PROFESSIONISTI | 20/12/2014 | 07:03 Oscar Gattoè l’uomo su cui ha scommesso, e anche forte, il Team Androni Giocattoli - Venezuela di Gianni Savio per il 2015. Lui, veneto trapiantato a Montecarlo, è nato il 1° gennaio 1985. L’abbiamo incontrato a Cesenatico in occasione del suo primo ritrovo con il nuovo team. Un approccio sornione, adeguato al cognome, tipico di uno che arriva senza voler subito svelare le carte. Ci vuole però poco a capire che, a dispetto dell’approccio, l’atteggiamento ed i pensieri sono quelli di un combattente bramoso di riscatto. «È vero - racconta con grande onestà davanti ad un caffè - la stagione 2014 è andata meno bene del previsto. Non voglio prendere come scusa quella che tutto il team ha reso al di sotto delle aspettative. Tanti hanno dato la colpa al nuovo preparatore di Cannondale (il tedesco Sebastian Weber, ndr). No, penso alla mia annata e faccio alcune considerazioni».
A questo punto si fa serio: «Sono partito male e poi tutto è proseguito in salita. Poi ho corso tanto, forse troppo (97 gare in totale) e non ho mai avuto sensazioni super». Il momento più basso lo ha vissuto alla Vuelta. «Dopo due settimane di gara ho lasciato la corsa a tappe iberica. Finito, nel fisico e nella testa. Il 2014 è terminato lì, non ho più toccato la bici». Nemmeno lo stimolo del Campionato del Mondo lo ha invogliato. «Mi sono confrontato con il CT che mi stava seguendo da tempo con attenzione, ho preferito essere onesto e chiamarmi fuori. Non andavo». Da una formazione WorldTour ad un team Professional. Per qualcuno potrebbe sembrare un passo indietro. Eppure Gatto ha accolto con entusiasmo la proposta di Savio. La trattativa è stata portata avanti dal suo procuratore, Moreno Nicoletti, e alla fine le parti si sono venute incontro. Per il corridore qualche rinuncia di tipo economico, per il team manager uno sforzo extra al budget. «Certo, qualcuno potrebbe interpretarla come un bocciatura - continua l’atleta che per l’occasione sfoggia un taglio di capelli da militare - ma io, per come è organizzato il team, non la vedo così. Per me cambieranno molte cose, a partire dalle ambizioni personali. Con Gianni c’è stima reciproca. Mi piace. Elegante nei modi e nella persona. Da subito mi ha ispirato fiducia». Nella formazione diretta da Giovanni Ellena ritrova inoltre alcuni suoi grandi amici come Marco Bandiera e Tiziano Dall’Antonia. «Amici anche giù dalla bici e questo mi carica ulteriormente». Si è parlato anche di interessamenti da parte di team stranieri. «Sì è vero, ma poi ho preferito l’Italia. Per il futuro però non si può mai sapere e per questo sto studiando l’inglese». Le lingue sono importanti, soprattutto per uno che vive a Montecarlo: una scelta strana per lui che non si presenta come un personaggio da copertina. «Che dire? Mi ha sempre attirato e quando ho potuto ci sono andato. Non sto certo a dire che lo faccio perché ci si allena bene. Mi piaceva e la mia compagna mi ha seguito. Una scelta importante per noi, soprattutto ora che abbiamo un figlio di un anno da crescere». Si potrebbe pensare che la vita monegasca possa portare a distrazioni, vista poi l’amicizia con Pozzato, che spesso è criticato per la sua condotta. «Non è così. La mia amicizia con Pippo non influisce sulla mia vita da atleta. Sono un tranquillone. Certo, anche a me piace uscire a cena, ma poi voglio rientrare e stare con mia moglie». La stessa indole da solitario la ritrova durante gli allenamenti. «Non sono tipo da uscite in gruppo. Ci sono sempre esigenze diverse: chi deve fare certi lavori e chi no. Per me va bene uscire un po’ con il gruppone, ma poi ognuno per la sua strada». Il pezzo pregiato della banda Androni è un bravo analista, obiettivo nei giudizi e bravo nello spiegare gli scenari futuri. «Voglio partire forte. La mia primissima parte di stagione arriva fino al Fiandre. Poi altura e recupero sperando nell’invito al Giro d’Italia». Due anni fa incappò nell’errore di correre un’intensa primavera, arrivando alla corsa rosa in riserva. «Credo di aver capito la lezione. Come dicevo, il mio programma è chiaro. Parto dall’Argentina col Tour de San Luis poi punto sul Belgio, senza dimenticare Sanremo. Sogno di arrivare nella top 10 delle grandi corse. Il massimo sarebbe top 5». Per essere competitivi è opportuno presentarsi al Nord con la giusta convinzione e cattiveria. «Ho una mia personale convinzione su come arrivare pronto. Credo che le gare vadano affrontate con rispetto e per questo è opportuno arrivarci al top. Non credo agli allenamenti in corsa per trovare la forma. In gara si deve andare determinati e cattivi. Se ci vai per allenarti perdi lo smalto, il colpo d’occhio per limare nel modo corretto. Insomma rischi di acquisire una mentalità perdente. È una questione di esercizio. La testa per un corridore è importantissima. Ora tutti guardano i watt, prima i battiti, magari in futuro ci diranno che non servono più. Se non hai la giusta grinta non vai da nessuna parte». Proprio la mentalità e l’approccio alla professione rischiavano di farla affondare nei primi anni di professionismo con il passaggio in uno squadrone come la Gerolsteiner. «Per assurdo in quel team si stava troppo bene. Zero pressioni. Tutto andava sempre bene. Quello era l’ambiente giusto per gente che sapeva fare la vita del corridore come Davide Rebellin. Io non ho saputo sfruttare l’occasione, ero rilassato, troppo grasso e i risultati si sono visti. Avrei avuto bisogno di una guida». La rinascita è avvenuta con il rientro in Italia, alla corte di Scinto. Inevitabile parlare del team del Pitone, soprattutto in questo periodo difficile. «Personalmente non ho nulla di cui lamentarmi, anzi mi hanno aiutato a togliere la ruggine del mio motore ed ho ripreso ad andare forte».
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