IL PASTO IN RWANDA. C'è una strada nel Bosco... GALLERY

PROFESSIONISTI | 21/11/2015 | 17:17
KIGALI (RUANDA) Bosco. C’è una strada nel Bosco. Ed è la strada della vittoria.
Jean-Bosco Nsengimana ha vinto la sesta e penultima tappa del Tour of Rwanda, e ipotecato la vittoria finale: a 120 km dal traguardo, il ventiduenne ruandese vanta 1’45” su Joseph Areruya e 2’28” su Camera Hakuzimana, altri due ruandesi. Molto per non perdere il sonno. Ma nella Rubavu-Kigali di oggi è successo tanto di tutto.

In cifre: 156,6 km, tre gpm di prima. In meteo: un tempo da Giro di Lombardia. In cronaca: pronti-via, 30 km in salita da quota 1522 a 2475, attacca Islam Shawky, 20 anni, l’unico dei cinque egiziani sopravvissuti. “Volevo la tappa – ha poi confessato – e tanto valeva provarci subito”. Si aggrega l’eritreo Tesfom Okubamariam. Ma Tesfom non ci crede e Islam molla. In discesa Islam ci riprova: i primi 20 km se li fa da solo, gli altri 50 (con un secondo gpm a 2129), con il diluvio. “Ero convinto di farcela, anche se non sono riuscito a trovare un compagno con cui dividere la fatica”.

Il gruppo non si fida, lo tiene al massimo a un paio di minuti, poi lo cattura. Evadono due eritrei: niente da fare. Finché tre ruandesi, più Tesfom, prendono il comando (e svettano sul terzo gpm a quota 2142), poi si forma un gruppo di 13, che si allarga a 23, e la selezione si fa nell’ultimo tratto in discesa, sulla strada alluvionata.

Se fin qui è stato un Giro dell’Appennino, da qui sarà un Giro delle Fiandre. Almeno come geografia, e anche come tempo, perché continua a piovere. Ai -6 la strada propone un primo muro, 700 metri, ma asfaltato. Davanti cinque ruandesi, fra cui Bosco; dietro, a una ventina di secondi, due eritrei e un etiope; e, a un minuto, altri sparsi. Ai -3 un secondo muro, 500 metri, ma di pavè. Un Koppenberg. Dietro i primi cinque la macchina del cambio-gomme si blocca e s’intraversa, le gomme slittano e stridono, e i corridori che sopraggiungono devono fermarsi, mettere i piedi a terra e, sulle pietre bagnate e scivolose, non riescono a ripartire. E’ il caos.

Un eritreo si toglie le scarpe e comincia a spingere la bici, scalzo. Gli altri tengono le scarpe, ma lo imitano correndo con la bici a fianco. In un punto in cui la strada si spiana prima di affrontare una parete – a occhio – al 20 per cento, saltano sulla bici e ripartono. Invece i ruandesi di questo gruppo rimangono in sella, spinti dal pubblico esaltato. Intanto Bosco, che probabilmente non sarebbe stato raggiunto, è già volato via, e con lui tappa e maglia.

All’arrivo è un delirio di folla: tracimanti dietro le transenne, stipati sui balconi, arrampicati sugli alberi, issati sui cartelloni. Con cinque nei primi cinque, e otto nei primi 10, i ruandesi vincono per k.o. tecnico anche se c’è stato un colpo basso. Ma quello che stavolta stupisce - e ferisce - è che, sotto lo striscione del traguardo, i corridori bianchi (e anche gli eritrei) vengono accolti con i “buuuuu”. “Non è la prima volta – dice Lukas Winterberg, 27 anni, svizzero, sesto di tappa e quarto di generale -. Anzi, è successo in tutte le tappe”. “Se la prendono anche con quelli che fanno gruppetto – aggiunge Sandro Muhl, 30 anni, svizzero -. Additati e derisi durante la tappa. A me era toccato anche lo scorso anno. E’ una cosa che mi fa arrabbiare, perché, e non solo nel ciclismo, non dovrebbe mai succedere. Il rispetto per gli sconfitti, per gli ultimi, per tutti, fa parte della cultura dello sport”.

Marco Pastonesi
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