante effetto a catena. Ordini d’arrivo, classifiche, premiazioni, sponsor, fino alla diretta Rai (la scusa: promuovere le bellezze del territorio, in questo caso l’incanto delle Dolomiti, come se non ci fossero già i programmi turistici a farlo molto me­glio).

Inutile però stare qui a ri­dirci sempre le stesse cose. Per capire come risolvere il problema e levarci dai piedi la grottesca vanità di questi simil-campioni (se lo erano davvero, dovevano dimostrarlo prima e altrove), non servono convegni di mesi e incontri al vertice di cervelli speciali. Basta tornare indietro e ricominciare da capo: partenze libere, premi sorteggiati, attestati finali (con il tempo, va bene, con il tempo per soddisfazione personale e per vincere qualche scommessa al circolo), ma basta, per favore basta, con le parodie patetiche delle telecronache, delle dirette integrali, dei premi folli, dei mega-sponsor (che magari disertano le cor­se dei professionisti), delle in­terviste sul palco, eccetera eccetera. Non serve altro, serve solo restituire la logica e la misura a un’idea completamente stravolta e vilipesa. A quel punto, arrivo al paradosso, chi se ne im­porta se ingegneri elettronici o meccanici maneggioni si presentano con i loro macchinari ta­roccati: lo facciano tranquillamente, salgano e scendano dal Gruppo del Sella in dodici mi­nu­ti netti, ma chi se ne importa, faccende loro, e magari dei loro psichiatri. La gran fondo, o cicloraduno come fu bello chiamarle in origine, non ne subirebbe la contaminazione, tanto meno finirebbe sulle prime pa­gine con le sue vergogne al vento.

Adesso che ce lo siamo ridetti, adesso che è di nuovo tutto chiaro, mettiamoci comunque il cuore in pace. Non credo ci sia la mi­nima possibilità che qualcuno decida di condurre questa battaglia. Serve troppo coraggio, o for­se troppo idealismo, per ri­mettere le cose a posto. Ormai le gran fondo sono cresciute troppo, sono sfuggite di mano, diciamo pure che comandano chi una volta le comandava. I rapporti di forza si sono invertiti, in tanti sono convinti che siano le gran fondo a tenere in piedi la baracca, cominciare an­zi a dire grazie. Per cui, se proprio devo fare una previsione, è più facile che prossimamente comincino a introdurre controlli antidoping rivoluzionari, di ultimissima generazione, squalificando impietosamente chi si ostina a correre senza neanche fare il furbo.

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