Ciccone: «Cancello tutto e riparto dal Giro»

di Giulia De Maio

«Il mio 2020 è stato una m***a». Giulio Ciccone lo dice con il sorriso, ma ha tutte le ragioni del mon­do per non aver vo­glia di voltarsi indietro. Aveva iniziato come nelle favole, con la vittoria del Trofeo Laigueglia in maglia azzurra, ma quella domenica di metà febbraio di nemmeno un anno fa ora sembra risalire a una vita fa. La vita che ancora non conosceva il coronavirus e tutto quello che si è portato ap­presso tra dolore, incertezza, crisi.
Cicco ha provato sulla sua pelle cosa significa soffrire a causa del Covid-19 e per colpa di questo maledetto virus, che ha messo alla prova tutto il mondo, non è riuscito a svolgere il suo lavoro come avrebbe voluto dopo infinite ore sui rulli e i sacrifici che richiederebbero tre stagioni in una. Il Geco d’Abruz­zo guarda avanti con un pizzico di fatalismo in più rispetto al passato, un na­so nuovo e la voglia di un’auspicata nor­malità. In maglia Trek Segafredo non vede l’ora di tornare protagonista al Giro d’Italia, la corsa che più ha nel cuore, al fianco di Vincenzo Nibali, l’amico campione che gli ha trasmesso la passione per... i Lego.
Ti sei messo alle spalle la stagione più du­ra di sempre.
«È stato un anno stranissimo, completamente stravolto dalla pandemia. Ab­biamo vissuto un’eccezionalità che ognuno ha gestito come ha potuto. La mia quarantena è iniziata ad Abu Dha­bi nel famoso hotel dell’UAE Tour nel quale sono scoppiati i primi casi, poi sono rientrato a Montecarlo e lì per 10 giorni mi sono allenato nella speranza che avremmo continuato a correre, fino a quando è iniziato il lockdown. Ho trascorso 50 giorni in un piccolo appartamento, completamente da solo, da cui sono uscito solo per fare la spesa. L’ho vissuta peggio di altri, mi è pesata parecchio, soprattutto a livello mentale. Il ciclismo virtuale mi ha salvato, se così si può dire. Mi sono messo alla prova, ho fatto fatica con gli amatori, li ho intrattenuti e mi sono te­nuto impegnato. Siamo stati catapultati in una realtà con abitudini e orari di­versi, ci siamo dovuti adeguare, fa­cen­do di necessità virtù. A maggio, con la possibilità di allenarsi nuovamente all’aria aperta e la prospettiva di un nuo­vo calendario, sono rinato. Quando tutto sembrava tornato più o meno alla normalità ed erano concentrate tutte le gare più belle, ho preso il coronavirus e addio».
Ripercorriamo quei giorni...
«Il Covid-19 mi ha travolto e steso quando nel mirino avevo Tirreno-Adriatico, Campionato del Mondo e Giro d’Ita­lia. Sono stato preso dallo scon­forto, non è stato facile accettare l’esito del tampone dopo tanti sacrifici e ri­nunce. Era stato già difficile gestire tut­ta la situazione, ripartire dopo lo stop forzato, dedicando tempo e impegno per prepararsi al meglio, ma prima della Corsa dei due Mari purtroppo è successo il patatrac. È stato uno smacco, quando finalmente iniziavo a stare bene sono stato costretto a fermarmi, ancora una volta. Ho avuto tutti i sintomi: stanchezza, febbre, perdita di gusto e olfatto, ma nulla di davvero gra­ve. Sono rimasto a casa e sotto controllo, ma anche una volta negativizzato il Covid mi ha lasciato un po’ di strascichi. In quei giorni di testa ero completamente “saltato”, vi confesso che anche se avevo tutti i sensi sfasati la pizza me la sono concessa perché “non ci sta­vo più dentro”».
Cosa ti resta di quell’esperienza?
«Quanto successo è stata l’ennesima prova che è importante lavorare bene e programmare tutto al meglio, ma il destino gioca un ruolo fondamentale. Basta un niente e salta tutto, sia­mo sempre appesi a un filo. Quando sono risultato positivo mi sono meravigliato perché fin dall’inizio sono sempre stato uno di quelli più attenti, non ho mai sottovalutato la gravità del problema, anzi ero terrorizzato, non solo per me ma soprattutto per le persone a me care. Mamma Silvana sta combattendo contro un tumore, mai avrei vo­luto portarle in casa questo nemico co­sì terribile. Sono sempre rimasto nella bolla, ho mantenuto le distanze, usato i dispositivi di protezione ma comunque l’ho preso. Anche nel Team Ineos, la squadra con il protocollo medico più restrittivo, ci sono stati diversi casi di positività. È un altro esempio che di­mostra che per quanto si possa stare attenti e si seguano tutte le precauzioni del caso, se sei portato lo prendi».
Ora hai paura o solo voglia di ri­scatto?
«Ho sempre avuto paura. So­no uno pauroso e non mi vergogno a dirlo. Quando siamo stati sottoposti ai primi tamponi ad Abu Dhabi e ancora non si sa­peva bene cosa fosse questo virus ho avuto paura, quando alla tv sen­tivo i numeri dei morti crescere in modo spaventoso ho avuto paura, sembrava sempre peggio. Nel 2017 quando sono sta­to operato al cuore ho avuto paura di smettere. È stato un anno pe­sante, brut­to, avevo perso fiducia, facevo una fatica pazzesca, al Giro fu un disastro, mi staccavo da cento corridori. Alla fine ero triste, giù di morale. Ma dopo una settimana era tutto passato. Io ho paura di tante cose, come volare in aereo, ma poi le affronto. Il mio in­cubo è il terremoto, a Brec­ciarola abbiamo vissuto quello dell’A­qui­la e quello di Ama­tri­ce. Non ab­biamo avuto danni grossi ma ab­biamo dormito in macchina per un bel pezzo. Ma ho paura anche dei temporali, sono sempre a disagio».
Dove hai trascorso le feste?
«Il 15 dicembre sono tornato in Abruz­zo per festeggiare il mio compleanno (ha compiuto 26 anni il 20, ndr) e Natale a casa, come tradizione vuole. Non c’è restrizione che tenga, cascasse il mondo a fine anno mi ritaglio appositamente del tempo per stare in famiglia. Per il 2021 desidero tornare alla normalità, purtroppo non dipende solo da noi. Non cerco riscatto in termini di prestazione o performance perché, nonostante tutto, ho sempre dimostrato buoni valori, ma ­cerco più fortuna. A livello agonistico voglio tornare super competitivo al Giro d’Italia per riscattarmi dopo la brutta figura di quest’anno. Con la squadra non abbiamo ancora definito i programmi, quindi non so se accadrà già quest’anno o tra due, ma spero quanto prima di po­ter disputare una corsa rosa come quella di due anni fa (nel 2019 vinse a Ponte di Legno, nel giorno del Mortirolo, si laureò miglior scalatore e poco dopo vestì per due giorni la maglia gialla di leader al Tour de France, ndr). Per raggiungere l’obiettivo mi sto allenando come sempre, lavoro giorno per giorno, con serenità, senza affrettare troppo le cose. Esage­ra­re è controproducente».
Intanto sotto l’albero hai trovato un naso nuovo...
«Dopo anni di attese e rinvii mi sono sottoposto ad un in­tervento di rinosettoplastica funzionale. Visto che nel 2020 ho passato più giorni in ospedale che in bici, mi sono fatto questo regalo (scherza, ndr). Era un problema che avevo da anni, ho preso la palla al balzo di questa off-season per forza di cose più lunga e mi sono detto “se non lo faccio questa volta, non lo faccio più”. Il setto ormai era completamente deviato e la funzionalità era estremamente ridotta. Se d’ora in poi non vedrete solo foto a bocca aperta, il merito è tutto del dottor Tito Maria­net­ti. In allenamento sento già il beneficio dell’operazione. Anche se è un percorso lungo, perché ci vogliono me­si per tornare al cento per cento, respiro molto meglio di prima. Chissà quando toglierò anche i punti interni...».
Come procede la preparazione?
«Mi sono concesso 33 giorni di stop. Fisicamente ero arrivato al limite, i po­stumi del Covid sono peggiorati correndo, la bronchite acuta che mi ha co­stretto al ritiro dal Giro d’Italia è stata la punta dell’iceberg di un corpo in sofferenza. Rispetto agli inverni scorsi sono ripartito con più calma, ho ripreso a pedalare e dopo due settimane già ho iniziato a sentirmi bene, an­che se la fatica in questi mesi è sempre tanta. Il 14 dicembre ho svolto un test al Centro Ricerche Mapei Sport di Olgiate Olona (Varese) che mi ha dato i riferimenti che mi servivano dopo uno stop così lungo. I valori emersi sono buoni, sia io che il team siamo contenti e tranquilli. Essendo questo virus ancora in parte sconosciuto nessuno sa quanto possano durare ed es­sere pesanti i po­stumi. Io però finalmente sto tornando alla normalità e sono felice».
Come hai trascorso i lunghi periodi chiuso in casa?
«Mi sono dovuto reinventare, dalla pri­ma quarantena allo stop forzato a fine stagione ho perso il conto dei giorni passati tra quattro mura. In più io sono uno che non riesce a stare fermo, perciò quando la bici è rimasta in garage, mi sono dedicato ai lavori di casa. Ho stuccato qualche muro e cambiato qual­che lampadina».
Sarà felice Cristina.
«Sì, anche se alla fine per impedirmi di smontare e ri­montare casa però ha as­secondato una mia nuova passione, i Lego. Ini­zial­mente mi sembrava un passatempo da bambini, ma a furia di vedere Vincenzo e suo fratello Antonio divertirsi con le costruzioni, ci ho provato anch’io. La mia ragazza durante la quarantena mi ha regalato una Porsche 911, il mio mo­dello preferito. Mi sono gasato così tanto che l’ho montata in un giorno. Poi ovviamente ne ho comprate altre, visto che di tempo ne ave­vo. È un bel modo per tenere la mente impegnata e rilassarsi e comincio ad avere la mia collezione...».

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