Scripta manent
Dancelli, Petacchi e le lacrime

di Gian Paolo Porreca

Un cima ad un batticuore, 19 marzo 2005, vorremmo provare a scrivere per il nostro mensile, come fosse un quotidiano. Ed in cima ad un batticuore, ci viene innanzitutto da applaudire il ciclismo, chi ce lo ha dato ed anche chi ci consente - bontà sua - di parlarne ancora: «’overamente», sinceramente.
Petacchi è già oltre il traguardo di via Roma, ne leggerete altrove in questo giornale. Ma Petacchi, segno del Capricorno, come chi scrive e come Karstens, come era stato per un cruccio troppo lungo ed un tempo troppo breve Marco Pantani, come Shakespeare e Newton, e vi basti questo per intuire la sovversione del mondo e del sentimento, abita già in un preciso dominio dell’Assoluto.

La Milano-Sanremo, la sua fatalità, la sua magìa, e sia pure la regola spasmodica ed aleatoria di uno sprint finale, si è appena conclusa sulle lacrime di gioia e liberazione, su quel privato sublimato a pubblico, dinanzi ad un microfono. Su quella straordinaria misura di umanità che unica può esaltare uno sport come il ciclismo, paradigma di vita, e mica volgare parametro obbligatorio di doping o mercimonio, e digitali terrestri: «oggi è il mio secondo più bel giorno della vita, dopo quello in cui sposerò in chiesa Anna Chiara», viva e vita ad Alessandro Petacchi ed alla sua linearità.
E grazie a quella sua lettura equilibrata degli episodi che restituiscono il ruolo giusto alle cose ed a valori della esistenza, in una festa di San Giuseppe, il giorno destinato della Sanremo. Nel nome consacrato del padre.

E la irripetibile emozione di Petacchi, in una analoga tonalità di spirito, ci restituiva - e con noi ed i nostri lettori vorremmo riportare ad essa Alessandro ed Anna Chiara - un’altra «Sanremo», una simile atmosfera di commozione. Era il ’70, trentacinque anni fa, ed era la Milano-Sanremo vinta da Michele Dancelli, quella storica che esorcizzava un lungo periodo - diciassette anni - di vittorie straniere. Ed era il pianto dirotto, in diretta, Adriano De Zan a suggerirlo ancora, di Michele, il ciclista di Castenedolo, la maglia Molteni di Arcore, Arcore prima di Berlusconi, l’aria di un passerotto, timido, non seducente forse come l’attuale Alessandro, ma con una stessa intrinseca carica di sensibilità.

Ed era la lezione che mandavamo a memoria da allora, ottima per un ricordo ed una riflessione, non per la effimera clausola di un articolo a venire, certo.
«Ma ci pensa, Dancelli, che l’ultimo italiano vinse la Sanremo diciassette anni fa, quando lei, ragazzino, andava ancora a scuola?». E quel ragazzino smagrito che rispondeva allora, senza conoscere De Amicis ed il libro Cuore, tra le lacrime: «no, io ero un ragazzino sì, ma lavoravo già, facevo il muratore».
Ed era la stessa Italia, trasparente ed elementare, non sindacale, non schierata se non verticalmente, col cuore non truccato in mano ed in viso, quella non di Costanzo, non di Costantino, non di Maria De Filippi, non di Simona Ventura e di Gene Gnocchi: quella del ciclismo. Quella di Petacchi e di Dancelli.

Nel 2005, come fosse ancora il 1970. Quella, primavera di vita, delle Milano-Sanremo di San Giuseppe. Con l’amore, quello che altrove non esiste più, al comando.

Gian Paolo Porreca,
napoletano, docente universitario di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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