Rapporti&Relazioni
Il tesoro di Cipollini
di Gian Paolo Ormezzano

Non poteva esserci momento migliore, inteso anche come giornata pura e semplice, per Mario Cipollini ed il ciclismo: il titolo mondiale nel giorno in cui non solo non si gioca il calcio di serie A e si è già consumato da qualche ora quel poco che c’era ancora di automobilismo e motociclismo iridati, ma si critica acremente la Nazionale del pallone e si ha voglia per il nostro sport di azzurro forte, preciso, emozionante e commovente, pulito. Come quello dei ragazzi di Ballerini.
Il problema è non tanto sapere se questo momento speciale è stato da tutti intuito «di passaggio», ma se è stato sfruttato da quelli che, a conoscenza della preziosità di esso, vogliono anche bene al ciclismo e si sentono impegnati a indirizzare verso il suo - appunto - bene (qualcuno dice: verso la sua sopravvivenza) gli eventi fausti che ancora gli si verificano intorno, addosso, dentro. Dalle prime reazioni, anche quelle a caldo del 13 ottobre, ci pare di avere notato un compiacimento ciclistico soltanto per linee interne, senza cercar di dire qualcosa a quelli che stano «fuori», e per fortuna un buon riconoscimento dei meriti della squadra italiana della bici da parte dei calciofili e anche dei calciomani.

Merito soprattutto di quelli del calcio se Cipollini e C. per alcune ore sono stati positivamente, ammirativamente usati contro il calcio stesso, contro i calciatori dei troppi certificati medici esimenti, contro la mancanza, nel mondo del pallone, di uno spirito non diciamo nazionalistico ma almeno un poco patriottico, un poco riconoscente verso le nazioni nazionali di miliardi di vecchie lire, di milioni di nuovi euro. Insomma, sono stati quelli del calcio a dire che i ciclisti portano la maglia azzurra assai meglio dei calciatori. In un certo senso una ennesima occasione, e stavolta enorme, perduta dal ciclismo. Sia pure perduta in modo nobile, cioè frequentando il legittimo diritto di fare festa in famiglia senza dover portare troppa attenzione ai vicini.


Poi c’è Mario Cipollini inteso come Mario Cipollini, non come il ciclismo tutto. La mattina del 13 ottobre il primo quotidiano sportivo italiano, che è anche il primissimo del ciclismo, al quale amorosamente si allaccia addirittura organizzando il Giro d’Italia, ha ospitato una intera pagina di pubblicità, l’ultima, dove uno sponsor del campione offriva a colori il ritratto fotografico di Mario, un primissimo piano, e la grossa scritta «Oggi niente donne - Pedala!». Alla faccia della signora Cipollini, dello stesso campione al quale non pensiamo che l’iniziativa abbia fatto piacere, delle donne che pensano di dovere e potere essere frequentate in un modo che non le classifichi soltanto come oggetto di distrazione (sessuale) nociva ad un atleta, almeno nel giorno della grande prova. Al limite, la pagina può essere dispiaciuta anche ai sessuologhi avanzati, i quali escludono la possibilità che un certo tipo di distrazione, anche se portata alle estreme e complete conseguenze, possa nuocere alla prestazione sportiva (quando non arrivano addirittura a dire che, soprattutto o solamente per le donne, la stessa distrazione può evolversi in un buon affare sul piano psicofisico).

L’uso diciamo sexy di Mario Cipollini da parte della pubblicità ci aveva già creato dei pensamenti speciali a distanza dal Mondiale, chissà adesso che lui ha la maglia iridata. Naturalmente il campione è maggiorenne, vaccinatissimo, e può decidere a piacere di se stesso. Naturalmente il ciclismo deve essere grato a lui, e al limite anche ai suoi sfruttatori per come sono riusciti comunque, nel buio tempo appena trascorso, a presentare e spesso imporre il personaggio nello show business più spinto ma anche - pare - più imprescindibile. Naturalmente il ciclismo è grato a Cipollini che pochi minuti dopo la vittoria in prima e purtroppo isolata persona auspicava che il tutto si traducesse in vantaggi morali per il tartassatissimo nostro mondo della bici: questo è stato molto bello. Ma sarebbe bellissimo se, adesso che ha addosso la maglia iridata, Mario pubblicamente non se la togliesse mai, e pazienza se non viene più ritratto ed offerto come un antico eroe nudo. Anche perché scommettiamo con identica certezza sulla non pruriginosità dei nudi antichi e sulla pruriginosità dei nudi moderni.


Però esiste, deve esistere una remora nel rivedere il nostro comportamento del 13 ottobre. Felicissimi per Cipollini, si capisce, entusiasti della sua programmazione intensa e sapiente e persino astuta, ma intanto dispiaciuti del fatto che tutto il bilancio del Mondiale, se attivo o passivo, fosse affidato ad una sola gara, la sua, e intanto dispiaciuti del fatto di dover accettare, in cambio del trionfo nella prova massima, di scordare o comunque di riporre a parte le altre due nostre medaglie d’oro, di una ragazza e di un ragazzo, riconoscendo, implicitamente o no non importa, che in caso di mancato successo nella prova su strada dei professionisti avremmo archiviato in fretta triste anzi trista Zolder, «spostandoci» magari subito su qualche campo calcistico. In un disgraziatissimo anno di doping e di umiliazioni, il nostro ciclismo ha scoperto attraverso due giovanissimi di avere un futuro, attraverso un ultratrentacinquenne di potere stare dignitosamente nel presente. Non è il caso di stilare una graduatoria fra le due scoperte, ma di tenerle presente entrambe.

Gian Paolo Ormezzano, torinese, editorialista de “La Stampa”
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