Repubblica rivela: anche Cipollini fra i clienti di Fuentes

| 24/08/2006 | 00:00
Uno scoop del quotidiano Repubblica, a firma di Eugenio Capodacqua, scuote nuovamente il ciclismo italiano. Nelle indagini spagnole dell'Operacion Puerto, infatti, sarebbe coinvolto anche Mario Cipollini per la stagione 2002, quella culminata con la conquista del Mondiale a Zolder. Ecco l'articolo di Repubblica intitolato: «Nome in codice: Pavarotti - Cipollini nel dossier doping» di EUGENIO CAPODACQUA ROMA - Birillo, dal nome del cane, per Ivan Basso. "Zapatero" con una facile assonanza per Michele Scarponi. El Bufalo per lo sbuffante (in salita) spagnolo Gutierrez, secondo all'ultimo Giro. Figlio Rujcio (figlio di Rudi Pevenage, il suo mentore), per Jan Ullrich. Non brillavano certo di fantasia nell'appioppare nomi in codice agli atleti che secondo la Guardia Civil spagnola frequentavano Eufemiano Fuentes e i suoi collaboratori, al centro dello scandalo doping (Operazione Porto) che ha portato alla esclusione dal Tour dell'italiano in maglia rosa, del tedesco e di altri atleti di primissimo piano. Fra i tanti soprannomi c'era anche un certo "Pavarotti", come il celebre tenore, un nome in codice, dietro cui la Guardia Civil spagnola sospetta si nasconda un grande dello sprint passato: nientemeno che Mario Cipollini, il "tenore" per eccellenza delle volate, ritiratosi dall'agonismo nel 2005 dopo 17 stagioni "pro" e 189 vittorie. Nei documenti sequestrati a Fuentes il nome di Pavarotti figura in particolare evidenza nella stagione 2002, accanto a prescrizioni di prodotti dopanti e di pratiche varie. Lì, a Madrid, in quei laboratori dove furono sequestrate 200 sacche di sangue e farmaci dopanti di ogni tipo, del resto, ci si andava per un solo scontatissimo motivo. Quella stagione, come noto, fu straordinaria per lo sprinter toscano già "cliente" in passato del discusso Michele Ferrari, il medico coinvolto in numerose vicende doping. Proprio quell'anno conquistò 14 vittorie, fra cui Milano-Sanremo, Gand-Wevelgem, sei tappe al Giro e tre alla Vuelta, e il mondiale di Zolder. Ma gli inquirenti spagnoli non hanno approfondito il "caso". Intanto, però, hanno svelato il "modus operandi" di Fuentes & C per il doping ematico. Ogni atleta si sottoponeva ad almeno un paio di prelievi nel corso dell'anno. Uno direttamente a Madrid, nel periodo lontano dalle gare. Il sangue veniva trattato e conservato nella capitale spagnola. L'altro prelievo veniva effettuato nella nazione dove si disputava la gara principale cui prendeva parte l'atleta. In Francia per il Tour, in Italia per il Giro, e così via. All'occorrenza il sangue veniva reinfuso direttamente in loco. Oppure bastava una rapida puntata a Madrid. In questo modo si evitava il rischio di far "viaggiare" le sacche di sangue attraverso le frontiere. Un meccanismo che rivela una vera e propria multinazionale dell'emodoping con "sedi" in varie nazioni europee: Italia, Francia, Germania (già appurati i rapporti fra Fuentes e un medico tedesco). Per l'Italia, gli spagnoli hanno puntato l'attenzione nella zona fra Brescia e Trento (combinazione: località relativamente vicine alle sedi di arrivo delle impegnative tappe montane del Giro, quando la reinfusione diventa più utile) e stanno indagando con la collaborazione di Nas e Finanza alla ricerca della "centrale" italiana.
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