TIRALONGO. «Aru ed io, che coppia»

PROFESSIONISTI | 03/11/2015 | 07:07
Ha dovuto tornare a casa do­po soli tre giorni, ma Paolo Tiralongo è sempre stato alla Vuelta. Non l’ha guardata in tv perché era troppa la sofferenza di non essere in gruppo, ma è sempre stato in contatto con i suoi ragazzi, Fabio Aru in testa, per far avvertire un po’ meno la sua assenza alla squadra e al suo figlioccio sportivo.
Il siciliano della Astana ha provato a sfidare il parere dei medici, che gli avevano consigliato il ritiro dopo la caduta e una notte difficile a seguito degli ol­tre 30 punti che gli sono stati applicati al viso: si è presentato al via nonostante un occhio tumefatto, non voleva in alcun modo abbandonare il Cavaliere dei quattro Mori con una Vuelta ancora tutta da correre, ma il dolore è stato troppo forte e anche il coraggioso Tira è stato costretto ad arrendersi. A Ma­drid però non è voluto mancare per nessuna ragione al mondo perché la vittoria di Fabio è anche merito suo.

Raccontaci, Paolo.
«Dalla Vuelta non è stato facile né ritirarmi né stare a casa. Non riuscivo a seguire le tappe in tv, ho seguito solo quella di Andorra e le ultime tre: mi innervosivo, stavo male, sai, ho fatto tanti sacrifici per arrivarci al top ed è tutto svanito in un attimo. Sapevo che la vittoria era nelle nostre possibilità quindi tornare a casa anzitempo è stata una grande delusione. Sen­tivo Fabio tutti i giorni prima e do­po la tappa, ma chiamavo anche gli al­tri compagni Rosa, Cataldo, Landa e i tecnici. Non avete idea di quanto ho parlato con Martino (Giuseppe Marti­nelli, ndr) e Slongo. Mi sentivo partecipe e nei momenti in cui non stava gi­rando nel verso giusto mi sentivo in do­vere di rincuorarli, di tirare su il mo­rale della ciurma, di ricordare loro quan­to erano forti».

Per i festeggiamenti non potevi mancare.
«Vedere Fabio sul gradino più alto del podio di Madrid è stata una grande emozione. Lo ammetto, mi è scappata una lacrimuccia perché conosco i sacrifici che ha sopportato e quanta strada ha percorso per arrivare fin lì. Gli avrò ripetuto allo sfinimento che i sacrifici ripagano sempre nella vita, il suo risultato ne è una dimostrazione. Ritrovarsi a cena con tutti i ragazzi e la maglia ros­sa in mezzo al tavolo in un bel ristorante della capitale spagnola è stato proprio un degno epilogo di un progetto che parte da lontano».

Tu e lui avete un rapporto speciale perché sei uno dei pochi in grado di tirargli le orecchie. Come ricorda spesso Fabio, non ha bisogno di chi lo motiva ma di chi lo fa crescere rimproverandolo quando sbaglia.
«Sì, lo conosco da quando era un ra­gazzino, ho vissuto insieme a lui tutti i suoi anni fin da prima del professionismo, ho trascorso insieme a lui più tem­po che nessun altro quindi conosco i suoi pregi e le sue debolezze. So come prenderlo per tirarlo su e si fida ciecamente di me, per questo mi ascolta. Ci basta uno sguardo per capirci. Il martedì mattina dopo la fine della corsa era già a casa mia e abbiamo potuto parlare con calma di queste tre settimane ricche di alti e bassi. Ha vissuto giornate di crisi in cui era nervoso al­ternate ad altre in cui si sentiva da Dio. In questa Vuelta c’è stato un po’ di tutto, non è stato facile conquistarla, tutta la squadra ha dato il massimo».

Come è cambiato Fabio in questi anni?
«È cresciuto atleticamente ma anche come uomo. Oggi è una persona molto più convinta dei suoi mezzi. Per il re­sto è come lo vedete: un ragazzo semplice, tanto umile quanto determinato e professionale. Molto legato alla sua famiglia e alla fidanzata Valentina. Sa quello che vuole, è molto esigente, non lascia nulla al caso, è davvero meticoloso e contento solo quando ha dato il 100% di se stesso. Essere tutti i giorni al top non è facile, anzi è una pressione che in pochi sono in grado di sostenere. Lui è un leader nato. Come gli ho ripetuto più e più volte, a fare di un corridore un campione non sono solo le doti fisiche ma anche la forza mentale. La testa vale l’80% della prestazione ed è fondamentale soprattutto nelle giornate storte. Nel tappone con Aprica e Mortirolo del Giro, per esempio, Fabio ha dimostrato di avere una grinta fuori dal comune. Poteva naufragare, invece ha limitato i danni alla grande. Ecco, una giornata di crisi co­me quella l’ha senz’altro reso più forte. Lo stress? Non mi pare l’abbia subìto troppo, è il primo ad attendersi tanto da se stesso. Sa che rapportarsi con i me­dia e con i tifosi è parte integrante del nostro lavoro, lo fa volentieri e in squadra abbiamo chi lo può aiutare an­che per sbrigare questi impegni. Sicu­ra­mente il Giro di quest’anno e la Vuel­ta sono state per lui esperienze fon­damentali anche per imparare a ge­stire la pressione che si è creata attorno alla sua figura di corridore in piena crescita».

Cos’altro aggiungere sul vostro legame?
«A volte Fabio dice che sono suo fratello, altre che sono suo padre. È un po’ confuso, ma in effetti sono troppo giovane per essere paragonato a suo papà e troppo anziano rispetto al fratello. Fabio è un duro ma anche un te­stone. Lui ha le sue idee, io le mie, di­scutiamo ma senza mai arrivare a litigare. Il nostro è un gruppo solido, co­struito giorno dopo giorno, raduno do­po raduno, gara dopo gara. Stiamo as­sieme per lavorare e migliorarci. Altri aneddoti? Fabio è superstizioso. Vi sa­rete accorti che non ha mai pronunciato una volta la parola vittoria prima di raggiungerla... Porta al polso dei braccialetti uguali a quelli della fidanzata Valen­tina e non li toglie mai; quando è a tavola se rovescia il sale ne butta un pizzico alle spalle. Sul comodino tiene il telefonino e, a volte, i libri di inglese. A parte queste curiosità, va detto che Fabio è un predestinato. Ha una mentalità che fa la differenza. Chi si innamora delle corse di un giorno svanisce, quelli che hanno la testa per affrontare i Grandi Giri di tre settimane restano. Non sono tanti. In futuro vincerà mol­to, compreso il Tour de France».

Proprio al termine della Vuelta hai rinnovato per altri due anni il contratto con l’Astana: chi te lo fa fare di faticare ancora tanto a 38 anni?
«Se penso che quando ho iniziavo la mia carriera tra i professionisti Fabio andava alle elementari, mi accorgo di avere un’età da ciclopensionato (ride, ndr) ma parlando con mia moglie An­gela e anche con nostro figlio Salva­tore, che ogni tanto scherza dicendo che mi denuncia per abbandono perché sto troppo tempo lontano da casa, ho deciso di continuare. Voglio trascorrere altre due stagioni accanto a Fabio. Il suo gruppo l’abbiamo costruito noi, io e lui con Shefer e Martino, in questo ultimo anno e mezzo e sono convinto abbia ancora tantissimo da dare, io in primis. Sto bene, sono competitivo, quest’anno ho conquistato due vittorie (una frazione al Giro del Tren­tino e la tappa al Giro d’Italia con arrivo a San Giorgio del Sannio, suo terzo sigillo nella corsa rosa, ndr) e, allenandomi meno degli anni passati sto andando forte come non mai. La voglia di correre è la stessa di quando passai professionista nel 2000 con la Fassa Bortolo, quindi non ha senso pensare di appendere la bici al chiodo, non ancora. La verità è che non voglio andare avanti all’infinito, non voglio rendermi patetico, per rispetto del pubblico, dello sport che amo e di me stesso, ma ho ancora voglia di allenarmi e correre, di aiutare a vincere e di vincere in prima persona. Vino (il team manager Vino­kou­rov, ndr) mi aveva offerto anche al­tre possibilità ma io ho scelto di pedalare perché la corsa, dal gruppo, la vedi meglio che in ammiraglia e in qualsiasi altro posto. Davanti alla tv, l’avrete ca­pito, non mi diverto come in sella...».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di ottobre
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