MORI, IL MAESTRO DI STRADA

PROFESSIONISTI | 29/03/2017 | 07:15
Si è trovato a vestire i panni del grande vecchio quasi senza accorgersene: da 14 an­ni corre in formazioni World­Tour, ha il contratto in tasca anche per il 2018 eppure ricorda bene quanta fa­tica ha fatto per approdare tra i professionisti. Già, perché Manuele Mori è uno di quei corridori che ha rischiato di non passare perché “élite” e quindi considerato “vecchio” dal ciclismo italiano.
«Spesso nel nostro ciclismo c’è troppa fretta di far passare i giovani, si guarda all’età e non alla sostanza. Eppure an­che un coridore come Diego Rosa è passato da élite e oggi è alla Sky e lo stesso Fabio Aru ha potuto crescere tra gli Under senza fretta, così come è ac­ca­duto per il nostro Simone Consonni. Ognuno ha i suoi tempi, ci vogliono tecnici che sappiano capirlo, altrimentoi si corre il rischio di bruciare e di perdere dei talenti».

Un’analisi precisa, quella del toscano della UAE Fly Emirates, che vive a stretto contatto con i tanti giovani del suo team. Come ti trovi da “vecchietto”?
«Sempre meglio. La stagione è iniziata nel modo giusto e anche Michele Bar­toli, che mi segue nella preparazione, dice che con il passare degli anni vado sempre meglio. Io mi diverto, lavorare non mi pesa e finché resta questo stato di cose spero di continuare a pedalare. I giovani? Con loro sto molto bene e mi piace l’idea di insegnare loro il mestiere. La prima cosa che trasmetto è un insegnamento di papà Pri­mo: “imparate a rubare il mestiere, qualunque mestiere”. In genere mi ascoltano, quelli che non lo fanno o sono fenomeni e vanno con le loro gambe oppure hanno vita breve».

E in questi anni di giovani ne hai visti passare tanti.
«Davvero e ho avuto a che fare soprattutto con due fenomeni: uno è Diego Ulissi, l’altro è Adriano Malori, un grandissimo corridore, una delle perdite più grandi della no­stra squadra, a mio modo di vedere».

Poi?
«Valerio Conti. In Italia si parla poco di lui, ma ce ne sono pochi di corridori che hanno vinto alla Vuelta alla sua età e corrono con la maturità che mostra Valerio. E cito anche Mattia Cattaneo: è stato con noi quattro anni, ha avuto diversi problemi, ma è un grande corridore e sono contento che abbia iniziato bene la sua nuova avventura con la Androni. Se lo merita».

Quindi in Italia c’è del talento...
«Ce n’è, lo confermo, ma torniamo al discorso iniziale: non bisogna avere fretta. Non tutti hanno la fortuna di essere come Sagan, che pure ha dovuto lavorare tanto per arrivare ad essere il numero uno. Ne parlavo proprio in questi giorni con Matej Mohoric, che ha delle ottime doti ma deve avere pa­zienza e crescere piano piano. L’ho spiegavo a Conssoni come in passato ho fatto con Diego e Adriano: tra i professionisti in ogni corsa vi trovate ad affrontare i corridori più forti del mon­do. È normale che ci sia qualcuno che incontra più difficoltà di altri ad emergere. L’importante è riuscire a trovare col tempo la propria dimensione».

Come hai fatto tu, del resto.
«Io sono contento della strada che ho scelto. Non andavo nemeno male, ho fatto terzo a Plouay e decimo alal Sanremo, ma ho capito che non potevo essere un vincente e quindi mi sono dedicato al lavoro per la squadra».

E hai cresciuto Ulissi...
«Se solo credesse pienamente nelle sue potenzialità... Diego è il classico esempio di atleta che anno dopo anno ha sempre migliorato un po’. Tanti dicono che gli manchi il fondo ma non è affatto vero: prendete la prima vittoria che ha colro al Giro, beh era la tappa più lunga di tutta la corsa. E non è stata certo l’unica volta. In realtà credo che nelle corse di un giorno gli sia mancato un pizzico di cattiveria in più, ma sta lavorando anche su questo aspetto, ora corre molto più avanti, ci crede di più. E non dimenticate che è ancora giovane, il tempo è dalla sua parte: è stato settimo all’Amstel, nono alla Freccia Vallone, ha fatto settimo anche alla Parigi-Nizza e credo che le brevi corse a tappe possano eessere un bersaglio adatto per lui che è un corridore davvero completo».

Cosa ne pensi della scelta presa dal team di schierare Diego al via del Tour de France?
«Penso che sia giusto. Intanto al Giro per un corridore come lui, che ha già vinto sei tappe, non è mai facile: se vinci, fai una cosa normale, se vai forte e non riesci a conquistare un successo allora partono le critiche. E sono convinto che sia il momento giusto per scoprire il Tour: le salite di Francia sono molto più adatte a Diego rispetto a quelle del Giro e poi alla Grande Boucle le fughe “vanno via di gamba” e lui di gamba ne ha tanta. La decisione di non disputare il Giro, poi, gli permetterà di arrivare ancora più pronto alle classiche: con Michele Bartoli hanno rivisto il programma di avvicinamento che prima, inevitabilmente, doveva tenere conto anche della corsa rosa, mentre ora si potrà avere una gestione più mirata».

Cosa pensi della nuova sfida della UAE Fly Emirates?
«Che siamo una bella squadra e che sin dall’inizio di stagione abbiamo dimostrato di essere un bel gruppo. Il fatto poi che Rui Costa sia riuscito a vincere l’Abu Dhabi Tour, che per i nostri dirigenti era “la gara” per eccellenza, è stata una ciliegina sulla torta. Ma non ci fermiamo qui e vogliamo metterne molte altre».

A fine stagione sarai contento se...
«Se Diego riuscirà ad emulare il mio babbo. Quando vince un mio compagno, io son felice come se la vittoria fosse mia e se Diego centrasse un successo di tappa al Tour (Primo Mori vinse a Grap la tredicesima tappa del Tour de France 1970, ndr) sarebbe davvero il massimo».

Paolo Broggi, da tuttoBICI di marzo
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