DOSSIER BAHRAIN MERIDA. PARLA NIBALI - 1

PROFESSIONISTI | 25/11/2016 | 07:05
Su il sipario sul Team Bahrain Merida. Ci siamo infiltrati nel primo raduno del neonato Team Bahrain Merida, la vera novità della stagione 2017, e finalmente possiamo svelarvi i segreti di questo progetto, fino a pochi giorni fa ancora misterioso e ap­parentemente molto lontano dall’Italia.
Ha preso il via ufficialmente dalla Croa­zia, e in particolare da Porec, dal 25 al 28 ottobre, l’avventura della formazione degli Emirati Arabi capitanata da Vincenzo Nibali. Insieme al campione siciliano abbiamo avuto modo di parlare con gli altri italiani ingaggiati dal team manager Brent Copeland, vale a dire Manuele Boaro, Giovanni Vi­sconti, Sonny Colbrelli, Enrico Ga­sparotto, Niccolò Bonifazio, Valerio Agnoli, Antonio Nibali e di conoscere meglio gli stranieri Heinrich Haussler, leader per le classiche del Nord, gli spagnoli Joaquim Rodriguez, Ion Izaguir­re, Javier Moreno, che avranno un ruolo chiave per i grandi giri, Jon Ander Insausti (cugino di Ion Iza­gir­re), Kan­stantin Siutsou, Borut Božic, Grega Bole, Ramunas Navardauskas, i promettenti Ivan Garcia Cortina, Do­men No­vak e David Per, vincitore del Fian­dre Under 23, e il biker Ondrej Cink. Assenti per motivi tecnici i “Lam­pre” Tsgabu Grmay, Luka Piber­nik, Chun Kai Feng e Yukiya Arashiro che si uniranno al gruppo dal prossimo ritrovo.

All’Hotel Valamar Diamant, corridori e staff hanno incontrato sponsor e partner tecnici per definire gli accorgimenti necessari per arrivare pronti all’inizio della prossima stagione. Abbiamo la fortuna di essere stati invitati a pedalare con loro (sulle nuovissime Merida studiate per la squadra), alla scoperta delle bellezze e dei prodotti tipici del­l’Istria, di assistere a questa prima pre­sa di contatto tra i componenti del team e di conoscere i progetti di questa squadra dalle grandi ambizioni. Venite con noi a scoprire cosa abbiamo scovato dietro le quinte...

«Un giorno di due anni fa ho ricevuto l’invito di trascorrere, prima del Dubai Tour, una giornata con il principe del Bahrain Nasser bin Hamad, triathleta molto appassionato di ciclismo che ave­va voglia di conoscermi e fare una pe­dalata insieme a me. Non mi costava nulla partire da casa un paio di giorni prima e non mi era mai capitato di ricevere una proposta del genere, perciò ho ritenuto importante rispondere positivamente. Da quell’incontro è nato tutto questo».
Vincenzo Nibali ci racconta la genesi del progetto Bahrain Merida con gli occhi che gli brillano dell’oro che campeggerà sulla sua maglia 2017 insieme al blu e al rosso dei colori della bandiera del Bahrain.

«Lo sceicco è stato molto accogliente e alla mano, più o meno siamo coetanei e questo ha reso tutto più semplice e me­no formale. Ha studiato a Londra quindi conosce il mondo europeo, mi ha presentato il suo staff, i ragazzi che escono in bici con lui, la sua tenuta, i locali dove pratica sport, abbiamo pe­dalato e pranzato insieme piacevolmente, infine ci siamo salutati. Dopo quel giorno non ci siamo praticamente visti per un anno. O meglio è venuto al Tour de France per conoscere da vicino com’è la più grande corsa al mondo ed ha assistito alla tappa che vinsi in solitaria a Fontcouverte-la-Toussuire, ma in quell’occasione non ci incrociammo. Ad un anno dalla nostra prima pedalata insieme è arrivata la proposta di allestire un team».

È venerdì, siamo praticamente al rompete le righe del primissimo ritiro della sua nuova squadra, prima delle meritate vacanze ma Vincenzo ha voglia di parlare. Anche se è da due giorni che non facciamo altro, è davvero entusiasta di questo progetto finalmente di­ven­tato realtà anche e soprattutto grazie a lui e ai suoi uomini.

La stagione è appena finita e già si ri­parte...

«Sì, ho chiuso ad Abu Dhabi e ora è tempo di pensare al 2017. Tutto sommato è stata una bella stagione, siamo partiti bene, siamo arrivati in crescendo fino al Giro, abbiamo centrato l’obiettivo. L’unico rammarico della prima parte della stagione resta la Tirreno-Adriatico, ci aspettavamo qualcosa di più ma lo scherzo del mal­tempo ci ha tirato il bidone. Nella seconda parte ci eravamo prefissati un grande traguardo: i Giochi Olimpici. Come preparazione l’abbiamo centrato, come risultato purtroppo no. Tutti volevamo di più, ma gli incidenti fanno parte di questo sport».

Hai rivisto la corsa di Rio 2016 in tv?
«No, ma non riguardo mai neanche quelle in cui vinco (ride, ndr). Mi chiedi che penso delle critiche ricevute da Cipollini? C’è sempre chi si vuole sentire protagonista e dire la sua, io accetto tutte le considerazioni ma ri­prenderei tutte le decisioni assunte in ottica Olimpiadi. È normale che quando Vincenzo perde o cade a tutti di­spiace e dà fastidio perchè si pretende il massimo ma questo è lo sport, sono cose che succedono. Capitano nella For­mula 1, nella moto GP, nello sci, nel calcio... Gli incidenti fanno parte del mestiere dello sportivo. In tutta la stagione non mi era successo nulla, nel finale, in un mese sono caduto tre vol­te. A volte neanche io riesco a darmi una spiegazione, sarà semplicemente un po’ di sfiga. Sicuramente non abbiamo tralasciato nulla per queste Olim­piadi, abbiamo studiato tutto del dettaglio, abbiamo rodato ruote e gomme, la velocità chiaramente era alta perchè ero in gara e non a pettinare le bambole. Non avevamo le radio, che sono un riferimento importante. Non sapevamo il vantaggio, non sapevamo chi avevamo dietro e nemmeno che il giro prima erano scivolati proprio in quel punto due corridori. Sapendolo, sarei stato più prudente ma ormai è acqua passata».

Dove sei stato in vacanza?
«L’anno scorso non ne ho fatte per niente perché volevo partire forte ma ora ne avevo proprio bisogno. Avrei dovuto tirare il fiato dopo le Olimpiadi, ma tra la caduta e l’intervento alla clavicola sinistra ho dovuto rimandare tutto. Sono stato al mare, nello zoccolo arabico, ho girato un po’ il Bah­rain con Rachele ed Emma, che in questo periodo si arrampica dovunque e non sta mai ferma, e la famiglia Agnoli. Poi mi sono sottoposto all’intervento per la rimozione del filo di Kirsch­ner (filo rigido e sottile che viene usato in chirurgia ortopedica per immobilizzare frammenti ossei migrati dalla loro sede originale, come nel caso della frattura scomposta della sua spalla, ndr) che mi dava un po’ di noia. Ora siamo pronti a ripartire con il ritiro e gli allenamenti tutti insieme. Il prossimo appuntamento sarà sempre in Croazia, ancora in Istria, qualche chilometro più a sud di Porec, esattamente a Rovigno, dall’8 dicembre. A quel punto le ferie saranno un ricordo e si comincerà a fare sul serio».

C’è uno sfizio in particolare che vorresti toglierti?
«In realtà no e poi quando sei fermo, come in questo periodo, bisogna stare attenti a non prendere peso. L’ultima volta che sono sceso in Sicilia per un paio di settimane mi sono concesso qualche granita e per un po’ con i dol­ci sono a posto. E prima di Abu Dha­­bi, la cosa più leggera che ho mangiato è stata la po­lenta taragna con il cervo, in un’escursione in montagna organizzata da Aru con Ulissi e gli altri del gruppetto di Lugano perciò qualche voglia culinaria me la sono già tolta».

Come ti è sembrato il clima in occasione del pri­mo ritiro?

«Le prime impressioni sono molto buone, siamo solo all’inizio ma mi pare un bel gruppo, c’è grande entusiasmo, ne ho parlato anche con Purito che si è sorpreso positivamente delle professionalità radunate. Il clima è molto disteso, c’è una grande organizzazione, sia­mo tutti contenti di essere qui, i giovani hanno grandi motivazioni e i più esperti sono pronti a mettersi in mo­stra nelle corse che contano. Ci siamo divertiti con una partirella a calcio Italia contro Resto del mondo, nella quale abbiamo perso per colpa di un gol di Siutsou. Dopo due anni che non tiravo un calcio al pallone, non avete idea del mal di gambe del giorno successivo (sorride, ndr). Mi sono rifatto nei tiri liberi al canestro, 3 centri su 4 lanci per me. Ho fatto valere l’esperienza accumulata da ragazzo nel ba­sket e nella pallamano. La cosa importante era divertirsi e fare gruppo».

Nell’iniziare un progetto da capo c’è più paura o più voglia di iniziare?
«Sicuramente più voglia perché gli stimoli sono innumerevoli. È vero che partiamo con un progetto completamente nuovo, ma abbiamo messo insieme persone molto preparate. Partiamo da zero ma già ben strutturati. La Me­rida ha già sostenuto grandi team perciò ci offrirà il giusto supporto, Brent Copeland arriva dalla Lampre, corridori e staff in gran parte provengono da top team, quindi di qualità ed esperienza ne abbiamo da vendere. Abbiamo un buon bagaglio, siamo compatti e vo­gliamo partire bene. L’idea di creare un nuovo gruppo era un mio desiderio, ci sono stati tanti rumors ma pochi fatti concreti, in Italia abbiamo sondato il terreno, provato a lanciare dei messaggi ma nessuno si è veramente fatto avanti, la strada più logica da intraprendere alla fine era questa. Nel nostro Paese nessuno ha avuto il co­raggio di scommetere su una squadra World Tour, è un momento difficile per l’economia e tante aziende anche se vanno bene, come Barilla (Paolo Ba­rilla è un grande appassionato), non se la sentono di effettuare un investimento di questo tipo, anche per motivi di marketing».

Soddisfatto della campagna acquisti?
«Sì, è stata importante. Ci sono stati avvicinamenti con tanti corridori, c’è chi ha creduto nel progetto e chi no. Non è stato semplice, inizialmente c’era una visione distorta anche per precedenti storici, era passato un messaggio non chiaro, c’era scetticismo attorno a questo progetto. L’unico corridore che però davvero mi dispiace non avere più al mio fianco è Michele Scarponi. Nelle ultime stagioni abbiamo costruito un rapporto anche al di fuori della bici. Nei giorni scorsi mi ha mandato un messaggio in cui mi diceva: “Ma che, sei andato in ritiro a giocare a pallone? Allenati che il prossimo anno ti darò filo da torcere”. Ecco, lui è fatto così. Riesce sempre a strapparti un sorriso e a stimolarti contemporaneamente».

Per la prima volta correrai in squadra con tuo fratello Antonio.
«Sì e ne sono contento. Ha già tanta pressione addosso: si affaccia in un mondo completamente nuovo, sa che deve tirare fuori qualcosa in più e di­mostrare di essere all’altezza di un team della massima categoria. Non gli si chiede di diventare un campione ma di lavorare. Siamo una squadra e si vince tutti insieme, da chi lavora a inizio corsa a chi finalizza al traguardo. È difficile prevedere la sua crescita, si deve formare ancora fisicamente, ci si aspetta molto da lui per il cognome che porta ma capiremo presto fin dove po­trà arrivare. In questo mini ritiro siamo stati in camera assieme, ma ho chiesto che nei prossimi sia messo con altri atleti, magari stranieri così che impari più velocemente».

Quale sarà il tuo programma?
«Le gare che mi piacciono sono sempre quelle, c’è una bozza di massima, sappiamo da dove partiamo ma non dove ci fermiamo. Il mio obiettivo è andare forte tutto l’anno (ride, ndr) e vincere un grande giro. Il Giro del centenario ovviamente mi affascina. Passare dalla Sicilia sarà stupendo. E sarà bello arrivarci con al fianco Visconti: siamo rivali fin da ragazzini ma fuori dalle corse tra noi c’è sempre stato rispetto. Le nostre famiglie si conoscono, c’era la rivalità di paese ma ora siamo insieme per una giusta causa. Tornando alla corsa rosa, dico subito che non è semplice. Ho guardato i nomi impressi sul trofeo senza fine e ce ne sono tanti che ne hanno vinto uno o due, ma dai tre in su sono pochi. Eguagliare campioni come Binda, Coppi, Merckx che addirittura ne hanno vinti 5 o Galetti, Bru­nero, Bartali, Magni, Gimondi, Hinault che sono arrivati a quota 3 non è per niente scontato. Un fuoriclasse come Indurain ne ha vinti “solo” due, stiamo davvero parlando dell’eccellenza del nostro sport».

Il motto della Bahrain Merida è “all team one goal”.
«Esatto. Saremo tutti uniti per un uni­co obiettivo: vincere, dare una buona immagine del ciclismo e del Bahrain in giro per il mondo. Il logo della squadra riassume il tutto: la ruota della bicicletta, i colori della bandiera del Bahrain, la grafica araba. Le bici con cui correremo mi piacciono tantissimo, hanno i colori che ho sempre amato. Il blu in tutte le sue tonalità è il mio preferito: dall’azzurro dell’Italia al blu del mio club giovanile che sta crescendo molto bene. All’interno c’è il rosso della passione e l’oro della medaglia più prestigiosa. Più avanti scopriremo tutti insieme la maglia, per ora posso dirvi che io la trovo bellissima».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di novembre
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