PROFESSIONISTI | 04/09/2014 | 08:19 Ricordo, essendo presente quel giorno sui Campi Elisi, che “Martino”, - lo chiamavamo già così -, mi disse guardando con gli occhi lucidi Marco Pantani sul gradino più alto del podio: «Chissà quando potrò riassaporare una gioia simile. Ad un tecnico può capitare al massimo una volta nella vita». Si sbagliava. Nonostante quella vittoria datata 1998 sia stata seguita da tante altre pagine di storia triste e dolorosa, Martino ha rivissuto con composta emozione «una gioia immensa, che mi ha fatto toccare il cielo con un dito», per dirla con le sue parole. Giuseppe Martinelli è l’uomo che ha vinto 5 Giri d’Italia con 5 italiani diversi (Pantani, Garzelli, Simoni, Cunego e Nibali) e due Tour de France (sarebbero tre se non ne avessero tolto uno a Contador). E addirittura era già nello staff Carrera quando Stephen Roche vinse Giro e Tour nel suo magico 1987. Non fatelo parlare però di Marco e Vincenzo: se lo volete ferire questa è la domanda giusta. Se siete insensibili e il vostro cuore è lastricato di ghiaccio fate pure, lui non vi manderà a quel paese solo perché è una persona educata. «Non è il momento per fare confronti. E la gioia che provo in questo momento, non riesco neppure a trasmetterla. Forse è giusto così, è un qualcosa di intimo, è più bello che rimanga dentro il cuore».
Martino, che voto dai al Nibali di questo Tour? «Il voto massimo. È stato bravissimo, su tutti i terreni, proprio tutti. Grande in Inghilterra, dove si è vestito di giallo. Grande a la Planche des Belles Filles, grande a Chamrousse e poi il capolavoro di Hautacam».
Dove ha vinto questo Tour? «Tutti i giorni, un passettino per volta, ma nella tappa di Arenberg, dove è arrivato terzo, ha fatto qualcosa di speciale».
Tu il tattico, Slongo l’allenatore… «Bravo, usi i termini giusti. A me diesse non piace, so di tattica e faccio quella. Slongo ama definirsi allenatore, perché il termine preparatore è stato in questi anni sputtanato. A tale proposito, in un momento come questo, vorrei dirti una cosa. Ed è giusto che io la dica adesso, a bocce ferme, quando tutto è stato compiuto: Paolo (Slongo, ndr) si è rivelato fondamentale. Che fosse un ottimo allenatore lo sapevamo, ma in Francia è stato il nostro jolly. E quando dico jolly mi riferisco al fatto che non si è limitato a preparare le tabelle, ma è stato molto più importante di quanto possiate immaginare. Per Vincenzo, Slongo è qualcosa di più. L’ha aiutato a gestire la pressione, con la psicologia. È un ruolo delicato, ma Paolo l’ha svolto come meglio non avrebbe potuto fare».
Tu hai sempre considerato Vincenzo un fenomeno. «Credetemi, ha un motore da fenomeno. E quando gli gira tutto per il verso giusto, sono in pochi a poter pensare di batterlo» .
Tinkov non la pensa così… «Impossibile saperlo, ma una certezza c’è: un Vincenzo così avrebbe lottato ad armi pari in salita sia con Contador sia con Froome. E mi fermo qui, perché sono un tattico, non frate Indovino».
Qual è il tuo vero rapporto con Nibali? «È un rapporto diverso da quello che ho avuto con tanti corridori in passato. Non c’è più la stessa complicità, anche perché la vita ti mette di fronte a certe cose, e ti cambia. Prima mi innamoravo di loro, avevo un rapporto morboso. Forse eccessivo. Ora sono un tecnico, che vive le sue belle emozioni, ma cerco di difendermi, di non farmi sopraffare e travolgere». Mi vuoi far credere che il tuo rapporto con Vincenzo è solo e soltanto professionale?... «Tanta professionalità e una buona dose di cuore, ma un po’ meno di prima. E poi bisogna essere onesti fino in fondo. Quando Vincenzo è arrivato da me, alla fine del 2012, era già un campione. Non avevo troppo da insegnargli». Corridore di buon livello il Beppe - argento olimpico a Montreal 1976, da pro’ 3 tappe al Giro e una alla Vuelta - “Martino” era già nello staff della Carrera quando Stephen Roche nell’anno di grazia 1987 vinse Giro e Tour (poi l’irlandese fece tripletta con il Mondiale). Da allora è diventato un conquistatore di grandi corse a tappe. Nel complicato avvicinamento a questo Tour, con Nibali che pedalava a buon livello senza però trovare lo spunto vincente, i confronti serrati non sono mancati. Come per esempio alla Parigi-Nizza, quando Nibali pensava di poter vincere una tappa attaccando sullo strappo finale e invece Martinelli gli disse di provare da lontano. L’attacco non andò a buon fine. Nibali se la prese. «Ma io gli dissi che era giusto fare così. La condizione si trova per tentativi. È al Tour che dobbiamo vincere, non adesso».
Ma sei sempre stato tu ad insistere affinché Nibali, dopo l’ultimo ritiro in quota al Passo San Pellegrino, partecipasse al campionato italiano in programma in Trentino sabato 28 giugno. «Questo merito me lo prendo tutto, perché è così. Se fosse stato per Vinokourov non sarebbe nemmeno partito. Io invece credevo che avesse un valore profondo per la verifica del lavoro fatto con Slongo a San Pellegrino e soprattutto per la mente di Vincenzo. È come un bomber: da troppo tempo non segnava e aveva bisogno di una iniezione di fiducia. Era fondamentale e così è stato».
Pochi meriti invece nella seconda tappa del Tour, a Sheffield, in quel finale convulso, l’invenzione che ha condotto Nibali al primo successo di tappa e alla maglia gialla: tutta farina del suo sacco. «Vero, non era preparato, però quando l’ho visto scattare gli abbiamo detto soltanto di andare all’arrivo. Che numero, ragazzi, davanti ai migliori corridori del mondo, Contador e Froome compresi. In salita se le sarebbero date di santa ragione. E io sono sicuro che Vincenzo sarebbe stato alla loro altezza».
C’è tanto di Martino, invece, nella tappa di Hautacam, dove avevi un conto aperto con quella mitica salita sopra Lourdes, perché nel 1994 tentasti di vincere con Marco Pantani che attaccò molto presto, ma allora fu ripreso e staccato da Luc Leblanc e Miguel Indurain. «Quella salita aveva per me tanti significati: volevo mettere la nostra firma su una vetta per me poco fortunata ma importante. Dimostrare che l’Astana non era solo Nibali. Vincere con Vincenzo anche una tappa pirenaica. Ho goduto da matti, ma come sempre, in silenzio, da solo, per i fatti miei».
Tu sei uno dei più bravi a scoprire talenti: uno che avresti voluto prendere… «L’ho segnalato l’anno scorso a Brailsford: prendi Formolo. Quello è un grande corridore. In questo Tour è venuto a cercarmi e mi ha detto: avevi ragione».
A proposito di Brailsford: ma è vero che vai alla Sky? «Guarda, ti rispondo con tutta la sincerità possibile. Ho più richieste: due molto belle e stimolanti. Ma rispondo con una domanda: come potrei lasciare Vincenzo e Fabio (Aru, ndr)? Io questa squadra la sento mia. Penso di aver fatto tanto per loro. Diciamo che nei prossimi giorni ci incontreremo per fare il punto. Ognuno dirà la sua. Ognuno farà le sue analisi. Io chiederò delle cose, ma spero fortemente di restare qui. Lo ripeto: questa è la mia squadra».
È vero che i problemi sono più con Shefer che con Vinokourov? «Non ci sono problemi, è una questione di punti di vista diversi. Io ho la mia visione delle cose e vorrei poter fare il mio lavoro in un certo modo. Tutto qui».
Un corridore che vorresti avere nella tua squadra? «Kwiatkowski. Lo feci firmare io alla Amica Chips, poi sapete come è andata a finire. La squadra non sono riuscito a farla e lui è andato altrove. Ma il polacco è davvero un grande corridore».
Nibali ci ha portato in alto, ma il ciclismo italiano è in caduta libera… «Abbiamo dei buoni ragazzi che devono avere il tempo di crescere, ma in pratica non abbiamo più squadre e la riforma del ciclismo ci metterà definitivamente in ginocchio. Se a livello politico non si fa qualcosa, rischiamo davvero l’estinzione. Quello di Nibali può essere davvero un fuoco fatuo».
Lo so che non ami parlarne e non ti chiedo di Marco e Vincenzo. Ti chiedo solo un paragone tra ’98 e 2014. «Quella del ’98 fu una soddisfazione diversa. Fu un parto, un travaglio, con tutti i problemi legati allo scandalo Festina e similari. Quello di quest’anno è a immagine di Vincenzo: sereno. Bello. Profondo».
Che corridore ti ricorda? «Moltissimi dicono Gimondi, io dico che Vincenzo è unico. Felice era un brontolone, non gli andava mai bene niente. Vincenzo non è così».
C’è un errore che pensi di aver commesso? «Sì, all’inizio dell’anno. Andare in Argentina non è stata una buona scelta. Non era ancora pronto, e lì non ci si può andare per allenarsi, perché vanno già troppo forte».
Dove hai capito che la musica stava cambiando? «Al Delfinato. Lì ho visto segnali importanti di ripresa».
Ma sei proprio sicuro che Giro e Tour si possano fare nello stesso anno? «Se si fanno con le idee chiare, sì. E poi il primo ad essere convinto è lui. Quando un corridore vuol fare delle cose è giusto anche provare a farle. Marco non era così: se non fosse morto Pezzi, lui non avrebbe nemmeno corso il Tour».
Quanto ti ha bruciato aver lasciato la maglia per un giorno a Tony Gallopin? «Nessuno di noi ha rinunciato alla maglia gialla a cuor leggero. A essere sinceri non ce ne saremmo privati, a me non piace mai lasciare la maglia in montagna, ma era anche insano rosolare la squadra per tenerla. Sapevamo che l’avremmo ripresa il giorno dopo».
Secondo te sarebbe stato più pericoloso Contador o Froome? «Contador. Non ho dubbi. Chris lo vedevo nervoso e poco brillante. Alberto era molto più pimpante, anche se dopo la giornata di Arenberg ho visto anche lui molto più nervoso, e smanioso di recuperare terreno. Ma con un Vincenzo così non sarebbe stato facile».
Vincenzo non ha tatuaggi, non ha orecchini, non è maniaco di twitter, è uno che si avvale della tecnologia ma senza esagerare. È anche uno dei pochi corridori a non utilizzare il cambio elettronico della Campagnolo. «Vincenzo lo conosci bene: è sereno, tranquillo, ma è anche uno che sa il fatto suo. Lui per il momento si trova meglio con il manuale».
Il progetto Astana andrà avanti anche dopo il 2017?... «Credo proprio di sì. Questo è un grande progetto e i risultati che stanno ottenendo sono sotto gli occhi di tutti. È un Paese in pieno sviluppo, vuole farsi conoscere nel mondo. Mi sembra che ci stiano riuscendo più che bene».
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