Lettera aperta di Claudio Santi, vicepresidente UEC
| 17/07/2006 | 00:00 Da martedì a domenica si disputano i campionati Europei di ciclismo su pista ad Atene, nella culla dello sport olimpico. Sarà l'occasione per discutere sui numerosi problemi del ciclismo e personalmente per terminare la mia esperienza di vice presidente del ciclismo europeo. Perché quando il tuo contributo è sterile, quando le tue opinioni vengono sopportate, nemmeno discusse, resta l’adeguamento per continuare a sedersi. A me la sola poltrona non interessa, e poi mi piace lasciare ad Atene, città in cui ho avuto il piacere di imparare le regole della Coppa del Mondo su pista nel 1997 (di cui ho diretto 6 prove), in cui è rinato lo sport nel 1896 e in cui ho avuto l'onore di fare il dirigente dello sport Italiano nelle ultime Olimpiadi, per le quali non ho voluto recepire nemmeno un euro, né per rimborsi, né diarie, né compensi (come per i quattro mondiali da capo delegazione della nazionale italiana), perché rimanga solo un esperienza di filosofia sportiva per me divina.
Ringrazio il presidente Holececk, una brava e corretta persona, gli altri colleghi vice presidenti, i consiglieri e il nostro segretario, persona gentile e di cultura: con loro mi sono trovato benissimo e mi mancheranno. Ringrazio e mi scuso con le 47 Federazioni, che molte delle quali mi hanno votato e rispettato. Ma senza il minimo rispetto della propria Federazione non si puo' proseguire, meglio impegnarsi per rinnovarla al più presto.
E ora dopo otto anni di Federazione Italiana e diciotto mesi Europei, ho ancora una settimana per cercare nei vari vertici alcune risposte a varie domande:
Doping
Pantani era un amico, Basso è un bravo ragazzo, e il movimento è in netto miglioramento, eppure ci si divide fra puri e peccatori. E i dirigenti tacciono o parlano per salvare loro stessi. Ma quando finirà l'ipocrisia? Siamo come nella rivoluzione francese, nessuno vuole la colpa anche se tutti ce l'hanno e bisogna punire qualcuno. La ghigliottina piace a tutti ma uno ad uno tutti ci finiscono sotto, una commedia che non fa ridere nessuno e che demoralizza gli appassionati. La verità è che un sistema applicato si combatte con la sincerità e una presa di coscienza, tutti insieme, altrimenti il più furbo vince e, preso lui, vince il più furbo che rimane o quello che lo diventa.
Il mio ciclismo è quello della scuola di vita per i ragazzini che scattano, scalano una vetta, percorrono un viaggio, provano i brividi della velocità in pista o l'immersione nella natura fuoristrada, non quello dove se ti fai, vai. Nel 1986 ho smesso di correre dopo dieci anni di attività e pochi mesi di professionismo (comunque vice campione Italiano dilettanti in carica), un professionismo dove i corridori non venivano pagati ma ricattati e dove venivi invitato a prendere qualche manciata di pastiglie. Quando sono arrivato in Federazione, nel 1996, i professionisti si erano organizzati con frigo nei camion contenenti EPO, e\o medicinali di alto livello sperimentati da Università e record dell'ora, con cambi di sangue compresi. La parola d'ordine era "se non ti aiuti, non vai". Poi le cose sono migliorate, controlli adeguati ai tempi, i corridori hanno accettato il controllo del sangue, introdotta con il loro consenso, la pur imperfetta norma sull'ematocrito, e allontanati un po' di stregoni. Ma la voglia di tornare ai "bei tempi" c'è stata e ha favorito il ritorno di chi da segretario della FCI e da segretario della LEGA in quei tempi aveva taciuto o meglio aveva parlato proprio ad Atene per sospetti movimenti di controllo per il rimpatrio del Giro d'Italia in nave, "meglio passare dalla Jugoslavia, sennò vi beccano".
Per fortuna c'è la giustizia ordinaria che ogni tanto ricorda un po' le regole di vita, sennò si tornerebbe a dormire con i cardofrequenzimetri per paura di morire dalla troppa densità del sangue e a fare i rulli di notte, come ai "bei tempi".
Per rimettere in bici ragazzini con i giusti valori e riprendere morale si deve capire che da questo tumore (doping) dobbiamo guarire.
Protour
Una bella idea, una brutta realtà, una categoria di livello superiore al professionismo a cui si era arrivati ci voleva, ma un circolo chiuso - dove chi deve coordinare e scrivere per poi far rispettare le regole voglia diventare parte dell'organizzazione - è una cosa brutta da vedere e immorale. Fanno bene gli organizzatori dei grandi giri a non accettarlo e dopo due anni di fallimenti farebbe bene l' U.C.I. ad abbandonare anche l'idea se non come base per discutere una nuova categoria d'elite del ciclismo che sia il punto d'arrivo per i giovani ciclisti e la vetrina delle grandi organizzazioni per la disputa di gare importanti da cui ricavarne pubblico, immagine e sponsor.
Piasta
Troppa specializzazione in questi dieci anni ha ridimensionato ulteriormente le gare e di conseguenza i corridori. Solo campionati in piste al coperto: sarebbe giusto se ce ne fossero tante, non una decina in Europa. Le gare dovrebbero avere una maggiore importanza anche per la categoria della squadra, sennò scattano i divieti di praticarla "tanto non conta niente". In Italia da juniores la pista viene di fatto proibita ad un corridore medio, come sperare di averne dei buoni d'elite?
A livello internazionale la concorrenza è salita di livello, specialmente da nazioni in cui la strada è poco importante come l'Argentina, l'Australia, la Cina, la Russia, l'Ucraina ecc., quindi diventa tutto più difficile e il solo linguaggio ormai obsoleto del "rilancio della pista" e l'«annunciazione» di un velodromo al coperto come un santuario per pregare non risolvono il problema. Speriamo che a Montichiari, di cui si parla da almeno cinque anni, si faccia: per diverso tempo avevo seguito i rapporti con il comune che mi sembra formato da persone convinte. Ma sarà un velodromo, per la pista è una medicina, non la soluzione del problema.
In Italia non si rispettano diritti e doveri
In qualche Federazione non si assicurano i corridori come si deve contro infortuni e malattie e noi, forse per paura di non prendere più il loro voto, lasciamo correre. In Italia non si rispetta lo statuto con il risultato che chi vince non è il presidente ma il padrone della Federazione, qualche ruffiano scodinzola, nessuno chiede chiarimenti, anzi applausi, articoli e proclami, come a "quei tempi", anche i baffetti del capo assomigliano. E così, i giudici di gara vedono nominata la loro commissione dall'alto senza tener conto delle consultazioni interne, i rappresentanti internazionali sono boicottati e ignorati in barba allo statuto, i campionati nazionali 2005 assegnati senza controllo antidoping obbligatorio per norma, Giro d'Italia dilettanti assegnato con un bando che se vince un nemico è applicato, se un amico modificato dopo l'effettuazione con eventuali sconti economico e regole diverse, e via di questo passo.
Fiorenzuola
Rimarrà il mio impegno per le gare giovanili e per il decennale della sei giorni delle rose, l'ho promesso alle migliaia di persone che ci hanno seguito quest'anno e alle mille che mi hanno aiutato nel progetto "Forza Peter". Lo meritano i miei collaboratori, le amministrazioni locali e gli sponsor, Fiorenzuola è un’isola felice, speriamo duri a lungo, dalla Federazione non cerchiamo il riconoscimento dei meriti, ma la difesa dei diritti.
Ed ora lasciatemi una settimana di ascolto e di lettura di risposte, se ci saranno, e un lungo successivo silenzio, per ripartire da capo e non dal capo.
«Quando ami veramente, ma non ti vogliono più, devi toglierti di mezzo e soffrire intensamente, solo così amerai per sempre». Il ciclismo per me è così.
Claudio Santi
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