TUTTOBICI | 19/10/2015 | 07:49 Ogni tanto anzi ogni poco trovo qualcuno che mi fa la domanda cosmica: qual è la più grande emozione che la frequentazione di tanto sport, e per tanti anni, ti ha dato? Ho la risposta classica, ho la risposta speciale. La prima è sin troppo facile: nel mio magico 1960 (il reportage per la morte di Fausto Coppi, la prima delle mie 24 Olimpiadi da giornalista, quella invernale di Squaw Valley, il Tour di Gastone Nencini, i Giochi di Roma: insomma, il decollo vero della mia vita di giornalista sportivo), ho assistito “dal vivo” al successo olimpico sui 200 di Livio Berruti, mio compagno di scuola, mio amico fraterno, mio sodale in tante cose. Ero lì, allo stadio olimpico romano, lui vinceva e io riuscivo a entrare sul campo e ad abbracciarlo e a piangergli addosso.
La risposta speciale è tutta ciclistica, ma necessita di una premessa. C’è ciclismo e ciclismo, e c’è il mio ciclismo, di 28 Giri d’Italia e 12 di Francia, che si appoggia anche per non dire soprattutto a esperienze e sensazioni speciali, minimalistiche, assolute per chi le prova, relative - ed è già tanto - per chi è chiamato a parteciparle, in questo caso il cortese lettore. Fra queste esperienze privilegio quella, molto ma molto mia, vissuta accanto all’amico steso per terra sull’asfalto (era la salita dell’Aprica, credo di ricordare bene) e non era caduto, semplicemente era disceso al suolo, posando al bici e poi sdraiandosi, vinto dalla stanchezza che era caldo speciale di quel giorno ma anche pesantore dei quarant’anni che aveva. L’amico era un ciclista del Giro d’Italia, si chiamama Wladimiro Panizza, lui e io ci trovavamo benissimo a parlare di un sacco di cose. Quasi sempre d’accordo, salvo quella volta della Gran Fondo, una corsa sperimentale da Milano a Roma non stop, agganciata ad un Giro d’Italia appena finito: poche ore di riposo e via per una tirata da tempi eroici. In auto avevo agganciato quelli della Gran Fondo sull’Appennino marchigiano, era un’alba livida, rimontai il gruppo compatto e fra i primi ecco Panizza che pedalava automaticamente robottisticamente e intanto si stirava denunciando scricchiolii e dolori vari a tutto il corpo. Gli dissi che aveva ragione suo padre a volere che facesse l’impiegato comunale e non il ciclista, mi aspettavo che reagisse con una battuta e invece mi gridò di togliermi dalla sua vista perché voleva uccidermi, e probabilmente non solo non scherzava, ma aveva pure ragione.
Inconsciamente il Panizza che sull’Aprica chiudeva la sua vicenda sana, onesta e anche gloriosetta di pedalatore specie da montagna, quel Panizza si allacciò per me a quello della Gran Fondo, che soffriva pedalando in un’alba quasi gelida. Quello mi diceva, lì sull’asfalto che era una sorta di suo palcoscenico “sdraiato”, le parole che altre volte mi aveva detto, ma che suonavano come ultime, definitive, sopraffacenti: tu ci canti, ma lo vedi che siamo anche delle bestie?!
Mai niente altro di così intenso, nello sport. Tanti “sì” frenetici e felici quando uno dei miei (molti, ho amato il ciclismo persino più dei ciclisti) tagliava il traguardo, tanti “no” di delusione quando a vincere era uno di cui mi importava poco. Il “no” speciale che urlai addosso al collega (Ruggero Radice detto Raro) che a Tortona, entrando nella stanza di locanda in cui tentavo qualche ora di sonno dopo una notte di edizioni straordinarie, mi disse che Fausto Coppi era morto da pochi minuti e si doveva tornare al lavoro. Allacciai quel “no” a quello che io ragazzino avevo urlato a mi padre quando mi aveva gettato addosso la notizia che erano morti quelli del Grande Torino.
E a proposito di “no”, sento ancora quello gridato a pochi centimetri da me. La donna, che mi stava seduta accanto sulla panchina della sala di attesa di un pronto soccorso, capì subito, quando da quella certa porta si affacciò un medico, le braccia allargate e il volto triste, che il suo uomo era morto, che come si temeva, quasi si sapeva, le ferite infertegli dall’auto che lo aveva investito erano letali, e mentre noi aspettavamo i medici tentavano una lotta inutile. Lei era Cristiana, la compagna di Gigi Meroni, grande calciatore del Torino, era una sera di domenica, autunno 1967, lui aveva giocato e vinto nel pomeriggio. Lei urlò un “no” perentorio di guerra al destino, Panizza mi snocciolava tanti no di resa, me li singhiozzava e mi chiedeva di non scrivere niente.
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