PREPARAZIONE. Menaspà e la difficoltà dell'allenatore

INIZIATIVE | 15/09/2015 | 14:29
Sala gremita all'AIS European Training Center di Gavirate (Va) per il convegno “Ciclismo professionistico: teoria e pratica”.
Con l'introduzione di Warwick Forbes, direttore dello splendido centro dello sport australiano che sorge sul lago di Varese, si sono susseguiti i vari relatori: Fabio Vedana, preparatore atletico di fama internazionale; Luca Guercilena team manager della squadra di World Tour Trek Factory Racing; Hedda Giorgi (University of New England), Antonio La Torre professore e ricercatore all'Università degli Studi di Milano; Mick Drew e Nathan Versey (Australian Institute of Sport); Paolo Artuso (Mapei Sport) e Paolo Menaspà (Edith Cowan University).

Menaspà, 35 anni di Castellanza, laureato in Scienze Motorie nel 2004, sette anni di lavoro al Centro Mapei, una spiccata verve nella conversazione che sa rapire chi ascolta, ci spiega i motivi del convegno.
«La conferenza è nata da un'idea mia e del professor La Torre per dare un contributo al territorio che ci ospita, e non dico solo il Varesotto - dove abbiamo tenuto il convegno in questa struttura bellissima - ma anche la vicina provincia di Milano. Abbiamo inteso in questo modo restituire qualcosa a questo territorio così vicino al ciclismo. E poi era l'occasione per trovare e per contattare studenti di scienze motorie che possono essere interessati al ciclismo, che siano intenzionati a fare alcune ricerche, che siano propensi a collaborare, a sviluppare qualche progetto nel futuro con noi. Con La Torre ci siamo detti: se arrivano una decina di studenti e almeno un paio restano fino alla fine della conferenza, è un successo perché significa che nel 2016 magari potrebbero anche fare una tesi sul ciclismo. Abbiamo avuto più di 40 persone ed è stato sicuramente un successo. Uno dei motivi del mio intervento al congresso è stato proprio quello di dare un messaggio molto pratico: all'Università di Milano non esiste formazione sul ciclismo. Quindi ho voluto dare l'idea di cosa bisogna fare per entrare in questa realtà, nella quale bisogna essere in grado anche di adattarsi a tante cose: essere disponibili, a volte, a lavorare fino a tarda notte oppure svolgere a volte mansioni non precisamente qualificate come preparare i panini per la corsa del giorno dopo. Tutte cose che ti servono per far parte della squadra, ti fanno entrare nel gruppo, ti fanno guadagnare fiducia e rispetto. E solo quando si vive fianco a fianco con tutti, allora si guadagna la fiducia del coach che “perde tempo” ad ascoltare le tue proposte».

Hai detto che il vostro ruolo di sport-scientist all'interno di un team ciclistico è di “filtro”, una posizione abbastanza unica perché vi trovate a parlare con tante persone, praticamente con tutte le componenti del team: dal manager al medico, al psicologo, al meccanico, al fisioterapista, al massaggiatore ecc ecc. Tante figure che tra loro non spesso non si parlano e talvolta non si conoscono nemmeno. Qual è la difficoltà maggiore nel dover parlare con le diverse componenti della squadra tutte, come è facile intuire, un po' “gelose” del proprio compito?
«Domanda molto opportuna. E' proprio questa la nostra difficoltà. Noi ci ritroviamo all'Istituto dello Sport a lavorare con scienziati che sono leader nel loro settore, che hanno una comprensione eccezionale di quello che è la scienza, ma che magari non sanno comunicare i risultati ottenuti al team manager o al direttore sportivo, che ha bisogno e vuole quei dati per riuscire poi a migliorare le prestazioni dei suoi corridori. Perché il coach, come ha giustamente sottolineato Luca Guercilena, guarda tutto dal punto di vista del migliorare le prestazioni dei suoi atleti. Lo scienziato quando parla sta “sognando in grande”, sta prospettando delle idee che si tramuteranno in realtà nell'arco di un paio di anni: bisogna trovare i soggetti per lo studio, trovare i fondi per fare lo studio stesso, fare le analisi statistiche, tentare di pubblicarle su una rivista scientifica. Quindi passano molti mesi prima di tradurre il tutto in pratica e di conseguenza per arrivare ad ottenere il miglioramento delle prestazioni, che è quello che poi interessa al coach e al team. Il nostro lavoro è parlare con tutti, tentare di capire qual è il progetto migliore, parlare col coach del team ciclistico e verificare la sua disponibilità senza promettere nulla per evitare che abbia troppe aspettative. Solo nel momento in cui si vede che i risultati della ricerca portano ad ottenere tutti gli effetti programmati e di conseguenza sappiamo come migliorare i risultati degli atleti, solo allora bisogna dare il messaggio e passare alla pratica. Non è facile stare nel mezzo, gestire queste cose, ma è l'unico modo per fare la differenza per essere di vero aiuto ai team».

L'aver vissuto praticamente tutta la vita nelle due ruote quanto ti sta agevolando nel compito che hai definito non facile?
«Vivo nel ciclismo dal 1990, prima come atleta di bassissimo livello: una volta sceso di sella, sono sempre rimasto nel mondo della bicicletta. Ho avuto la fortuna di essere cresciuto all'interno dell'ambiente e questo mi ha aiutato probabilmente ad evitare tanti problemi. Adesso che sono nella posizione di fare da supervisore ad altri studenti mi rendo conto che una delle cose più difficili è selezionare e scegliere lo studente giusto».

da Gavirate Valerio Zeccato
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