FORMOLO, la rivelazione

PROFESSIONISTI | 04/08/2014 | 09:40
Non l’hanno soprannominato Roccia per la forza che sprigiona in bici. Il soprannome di Davide Formolo risale a molto prima del suo debutto nel mondo del professionismo, decisamente prima del recente Campionato Italiano in cui a 21 anni, battutto dal solo Vincenzo Nibali, ha mostrato a tutti le sue doti e la sua prerogativa: non mollare mai.
«Mi chiamano così da quando avevo 5 anni e andavo in campeggio con la parrocchia sullo Stelvio. Volevo vincere sempre, non importava a quale gioco stessimo giocando, piuttosto che perdere sarei morto. Che si trattasse dei 100 metri di corsa o di una partita a palla prigioniera, piuttosto partecipavo a die­ci gare consecutive pur di non perdere. Sono fatto così, da sempre. Cerco sempre di essere il migliore, non so se sia un pregio o un difetto, e sono fermamente convinto che il risultato migliore è quello che deve ancora arrivare» racconta sorridente il giovane scalatore veronese.
Nato a Negrar il 25 ottobre 1992, vive a San Rocco di Marano di Valpolicella, un paesino sulle montagne veronesi letteralmente impazzito per il suo campioncino. «Si tratta di una cittadina piccolissima, la maggior parte della popolazione è composta da pensionati che si trovano al centro ricreativo per seguire tutti assieme le mie corse. Sono più en­tusiasti di me per come sto andando, li ringrazio per il loro affetto».
Davide, 1.82 mt per 63 kg, si era già messo in mostra tra gli under 23. È ap­prodato al professionismo dopo tre stagioni alla Petroli Firenze Wega Con­tech, con la quale ha vinto quattro gare fra le quali spicca la generale del Giro delle Pesche Nettarine, conquistato per due anni consecutivi, e l’anno scorso il grande pubblico ha iniziato a scoprirlo al Mondiale di Firenze dove si è messo brillantemente al servizio di Davide Vil­lella, attualmente suo compagno nella formazione di Amadio.
In questo inizio di stagione tra i grandi del ciclismo ha saputo ben figurare, mettendosi in mostra nel Gran Premio Costa Degli Etruschi e nel GP di Lu­gano, al Giro di Turchia al rientro dopo lo stop per aver contratto la varicella e al Giuro di Svizzera, la sua prima corsa World Tour di sempre, chiusa in settima piazza a 3 minuti dal vincitore Rui Costa, ma soprattutto nella sfida tricolore andata in scena in Trentino, nella quale si è dovuto inchinare solamente allo Squalo dello Stretto. Per esprimere giudizi e svelare ambizioni, soprattutto per un ragazzo modesto e con i piedi per terra come Formolo, è presto ma come si suol dire se son rose fioriranno... anche dalla roccia.

L’hai fatta sudare la maglia tricolore a Nibali: fino alla fine non hai mollato.
 «Beh, Vincenzo è più forte di me e nel finale ne aveva di più. Tutti mi hanno fatto dei gran complimenti per il secondo posto ma io, a dire la verità, già che ero lì speravo di vincere. Non è che mi sono montato la testa, ma non sono uno che si accontenta. Anche contro un cam­pione già affermato come lui, mi scoccia essere battuto. Per un attimo, all’ultimo chilometro, ho anche pensato di potercela fare, perché mi sembrava che Vincenzo fosse un po’ impiantato, ma poi ha ritrovato il colpo di pedale e in volata non c’è stata storia. Detto questo, ho perso da Nibali, mica da un brocco quindi ragionandoci con più calma non posso lamentarmi. Devo dire grazie alla squadra che mi ha dato fiducia, alla Cannondale prometto che tornerò a giocarmi il titolo già dall’anno prossimo. Cosa ci siamo detti alla fine io e Vincenzo? Solo che ce la saremmo giocata lealmente. Merito a lui, questa volta è stato più bravo di me».

Prima del Melinda hai partecipato al raduno azzurro: come è andato?
«Benissimo. Ero il più giovane tra i convocati ed ero un po’ spaesato all’inizio, lo stesso CT mi prendeva in giro perché diceva che sembravo uno junior arrivato per sbaglio nell’hotel della Na­zionale, ma scherzi a parte credo di aver dimostrato di meritarmi l’occasione. Io sono ancora giovanissimo e sono il pri­mo ad essere sorpreso di come sto an­dando, ma ho voglia di fare ancora me­glio e di imparare. Il ritiro con gli az­zur­ri è stata una bella esperienza, per sentirmi parte del gruppo, apprendere la fisolofia di Cassani e studiare il percorso iridato».

E pensare che dalla Svizzera avevi det­to di essere tornato soddisfatto ma an­che parecchio stanco.
«Sì, ma forso ho un buon recupero (ride, ndr). Devo ancora scoprirmi ma, ripeto, sono molto felice per quanto ho ottenuto. Nella tappa di Verbier vinta da Chaves, bastavano un po’ di gambe in più per centrare il risultato pieno ma mi rendo conto che il palcoscenico era di quelli importanti, con avversari di alto livello. Ero curioso di misurarmi in una corsa World Tour, ero fiducioso ma non mi sono messo pressione. L’im­pe­ra­ti­vo per me è lavorare sodo, imparare e dare il massimo».

Il bilancio della prima parte di stagione è positivo?
«Direi di sì. A causa della varicella, contratta a ridosso della Coppi e Bartali e del Giro dei Paesi Baschi, sono stato co­stretto a saltare qualche giorno di corsa, quando la gamba iniziava a girare come si deve ma per il resto sono il pri­mo ad essere stupito del mio rendimento. Ricordo che in Trentino, al Cam­pio­nato Italiano di due anni fa ero arrivato secondo, all’epoca ero Under 23 e fui battuto da Manuel Bongiorno che ora corre con la Bardiani CSF. A due anni di distanza sono sempre argento ma nel­la massima categoria, dietro a un certo Nibali. Non c’è male (sorride, ndr). Il salto tra i professionisti è stato emozionante, rispetto alle categorie minori cambia tutto».

Spiegaci.
«A mio avviso qui è molto meglio che tra i dilettanti perché è un mondo più professionale e, raggiunto l’obiettivo di un contratto, non hai l’assillo di dover dimostrare quanto vali in ogni occasione. Questo non vuol dire che sei appagato, ma che cambia la prospettiva. Per­sonalmente, essendo seguito meglio rispetto al passato, sono più tranquillo e sereno perché devo solo pensare a svolgere il mio lavoro, con le giuste tabelle e persone che ti seguono è più facile farlo. Per quanto riguarda la lontananza da casa non è un peso, viaggio più spesso di prima all’estero, ma avendo corso da under per una squadra toscana per assurdo l’anno scorso ero più spesso lontano da casa rispetto a ora».

Dopo il primo ritiro con la Cannondale hai postato sui social network una tua foto con Ivan Basso e scritto: “ho capito come ci si allena”.
«Sì, ho la fortuna di avere al mio fianco grandi compagni da cui posso imparare molto. Ivan è molto professionale e ha una grinta incredibile, considerata la sua esperienza può dare a me e agli altri giovani molti consigli utili. Oltre a darci qualche dritta su come allenarci, come riposare e come correre, può aiutarci a evitare gli errori che ha commesso lui e pagato sulla propria pelle. Ivan è uno che ti spiega perché fare certe cose e perché non farne altre, con l’esempio. Mi ha definito il suo erede? Guarda, ci metterei la firma per diventarlo (sorride, ndr)».

Quanto ti segue la tua famiglia?
 «Parecchio, in casa sono più contenti di me di quanto sto raccogliendo. Devo molto ovviamente sia a mamma Mari­na, casalinga, che a papà Livio, di professione camionista, è lui che all’età di 7 an­ni mi ha messo in bici. Ho un fratello maggiore, Jonathan, che ha 28 an­ni e fa il magazziniere. A supportarmi c’è anche la mia fidanzata Mirna, l’ho conosciuta tre anni fa a una festa, non va pazza per lo sport quanto me ma per amore ormai le tocca seguire il ciclismo. Ah, in casa da qualche mese è arrivata una new entry. Si tratta di Bric, il nostro cane da tartufi. Il nome l’ha scelto mamma».

Se hai scoperto il ciclismo quindi è merito di papà?
«Esatto. Fin da piccolo amo stare a contatto con la natura, mi piaceva aiutare il nonno nei campi, la bici ha rappresentato prima un gioco poi un mezzo per andare in giro, divertirmi e sfogare il mio agonismo (scherza, ndr). Ogni domenica papà usciva a divertirsi con gli amici, alla mattina in bici e al pomeriggio sul windsurf sul Lago di Gar­da. Ricordo benissimo la mia pri­ma bici, sarà durata una settimana (ride, ndr). Era di acciaio, viola, di ottava mano, vecchia e tutta arrugginita però bellissima. La prima gara a 7 anni, ero agitatissimo perché finalmente fa­cevo sul serio, dopo aver passato anni ad assistere alle corse di mio fratello che al pomeriggio riproponevo nella strada sotto casa con la fantasia, non avendo ancora l’età per gareggiare. Quel giorno ho attaccato il numero e mi sono detto “ora davvero sono uno del gruppo”. Una bella emozione, come la prima corsa da professionista».

Se non avessi fatto il ciclista...
«Dove abito c’è un forte richiamo verso l’agricoltura, come si dice braccia (o gambe nel mio caso) rubate... Oppure visto che ho studiato meccanica magari avrei potuto lavorare in un’officina. A scuola mi sono proprio divertito e mi sono appassionato a questo settore. Fino a qualche anno fa ero particolarmente attento alla mia bici e al suo funzionamento, ora ho smesso di stressare i meccanici perché abbiamo a disposizione il top del materiale e uno staff veramente qualificato».

Come trascorri il tempo libero?
«Con la mia ragazza, insieme ci divertiamo molto, o facendo un giro al Lago di Garda. Seguo volentieri tutti gli sport di endurance, dal triathlon allo sci di fondo, dopo l’allenamento mi piace guardare le gare in tv. D’inverno purtroppo non riesco a dilettarmi con gli sci perché ci si allena sempre più presto con la bici. Ho molti modelli nel mondo dello sport, il mio idolo indiscusso è sempre stato Michael Schu­ma­cher. Da bambino mi alzavo alle 5 del mattino con papà per vedere le sue ga­re, mi dispiace davvero per quanto gli è accaduto, per me resta un fenomeno».

Sembri portato per i grandi giri, quest’anno però non ne correrai neanche uno. Come mai?
«Mi sono affidato alla squadra, ai miei tecnici che dall’alto della loro esperienza mi hanno detto che sono ancora troppo giovane per affrontare una cor­sa di 21 giorni. Mi fido di loro, ne sanno più di me ed è anche loro interesse che io maturi nel modo migliore (anche l’anno prossimo difenderà i colori della Cannondale, ndr). Ora ho in programma di riposarmi un po’ prima di andare in ritiro con la squadra a San Pellegrino. Tornerò a correre ad agosto in America, poi in Italia per le classiche di fine stagione, compreso il Giro di Lombardia. È una corsa che sono andato a vedere spesso, già solo parteciparvi per me è un onore, cercherò di onorarla dando il meglio».

La tua gara dei sogni?
«Tutte le corse hanno un certo fascino, il mio sogno sarebbe un grande giro ma è presto per pensare così in grande. A che età riuscirò a vincerne uno? Non ne ho idea. Non so dove potrò arrivare, non so ancora se un domani avrò i gradi di capitano o sarò un gregario. È vero che Quintana ha vinto il Giro a 24 anni e Aru si è messo in mostra a un’età precoce, ma sapevamo di che pasta erano fatti. Fabio l’anno scorso al Giro si era ammalato se no poteva fare ancora meglio, ma sarebbe azzardato fare certi paragoni. Io devo ancora rompere il ghiaccio e scoprirmi».

Cosa ti ha dato il ciclismo finora?

«La voglia di vivere e godermi ogni momento, sfruttando ogni giorno al massimo. Mi ha insegnato che il lavoro, prima o dopo, paga».

E tu cosa potrai dare a questo sport?

«Mi piacerebbe fare appassionare la gente al ciclismo, far avvicinare alla bici soprattutto i ragazzi, per offrire un ricambio generazionale alla nostra disciplina e renderla più praticata in Italia. Pensaci, se molte più persone usassero la bici sarebbe bellissimo».

Non male come prospettiva. Quindi, cosa diresti a un bambino per invogliarlo a pedalare?

«Semplicemente: “tu prova, vedrai che non smetti più”».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di luglio
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