PROFESSIONISTI | 22/09/2015 | 07:02 Ha perso il conto dei secondi posti. La cifra che salta fuori contando quelli raccolti tra l’anno scorso (6) e la stagione ancora in corso (4), tra le prese in giro di amici e colleghi, avrebbe minato le certezze di qualunque velocista, invece a Giacomo Nizzolo ha fatto venire ancora più fame di vittoria. Per ribaltare una stagione che gli ha dato molto - tra l’altro anche la maglia rossa al Giro d’Italia - ma non quanto sente di meritare, il 26enne brianzolo in forza alla Trek Factory Racing è pronto a un finale di stagione impegnativo come non mai. L’ambizione dichiarata è di essere protagonista a Campionato del Mondo negli Stati Uniti.
A Richmond un secondo posto ti andrebbe bene? «Lì, sì (sorride, ndr). Conquistare una medaglia nella sfida iridata non sarebbe niente male, quasi quasi ci metterei la firma ma, come per ogni sconfitta, dipende tanto anche da chi e come ti batte. Se dovesse arrivare un secondo posto dietro a un corridore superiore a me e non avessi nulla da recriminare sarei felice, altrimenti no. Quest’anno i miei secondi posti non sono poi così tanti, ma tutti pesanti perché racimolati in corse di prestigio, Giro d’Italia compreso. Ormai non li conto più...».
Ricapitoliamo il tuo programma post corsa rosa. «Ho partecipato al Giochi Olimpici Europei di Baku, al Campionato Italiano e poi mi sono concesso un pochino di ferie, 12 giorni senza bici per ricaricare le pile. Dopo lo stacco sono andato in montagna, a Livigno, per riprendere gli allenamenti in altura dopodiché ho partecipato a Tour de Pologne, Eneco Tour, GP di Amburgo e Plouay. Quindi Parigi-Bruxelles e GP Fourmies, prima di partecipare con la nazionale a Coppa Agostoni, Bernocchi, GP Prato e Memorial Pantani. E adessop Richmond. L’ultima corsa dell’anno per me dovrebbe essere la Parigi-Tours. Colgo l’occasione per invitare tutti a un appuntamento per quest’inverno, al quale non mancherò cascasse il mondo: l’Ottobiano Sport Show che si terrà il 14 e 15 novembre alla Pista South Milano di Ottobiano (Pv). Si tratta di un evento benefico a cui parteciperanno campioni di tanti sport diversi e il cui intero ricavato verrà destinato alla Marina Romoli Onlus».
Pronto a vestire la prima maglia azzurra da professionista? «Prontissimo. In realtà nel 2012 sono stato riserva in loco a Valkenburg. Ero al secondo anno nella massima categoria, ero giovane ed entusiasta di vivere l’atmosfera affascinante di un mondiale. La ricordo come una bella esperienza, anche senza correre mi sentii parte della squadra perché si gareggiava senza radio e ai box avevamo già adottato il “sistema lavagne” per inviare messaggi ai ragazzi in corsa. Nelle categorie minori ho difeso i colori della nazionale più volte ai Giochi del Mediterraneo e ai Campionati Europei, mai a un Campionato del Mondo. La sfida iridata è senz’altro una corsa speciale ma che a mio avviso andrà interpretata senza troppa tensione, altrimenti rischia di diventare controproducente. Se non la si vive come una gara normale, c’è il pericolo che le gambe si fermino quando invece dovranno fare lo sprint perfetto».
Ti piace il percorso? «Sì, sembra impegnativo ma non proibitivo quindi è adatto per velocisti con le mie caratteristiche. Mi è stato raccontato metro per metro, mi sembra un bel tracciato, sicuramente dopo l’ultimo strappo ci vorrà una gran gamba per fare la volata. Ho lavorato per questo, sin dalle due settimane trascorse in altura. Per quanto riguarda la preparazione mi sono concentrando sulla distanza, allungando dopo qualche gara, e sul mantenere lo spunto veloce indispensabile per fare la differenza dopo quasi 260 km».
Pensando alle edizioni precedenti, il primo mondiale che ti viene in mente? «Madrid 2005, vittoria di Tom Boonen. Penso che a Richmond potrebbe verificarsi uno scenario simile a quello di dieci anni fa. Mi immagino una corsa incerta fino alla fine, con una quarantina di corridori a giocarsi la maglia iridata in volata».
Essere il numero 1 al mondo è il sogno di ogni piccolo ciclista... «Certo ma da bambino io gareggiavo con le minimoto e volevo diventare un motociclista. I miei genitori però, notando che passavo più ore in sella alla bici che alla moto, al mio settimo compleanno mi hanno regalato l’iscrizione al Velo Club Sovico, la squadra del paese. Ho iniziato a pedalare prima solo per divertimento, poi pensando al professionismo. Prima gara in assoluto da G1, a Capriate. Come mi ero piazzato? Sorprendentemente non secondo ma settimo o giù di lì (ride, ndr)».
Cosa rappresenta per te il ciclismo? «Corro in bici perché amo la competizione, quello che più mi rende felice del mio lavoro è il piacere di confrontarmi con me stesso e con gli avversari. Passare professionista è stata la realizzazione di un sogno e il frutto di tanti sacrifici. Ormai sono al mio quinto anno nella massima categoria, le ambizioni sono cresciute con me».
Cosa ti passa per la testa quando sei in volata? «Adrenalina pura e concentrazione massima. In nessun altro momento della vita sono così focalizzato su un obiettivo e mi impegno così tanto per raggiungerlo. Una volta tagliato il traguardo se ho vinto provo felicità e un senso di liberazione, se perdo invece ripenso a cosa ho sbagliato».
Ti allena da tempo Luca Guercilena, team manager di Trek, che crede molto in te. «Con Luca si è instaurato fin da subito davvero un bel rapporto, con lui riesco a lavorare al meglio così come con gli altri tecnici della squadra. Oltre ad essere un ottimo preparatore è un grande motivatore, per me questo è molto importante. Le gambe contano, ma spesso è la testa a fare la differenza. In Trek mi trovo benissimo, anche l’anno prossimo vestirò questa maglia».
Le tue ambizioni per l’appuntamento iridato? «Il mio obiettivo è svolgere al meglio il ruolo che mi verrà dato, sia che venga designato come punta veloce che se dovessi lavorare prima del finale. La mia aspirazione è fare bene, essere un uomo di riferimento tra gli azzurri e, se ne avrò l’opportunità, voglio mettere in scena la miglior volata possibile. Come ogni anno il mondiale dipenderà molto da come imposteranno la gara le nazionali di riferimento. Se l’interesse di più squadre sarà “fare la guerra” mi immagino spuntare Greg Van Avermaet, quest’anno davvero in stato di grazia, o Philippe Gilbert. Se al contrario l’interesse delle selezioni più accreditate sarà di “addormentare” la corsa, allora la gara sarà chiusa a velocisti di fondo. Metto due nomi davanti a tutti: Degenkolb e Sagan».
Se sarai tu a disputare la volata per l’Italia, a chi prenderai la ruota nel finale? «A John Degenkolb perché tra i favoriti sarà quello con la squadra più organizzata. Sarà lui l’uomo di riferimento, senza dimenticare Peter appunto, ma anche Kristoff e tutti gli altri uomini da classiche. Tra gli azzurri Ulissi dovrebbe essere la nostra punta nel caso la gara diventi dura e possiamo contare su più uomini veloci. Non penso che saremo noi a dover far esplodere la corsa, anzi noi dovremo essere bravi a sprecare il meno possibile in vista del finale. Non partendo favoriti, converrà sfruttare il lavoro delle nazionali su cui ricadono le maggiori responsabilità come spesso è toccato a noi, giocare le nostre carte al meglio e servire ai nostri avversari una bella sorpresa finale».
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