Editoriale
MA IL CONI DOV’ERA, MA IL CONI DOV’È? La Federazione Ciclistica Italiana è nell’occhio del ciclone dei Nas e della Guardia di Finanza. Il presidente Gian Carlo Ceruti e il segretario Alessandro Pica sono stati raggiunti da avvisi di garanzia, mentre il consigliere federale Maurizio Camerini, da sempre molto vicino al presidente, è stato posto agli arresti domiciliari. I vertici della Federciclismo sono chiamati a difendersi da accuse pesanti di doping-amministrativo (ammanco di 240 mila euro, frutto di crediti non incassati, e custoditi nella cassaforte federale) e di doping sportivo. A Camerini, responsabile del settore amatoriale, è stato contestato il reato di traffico di sostanze dopanti, ma sono in corso anche indagini da parte della Guardia di Finanza della compagnia di Padova per una serie di fatture che gli investigatori ritengono gonfiate e in qualche modo riconducibili a società che farebbero capo al dirigente di Rieti.
Insomma, la situazione è tutt’altro che piacevole. Camerini è chiamato in causa dalla sua ex compagna, la marciatrice Salce, che avrebbe spiattellato tutto. Il doping sarebbe stato suggerito e offerto proprio da lui, dal consigliere di maggioranza di una Federazione che ha fatto della lotta al doping la propria bandiera. E gli investigatori starebbero approfondendo le proprie conoscenze su tutto, anche sul sospetto dell’uso dell’antidoping come strumento di controllo: o fai come ti dico o ti mando il controllo. Se questo fosse provato, sarebbe davvero la fine.
In questo scenario, dove è bene precisarlo a chiare lettere siamo ancora nel campo dei sospetti e quindi della presunta colpevolezza, ci sono almeno due cose che non ci quadrano. La prima è la costante incapacità di dialogo da parte del presidente federale, che da sempre usa la clava per far passare la propria linea. La seconda è sul ruolo del Coni di Gianni Petrucci: dov’era in questi anni? Dov’è? Perché si è arrivati a questo punto? Non era meglio che la giustizia sportiva intervenisse tempestivamente per salvaguardare l’autonomia e la credibilità di tutto il palazzo? Ancora una volta, invece, lo sport ha perso una buona opportunità: dimostrare a tutti maturità, fermezza e rigore. Invece niente, ha dovuto entrare in azione la giustizia ordinaria per tentare di fare un po’ di chiarezza, laddove da troppo tempo non ce n’è.

PICCOLE NOTE SUL PICCOLO PRINCIPE. Tante sono state le lettere, le e-mail, i fax giunti in redazione per festeggiare Damiano Cunego, e tante, tantissime esprimevano un concetto base: la definizione di “Piccolo Principe” piace davvero parecchio. E il bello è che piace tanto anche all’interessato, che dopo aver parato diversi colpi, che lo portavano a valutare aironi e serpenti, con i suoi modi garbati ha fatto intendere a tutti che il soprannome di “Piccolo Principe”, almeno in questa fase, gli piace più di ogni altra cosa. Ma molti ci hanno anche chiesto: perché proprio “Piccolo Principe”? Da dove nasce questa definizione? Noi, molto volentieri, siamo pronti a raccontarlo, perché può essere utile sapere che dietro a questo nomignolo c’è un po’ di letteratura che non guasta e anche un po’ di noi, inteso come tuttoBICI. Ma andiamo per ordine.
Dovete sapere che il primo a ribattezzare il nuovo prodigio del ciclismo italiano come “Piccolo Principe” è stato Cristiano Gatti, storica firma di tuttoBICI, nonché inviato di punta de Il Giornale. Ed è proprio sulle colonne del quotidiano fondato da Indro Montanelli, che Gatti arriva a definire il bimbo prodigio “il Piccolo Principe”. Mai scelta poteva essere più indovinata.
“Le Petit Prince” nasce dalla fantasia di Antoine de Saint-Exupéry, autore francese, aviatore, che nel 1943 diede alle stampe quella che sarebbe diventata una delle fiabe più belle di Francia e del mondo. Ma come tutte le fiabe fatte per far sognare i bimbi, dietro si celano concetti e pensieri che fanno bene, molto bene anche ai grandi. Credete davvero che Pinocchio, il Conte di Montecristo, l’Isola del tesoro, i Ragazzi della via Pal, Il giovane Holden siano racconti per ragazzi? “Il Piccolo Principe”, un libretto piccolo piccolo ma davvero godibile e prezioso fa parte di questa ristretta schiera: quella dei libri per piccini che insegnano ai grandi concetti fondamentali. Il libro parla di un bimbo-aviatore dolce e stralunato, che un bel giorno giunge da un asteroide non ben definito a bordo del suo aeroplano sul pianeta terra e a causa di un’avaria, finisce in mezzo al deserto del Sahara. E sapete qual è la sua più grande preoccupazione per non dire il suo immenso rimpianto? Aver lasciato sola sul suo pianeta, la sua rosa, simbolo di purezza e amore. Tre sono quindi gli elementi sui quali si fonda la favola di Saint-Exupéry: un bimbo candido, una rosa rimasta sola, e l’inaspettata presenza in un luogo nel quale non ci si sarebbe mai aspettati di trovare un bambino (nel Sahara). Non vi sembrano elementi che riconducono alla storia di Damiano Cunego? Un ragazzino candido dal sorriso gentile, una rosa (la sua maglietta), e lui sul podio di Milano, tra persone festanti (non si pensava certo di vedere Damiano così presto sul gradino più alto del Giro).
In questa vicenda, oltre a Gatti e alla sua intuizione, entra in gioco anche la nostra Bibi Ajraghi, che l’ultimo giorno del Giro, si presenta con una copia del libro in questione: “Sai Pier, vorrei regalarla a Damiano...”, mi dice. Bell’idea, penso. Gli facciamo una piccola dedica, e lo regaliamo a quello che per noi era ormai diventato “il Piccolo Principe”.
È una piccola storia anche questa, fatta di fantasia e sensibilità. Non abbiamo grandi meriti: quelli vanno tutti a lui, a Damiano Cunego, che ci ha trasmesso sensazioni forti e soprattutto ha accettato con entusiamo questo nostro accostamento. Noi - in questo caso Cristiano e Bibi, artefici di questa vicenda - non abbiamo fatto altro che raccoglierle e dargli forma. Proprio come in una fiaba.
Pier Augusto Stagi
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