Sagan, più forte di tutto

di Pier Augusto Stagi

È l’uomo delle maglie, quello che per una ragione o per l’altra le veste in continuazione, perché è nella sua indole collezionarle. Se i dirigenti della Bora Hans­grohe non la prendessero come nella sostanza la prendono, avrebbero già avuto una crisi di nervi. Sagan, con i colori del suo team, in pratica non c’è mai. E il suo team di storie non ne fa. Nessun isterismo per i colori sociali in pratica mai vestiti dal campione del mondo, che da tre anni indossa invece la maglia iridata e di tanto in tanto anche questa viene co­perta da maglie di classifica come quella del Tour, come quella verde che Pe­ter ha portato a Parigi per la sesta volta in carriera.
Poteva essere già a sette, se solo un anno fa non l’avessero cacciato ingiustamente e con ignominia dal Tour per una presunta scorrettezza sul traguardo di Vittel (presunta gomitata a Ca­vendish, il 4 luglio del 2017, ndr). La sesta maglia è stata messa seriamente in pericolo nella diciassettesima tappa, quella che terminava al Col du Portet quando lo slovacco ha visto davvero in faccia la fine.
Il tre volte campione del mondo è caduto in discesa e a fine tappa ha fatto ricorso alla clinica mobile del Tour, la stessa in cui Nibali aveva cominciato a capire che la sua corsa, dopo l’Alpe d’Huez, sarebbe finita in anticipo. A Sagan quel giorno è successa una cosa per lui insolita: è caduto. Il ventottenne slovacco, che doveva semplicemente ar­rivare a Parigi per vincere la sesta maglia verde in sette Tour, già sua ma­tematicamente vinta con diversi giorni di anticipo, è finito nel bosco a metà tappa, nella discesa del Col de Val Louron-Azet. Al traguardo è arrivato 134° a 26’29”, e zoppicava. Ma che cosa è successo?
«Sono caduto da solo. Ho preso una curva troppo veloce e sono finito nel bosco. Ho battuto forte il sedere contro una roccia».
L’ematoma al gluteo era la cosa infatti che preoccupava di più, ma anche il commento di Daniel Oss, suo compagno di camera, era improntato all’ottimismo sul fatto di rivedere Sagan al via il giorno seguente: «È un animale».
Un animale che non si è dato per vin­to, che non l’ha data vinta alla “signora dai denti verdi”.
«Io sono uno che lotta, che è abituato a ingaggiare sfide continue - ha spiegato il campione del mondo in quei giorni difficili e complicati -. La­sciare dopo quello che mi è successo un anno fa? Lasciare dopo aver dominato la classifica della classifica a pun­ti? Non se ne parla proprio. A costo di morire in bicicletta, io a Parigi ci dovevo arrivare. Altro che storie».
La storia l’ha scritta lui, nuovamente, con un Tour superlativo. Tre vittorie di tappa, una più bella dell’altra.

LA ROCHE-SUR-YON.
Su questo traguardo, lo slovacco fa il pieno: vittoria di tappa e maglia gialla. Batte con il colpo di reni il nostro Son­ny Colbrelli. «Se ho avuto paura che mi rimontasse? - dice il 28enne slovacco della Bora Hansgrohe -. No. Allo sprint non c’è tempo di pensare. E poi, non ho paura di niente. Anzi, di qualcosa sì. Di notte, magari...».
Non si è trattato di uno sprint affollato come quello del giorno prima, firmato Gaviria. La vittoria se la sono giocata di fatto in dodici.
«C’è un corridore in meno per squadra, ma la sicurezza non è questione di numeri, bensì di persone».
È chiaro che la differenza l’ha fatta una caduta ai 1900 metri, in una curva a destra, a spezzare il gruppo. Tra gli al­tri, a terra la maglia gialla Gaviria, Mat­thews e Haussler, compagno di Nibali. La vittoria, con una dedica speciale.
«Lo dedico a mio figlio Marlon (Peter durante il Tour ha annunciato dopo soli tre anni la separazione da Ka­ta­rina: “Andre­mo ognuno per la nostra strada, rispettandoci l’un l’altro. È la decisione giusta, continueremo come amici. Siamo stati benedetti con l’arrivo di un bellissimo figlio, Marlon. La nostra più grande preoccupazione è per lui e faremo del nostro meglio per offrirgli le attenzioni di cui ha bisogno e saremo genitori devoti e amorevoli”, ndr), a cui porterò il leoncino di pelouche. Ma non sono emozioni paragonabili. Anche perché questa maglia gialla non la porterò a Parigi, semmai cercherò di conservare la verde».
QUIMPER.
In Bretagna centra il bis. La strapotenza del tre volte iridato Peter Sagan, al 2° successo di questa edizione (10° in carriera al Tour), ahinoi ancora davanti al nostro Sonny Colbrelli. Una piccola classica: sui 204,5 chilometri, 110 era­no di piccole salite e discese e arrivo su uno strappo (1 km al 4,8%). Come pensare che lo slovacco della Bora-Hansgrohe se lo potesse lasciare scappare? A soli 28 anni, Peter ha vestito per 90 volte la maglia verde dei punti, meglio di Erik Zabel.
«Ci eravamo parlati durante la tappa - rivela Sagan -. Gli avevo detto ‘Ehi Son­ny, non provare a sorprendermi’. Mi ha risposto ‘Dai Peter, almeno una voglio vincerla!’. Io gli ho ribattuto che non potevo perdere perché ho già fatto troppi secondi posti al Tour. Ma se Sonny continua così una tappa la porta a casa. Sta andando davvero forte».

VALENCE.
Con Nibali si sono scritti la sera dell’Alpe d’Huez, dopo la sua caduta e il conseguente ritiro. «All’inizio della carriera, avevo Vin­cenzo in squadra - dice Peter -. Abbiamo fatto tanti anni as­sieme. Adesso siamo amici. Mi di­spiace molto per quello che gli è accaduto. Anche a me sono capitati episodi simili. Però non mi sono mai fatto male al punto di ritirarmi. Cosa gli pos­so dire ora? Vincenzo, recupera presto. E vedrai che tornerai più forte per il Mondiale».
Il 28enne slovacco cala il tris di successi battendo a 69 km/h Alexander Kristoff (come al Mondiale di Bergen 2017) e Demare.
«Vale come un pezzo d’oro, dopo tre giorni durissimi e tanti che sono andati a casa». Nella classifica della maglia ver­de dei punti, il vantaggio che ha sul secondo (sempre Kri­stoff) si dilatando in maniera esponenziale: 398 a 170. Da lì in poi, caccia ad altri punti e collezione di maglie verdi. Così, tanto per scrivere un’altra pagina di storia.

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