IL GIRO DELLA MENTE: NEUROSCIENZE, COMPORTAMENTO UMANO E PERFORMANCE NELLA CORSA PIÙ DURA DEL MONDO - 2

APPROFONDIMENTI | 28/05/2026 | 08:40
di Michele Grotto

Siamo a Milano, è domenica 24 maggio, 35 gradi all’ombra. All’inizio, sembrava una delle tante fughe. Nel pullman, c’era la radio corsa in sottofondo, i distacchi che salivano e scendevano, qualcuno che guardava il monitor senza parlare troppo, qualcuno che cercava quasi di non illudersi.


Nel ciclismo professionistico succede spesso: ci sono fughe che nascono già con una data di scadenza addosso e altre che, lentamente, cambiano atmosfera. Quella di domenica scorsa, nella tappa Voghera-Milano, apparteneva alla seconda categoria. Perché a un certo punto succede qualcosa. Una cosa quasi impercettibile, ma che chi vive il ciclismo da vicino riconosce subito: la fuga smette di essere una speranza e inizia ad apparire come una possibilità concreta.


Ed è lì che cambia tutto. Fuori continui a vedere le stesse cose: i cambi regolari, il vantaggio, il gruppo che rincorre, i chilometri che scorrono. Ma dentro la testa cambia completamente il modo di leggere quello che sta succedendo. E questa, probabilmente, è una delle cose più affascinanti del ciclismo.

Le ricerche nel mondo delle neuroscienze e delle scienze comportamentali a tal proposito hanno scoperto qualcosa di molto interessante: il cervello umano non reagisce ai risultati in senso assoluto, ma reagisce in senso relativo. In altre parole, in base alla possibilità dei risultati e al termine di paragone che abbiamo in mente. Sembra una sfumatura, ma in realtà cambia tutto.

Perché finché una vittoria resta lontana, addirittura improbabile, allora la mente la gestisce in un modo. Ma quando quella possibilità inizia improvvisamente a sembrare concreta, allora aumenta la tensione e aumenta il peso emotivo di ogni chilometro: la mente comincia a considerare per davvero la possibilità della vittoria, e modifica quindi il modo in cui interpreta ciò che succede e i risultati che ottiene.

Insomma, mentre il corpo continua a fare il suo lavoro, la testa inizia a muoversi avanti nel tempo. Simula finali, si preoccupa, anticipa scenari (tanto negativi, quanto positivi: spetta a noi orientare i nostri pensieri nel modo che riteniamo più utile): “E se oggi succedesse davvero?”.

Un esempio? Il pianto di Mirco Maestri a fine tappa, arrivato secondo di appena mezza ruota dopo un’incredibile fuga, assieme a Fredrik Dversnes, Martin Marcellusi e Mattia Bais. Quel pianto infatti non era tanto per il secondo posto (che di per sé è un risultato eccellente, a seguito di una performance oggettivamente straordinaria dall’inizio alla fine, per la bellezza di 157km), quanto per il peso del “quasi”, ovvero il costo invisibile di una possibilità che, per qualche chilometro, aveva iniziato davvero a sembrare reale e a portata di mano.

Ed è proprio in queste situazioni che, tanto nel ciclismo quanto nella vita, la nostra mente può metterci il bastone tra le ruote e sabotarci, anziché giocare a nostro vantaggio.

La nostra mente tende infatti a lasciare aperte soprattutto le occasioni sfiorate. Quelle che potevano diventare qualcosa, ma che non si sono concretizzate. Quelle che continuiamo inconsciamente a riscrivere nella testa anche ore dopo, anche quando ci stendiamo a letto la sera e – nonostante gli occhi siano già chiuso da un pezzo – continuano a passarci davanti, come un film che si ripete all’infinito.

E allora lì iniziano le domande: “E se avessi aspettato? E se avessi anticipato? E se…? E se…? E se…?”

Tecnicamente, questo meccanismo cognitivo viene chiamato pensiero controfattuale, ed è quella tendenza della nostra mente a costruire continuamente versioni alternative della realtà, anche quando un determinato risultato ormai appartiene al passato.

Ed è probabilmente uno dei motivi per cui alcuni “quasi” riescono a consumarci anche molto di più di tante sconfitte nette e immediate.

Ma c’è un altro aspetto forse ancora più interessante: molto spesso crediamo di soffrire per la realtà oggettiva (un secondo posto, un errore, una svista), ma la realtà dei fatti è che soffriamo soprattutto per il modo in cui interpretiamo quella realtà, la confrontiamo con le aspettative e le attribuiamo un significato. Come dicevamo: non è mai un giudizio in senso assoluto, ma sempre e solo in senso relativo.

Pensiamo, ad esempio, a quante volte un colloquio andato male, una trattativa sfumata all’ultimo oppure una relazione finita ci abbiano fatto soffrire non tanto per il fatto in sé, ma soprattutto per tutto ciò che, nella nostra testa, “avrebbe potuto essere”. Perché il cervello umano non si limita a registrare ciò che accade, ma continua costantemente a confrontare la realtà con le aspettative, con le alternative immaginate e con le possibilità sfiorate.

In fondo, forse, allenare la mente significa anche questo: imparare a non credere automaticamente a tutto ciò che pensiamo nei momenti di pressione, paura o fatica. Perché il cervello umano, in particolar modo quando è stanco o emotivamente coinvolto (proprio come al termine di 157 km sotto il sole cocente, oppure dopo una lunga e stressante giornata di lavoro in ufficio), non descrive
soltanto la realtà, ma la altera. Letteralmente, e costantemente.

E capire questa differenza, in ogni area della propria vita, cambia moltissimo il modo in cui affrontiamo le nostre salite, le nostre cadute e i nostri secondi posti. Perché la realtà è che quando riesci a cambiare il modo di guardare le cose, le cose che guardi cambiano.

Dovremmo ricordarci di questo, alla fine dei conti: è sempre e solo l’interpretazione che scegliamo di dare a quel che ci succede a determinare davvero l’impatto che può avere su di noi. È una delle illusioni cognitive più potenti che viviamo ogni giorno, dentro e fuori dallo sport (ne ho parlato anche in un approfondimento pubblicato recentemente sul mio canale Substack: Le 5 bugie che il cervello ti racconta ogni giorno).

Perché – specialmente nei momenti più delicati: quando la mente ci dice di mollare, quando gli ostacoli sembrano insormontabili, quando la gara si fa più dura del previsto - quel che succede A noi non deve necessariamente corrispondere a quel che succede IN noi.

Ed è proprio da qui che possiamo (anzi, dobbiamo) ripartire: dal modo in cui scegliamo arbitrariamente di osservare e giudicare i nostri risultati, le nostre performance, le nostre gare e in generale le nostre giornate. Perché un secondo posto può essere un fallimento dal quale non riusciamo a risollevarci oppure un traguardo incredibile, in grado di insegnarci lezioni preziose per ripartire ancor meglio e ancor più forti. Questione di punti di vista, questione di scelte.

Forse è anche per questo che il ciclismo continua ad avere qualcosa di profondamente diverso rispetto a tanti altri sport. Perché dentro certe immagini, come quella di Maestri a fine tappa (andata infatti virale sui social), non vediamo soltanto una corsa, ma vediamo prima di tutto esseri umani con i quali empatizzare, che cercano di gestire aspettative, pressione, fatica e speranza mentre tutto intorno continua a chiedere loro di andare avanti, senza tregua.

E allora, forse, quelle lacrime all’arrivo non raccontavano semplicemente un secondo posto (che, come abbiamo visto, può essere interpretato in modi diversi, molto diversi tra loro), ma ci raccontavano un insegnamento ancor più importante: da un punto di vista puramente neuroscientifico, non è mai la realtà oggettiva a determinare come stiamo, ma sempre e solo l’interpretazione che abbiamo della realtà a fare davvero la differenza.

PER APPROFONDIRE
Il Giro d’Italia racconta molto più di una semplice corsa ciclistica. Racconta il modo in cui pensiamo, scegliamo, reagiamo alla pressione e gestiamo la fatica quando la strada si fa più dura. Questi temi sono al centro anche di Accendi la mente (Bompiani), il libro scritto da Michele Grotto insieme a Ivan Basso, per ben due volte vincitore del Giro d’Italia. Un viaggio tra neuroscienze, comportamento umano, performance e grandi lezioni nate dentro e fuori dal ciclismo professionistico.

Clicca qui per scoprire di più.

2 - continua

Michele Grotto è architetto delle scelte e behavioral strategist. Si occupa di scienze comportamentali applicate, processi decisionali e miglioramento della performance umana. Ha fondato BrainHacking® ed è coautore, insieme a Ivan Basso, del libro “Accendi la mente” (Bompiani).


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