Aru: «La mia ripartenza»

di Pier Augusto Stagi

Arrivare davanti ad Elia Viviani sarebbe già di per sé una notizia, soprattutto se a farlo è Fabio Aru, che in materia di velocità non è certo un docente e nemmeno un assistente di chiara fama. Ar­rivare con il veronese in una tappa di montagna, invece, non è un bel vedere: è un’aggravante, che ha gettato nello sconforto più profondo il campione di Villacidro.
«Nulla con Elia, anzi - ci dice il sardo alla vigilia della sua nuova ripartenza, proprio dopo lo stop del Giro -, ma quello è stato certamente il punto più basso toccato nella mia carriera di ciclista: rimanere nel gruppetto dei velocisti nella tappa di Prato Nevoso, non è stato bello».
Il punto più basso e difficile per un ra­gazzo che ha talento e che in questi anni ha fatto parlare per lui i risultati. Forse qualcuno ha la memoria corta. Ed è quindi bene ricordare alcune cose seppur sommariamente: terzo e secondo al Giro d’Italia; primo alla Vuelta 2015; sesto alle Olimpiadi di Rio; quinto al Tour un anno fa (con una vittoria di tappa alla Planche des Belles Filles), do­po essere stato l’unico a strappare, almeno per due giorni, quella maglia che è poi rimasta sempre sulle spalle di Chris Froome. 
«È chiaro che non voglio star lì troppo a pensare a quello che è stato, preferisco pensare a quello che sarà, e mi au­guro di cuore di tornare a pedalare sui miei livelli, che non sono certo quelli messi in mostra a maggio sulle strade del Giro - ci spiega il capitano della UAE Emirates -. Nell’ultima parte del Giro mi sono sentito completamente vuoto e anche gonfio, lo si vedeva bene anche dalle foto. Non ero io: ingolfato e senza forze. Gonfio probabilmente per un’eccessiva ritenzione idrica. Sta­vo bene la prima ora, proprio bene, poi più andavo avanti e più mi spegnevo: una cosa stranissima. Ormai lo sanno anche i muri, se ho una caratteristica è quella di non mollare mai. In quei giorni proprio non ce la facevo: per me la corsa rosa è diventata un calvario. La testa, solo quella, mi ha portato fino alla 19a tappa, perché le condizioni fisiche in cui ero mi avrebbero fatto fermare prima. Con “il capo” (Beppe Sa­ron­ni, ndr) abbiamo analizzato tutto per bene. Ne sono uscito rinforzato perché ho trovato un gruppo che ha creduto e crede ancora di più in me. E guarda che in certe situazioni non è as­so­lutamente scontato che ciò avvenga».
Com’è stato il rientro dopo il Giro?
«Non mi far essere volgare - dice ridendo -. Come vuoi che sia stato: ero livido, demoralizzato, anche mortificato per tutti i miei compagni di squadra, per lo staff, per tutti quelli che in questi mesi avevano lavorato ad un progetto e questo era fallito miseramente. Non è bello. Poi, come spesso accade, ci si rinfranca, si guarda avanti. Siamo ragazzi competitivi, e la sfida di risalire la china ci elettrizza, ci spinge a fare sempre di più e sempre di meglio. So­no stato due settimane senza toccare la bici, ma nel frattempo mi sono sottoposto a tutta una serie di accertamenti clinici: uno screening medico completo, da cui è emersa un’intolleranza al glutine e alla caseina, presente nei latticini e non solo. Non è celiachia, ma quando non sto bene, quando il fisico è sotto sforzo e c’è anche molta tensione, non assorbo bene pasta e carboidrati. Il glutine, si sa, c’è an­che nei gel e nelle maltodestrine che assumiamo in corsa. Così ho immediatamente limitato le quantità di pasta e carboidrati, ho eliminato anche i latticini. Ma è chiaro che tutti i mali non sono partiti solo da questo cortocircuito nutrizionale. Nel corso di tutta la primavera non mi sono mai sentito davvero bene. E allora pen­si, insegui, aggiusti, ti pare di fare sempre poco e intensifichi la preparazione. Arrivi a ritenere che sia necessario fa­re un ritiro in quota in più, invece probabilmente avrei fatto meglio a stare a casa. Ora però abbiamo dav­vero rianalizzato tutto, con lo staff medico e il gruppo di preparatori. Un vero e proprio consulto, nel quale ognuno ha portato le proprie conoscenze e i propri report».
Quindi avete ritrovato il bandolo della matassa…
«Una cosa è certa: fare sempre le stesse cose è sbagliato. Ho fatto molto, probabilmente troppa altura (tre ritiri sul Teide a febbraio e ad aprile prima del Tour of the Alps; sull’Etna a fine febbraio prima della Tirreno, ndr). Que­sto lavoro mi ha logorato il fisico e alla fine mi ha presentato il conto. Col­legialmente abbiamo deciso di restare a Lugano, a riposare e a riprendere i la­vori. Abbiamo inserito una corsa in più, il Giro di Vallonia. Ha ragione “il capo”: meglio correre, stare nel vivo del gruppo, assaporare il sapore della gara».
Hai seguito il Tour?
«Compatibilmente con i miei impegni, sì. Mi è parsa una corsa molto dura, sempre più stressante. Quella è una sfida pazzesca: se non ci sei mai stato, non puoi capire. Il Giro è duro, ma più uma­no, più governabile, può avere anche tappe più difficili, ma al Tour anche un semplice passaggio su un pon­te diventa complicato. Anche e solo per la quantità di gente che c’è sulle strade e che le ostruisce. E poi la posta in palio è elevatissima. Mi è spiaciuto un sacco per Vincenzo (Nibali, ndr), perché so cosa significa preparare un grande evento e poi lo vedi sfuggire via per una caduta che poteva essere evitata, per un tifoso che si sporge e ti tira giù con la tracolla della macchina fotografica».
Mai pensato, neanche per un momento, di andare in Francia per far parte anche tu della partita?
«È stata un’ipotesi molto seria - rivela Fabio -. Il carattere è quello che è, e io volevo dimostrare subito al mondo che quello del Giro non era il vero Fabio, poi però è prevalso il buonsenso, la ragione al cuore e all’istinto. Abbiamo preso una decisione saggia: meglio ri­posare, recuperare, per non gettare alle ortiche una stagione intera. Qualcosa da dire e da fare c’è. Il 2018 non è finito: Vuelta, Mondiale, classiche italiane, Lombardia. Spero di regalarmi e regalare qualche emozione anch’io».
Sei sempre stato a Lugano?
«Sì, con Valentina. Ho solo fatto in un paio di occasioni qualche serie di lavori al Sestriere, senza però dedicarmi a sta­ge prolungati. La maggior parte del lavoro l’ho svolta da solo. Qualche volta dietro moto, con Paolo (Tiralongo, ndr) o il mio amico del Sestriere “Thier­ry”».
Quanto tempo c’è voluto per risentirti a tuo agio, con sensazioni buone?
«Un mesetto. Se il fisico non reagisce, anche la testa non ti aiuta: ti corrodi e ti uccidi».
Visto che hai seguito il Tour, cosa pensi della cacciata di Gianni Moscon?
«Sono rimasto assolutamente sorpreso. Per quanto mi riguarda e per quanto ne so, Gianni è un grande atleta ed è un bravissimo ragazzo».
Tra pochi giorni la Vuelta, la corsa del ri­scatto, il primo e unico Grande Giro che hai vinto tre anni fa: con quale spi­ri­to torni sulle strade di Spagna?
«Con la voglia di tornare a divertirmi a stare in bicicletta. Voglio fare il pie­no di buone sensazioni. Voglio essere leggero e pensare giorno per giorno. È una ripartenza, ma non chiedermi dove voglio arrivare».

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