STORIA | 02/05/2014 | 07:41 Ho avuto la fortuna di girare quasi tutto il mondo, e le più delle volte spesato dunque con serenità economica utile per meglio valutare i paesaggi e le genti. Dotato di buona memoria, sono ancora in grado, così almeno mi certificano gli altri, di ricordare e di raccontare le cose più belle (o più brutte) che ho visto. Fortunato anche nell’essere provvisto di capacità fortissima di non prendermi mai sul serio, mi posso permettere il lusso di rispondere in maniera apparentemente ridicola, o almeno provocatoria, anche a chi mi chiede - e accade spesso - di allineare per lui, in una classifica tanto intrigante quanto assurda, le cose belle o comunque stupefacenti che ho visto: dove si intende soprattutto natura bella e belle opere dell’uomo.
Quando rispondo collocando in uno dei primissimi posti (variano nel tempo lo spessore, la tonalità, la specificità dei ricordi e varia anche il tipo di loro ancoraggio col mutare di certi miei sentimenti, varia dunque - sia pure per spostamenti non rilevanti - anche la classifica) i “terrils” della Parigi-Roubaix, quei rovistatori della mia povera testa mi guardano come un matto, che sappiano o no cosa è un “terril”: e specialmente se sanno che ho visto la Grande Muraglia in Cina e le balene della Baja California messicana, la Sfinge e la barriera corallina d’Australia, la cappella di Matisse in Provenza e il Salto Angel, la cascata col maggior dislivello del mondo in Venezuela. E insomma ho della materia prima bella e buona per non dire fesserie.
Il fatto è - vorrei, dovrei subito spiegare, ma non lo faccio, quasi per tenermi tutto dentro, tutto per me il segreto, il mistero - che i “terrils” sono per me il ciclismo anzi sono il superciclismo della Parigi-Roubaix. E il fatto che proprio scrivendo il nome di quei cosi mi percorre per un attimo il dubbio, se siano “terrils” o “terriles”, dice della loro importanza, considerando che avrei dei dubbi ben più vasti e solenni ed esistenziali da spupazzarmi (a proposito: irrisolvibile il quesito, la parola essendo di gergo e dunque non ospitata dai normali vocabolari, tengo “terrils” se non altro risparmiando una “e”, e da qui in avanti, fattala molto mia, non la virgoletto più, intanto che uso la “s” per il plurale alla francese).
I terrils sono collinette coniche già brutte per conto loro e per di più inserite in uno dei posti più brutti del mondo, cioè la zona mineraria della Francia del Nord: carbone, aria grigia piena di polvere, cielo sempre scuro e gonfio di pioggia, case tristi di mattoni rossi, piattume di pianura non certo bionda di grano o multicolore di fiori (è le plat pays cantato anzi lacrimato da Jacques Brel), la copia perfetta del Belgio minerario, fiammingo e anche vallone, col quale a pochi chilometri scorre il confine. Il terril nasce artificialmente: ci sono dei vagoncini che portano le scorie di carbone su un pendio artificiale in salita, una specie di arco con rotaie, al vertice lasciano cadere quel terriccio scuro, scendono e vanno a ripescare altre scorie. Lentamente sotto il traliccio cresce la collinetta, nel senso che le scorie riempiono tutto e si alzano. Quando la collinetta è alta, diciamo sui 50 metri, il vagoncino con il suo impianto di risalita viene spostato altrove, a far nascere un altro terril. Sul terril finito intanto il vento ha portato semi, e cresce l’erba, ovviamente verde scuro. I terrils sono per me il ciclismo più barbaro e affascinante che ci sia, quello della Parigi-Roubaix, dell’enfer du Nord, le collinette di scorie di carbone sono la scenografia davvero infernale per la fatica più sporca, più ferina del ciclismo. E più drammatica, specie allorché si aggiunge il pavé, che rompe le ossa e le tattiche. Si vedono (meno) dei terrils anche nella Freccia Vallone e nella Liegi-Bastogne-Liegi, oltre che in Belgio, ma quelli più tipici e frequenti stanno nelle Fiandre francesi (anche se sempre c’è da qualche parte l’equivoco, e dice “corsa franco-belga” della Roubaix, che non fa un centimetro di Belgio pur arrivando a scorrergli al fianco). I terrils sono l’emblema di una terra dura, e se i bambini vanno a giocare sulla collinetta rischiano abiti ancora più sporchi del solito ed anche frane talora mortifere.
I terrils, non più alzati ora che il carbone è minerale quasi desueto, umiliano gli occhi prima ancora che il pavé umilii i muscoli, i tendini, le giunture. Siccome c’è gente che da quelle parti felicemente vive e che proprio non pensa di trasferirsi al sole della Provenza, si deve pensare ad un fascino sottile di quella terra, che peraltro il ciclismo ci fa conoscere soltanto di primavera (l’inverno deve essere tremendo di venti freddi e aghi di neve). E mi viene bene anzi mi viene giusto pensare agli abitatori della zona dei terrils come ai ciclisti, che amano il loro sport duro, sporco, esposto a tanti venti non solo atmosferici, capace di ferire anche brutalmente, eppure mai pensano, neanche per scherzo, che era meglio se si dedicavano al golf. E chiedo scusa agli dei dello sport se, quando rientravo da Roubaix a Parigi, ai tempi in cui non c’era l’autostrada, ringraziavo il buio perché dall’auto non vedevo i terrils: che erano e sono templi alzati dall’uomo per la memoria dell’uomo, e il ciclista resta (ultimo?) uomo nello sport moderno taroccato dal progresso e dalle sue diavolerie.
Dopo quasi tre mesi di assenza forzata, Andrea Vendrame è pronto a riattaccarsi il dorsale alla schiena. Il corridore trevigiano della Jayco AlUla tornerà infatti alle corse al Giro di Polonia 2026, lasciandosi quindi finalmente alle spalle la frattura vertebrale...
Mancano quaranta giorni al via del 50° Giro della Lunigiana, presentato ieri sera nella tenuta di Terre di Luni ad Ameglia. Alla cerimonia hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni, sponsor, amici della corsa e i comitati di tappa. Tra gli...
Il ritorno alle corse non poteva essere scritto con un copione migliore. Dopo aver conquistato la tappa inaugurale al suo rientro nel gruppo, Wout van Aert ha concesso il bis al Giro di Danimarca, imponendosi anche nella seconda frazione dopo...
Dopo il nostro notiziario, non perdetevi i 17 minuti che lunedì abbiamo trascorso in compagnia telefonica di Luca Guercilena, uno dei nostri ospiti più abituali. Con lui abbiamo spaziato da temi molto delicati come i controlli antidoping e la sicurezza...
Una muscolare dimostrazione di impatto mediatico da parte del Tour de France? Verrebbe da dire, “sai che scoperta!”, leggendo il report proposto da Aso in materia di seguito televisivo e non solo. La dovizia di dati eclatanti, invece, fa capire...
In vista del Tour de France Femmes 2026 ha cambiato il proprio nome in UAE Team L'IMAD, ma l’obiettivo del team emiratino di Elisa Longo Borghini è chiaro: essere protagonista da Losanna a Nizza, lungo tutte le nove tappe della...
Dopo i podi conquistati alla Vuelta España Femenina e al Giro d’Italia Women, Anna van der Breggen punterà alla classifica generale anche al Tour de France Femmes. La neerlandese classe 1990 sarà infatti la capitana della SD Worx Protime e...
La puntata di Velò andata in onda giovedì sera su Rete8 è stata particolarmente interessante: si è parlato di di Tour de France, di classiche estive, realtà giovanili e di tanto altro ancora con Luciano Rabottini, Riccardo Magrini e Leonardo Bevilacqua. Come sempre a fare il...
In occasione del Tour de France Femmes avec Zwift (1–9 agosto 2026), Alé ha realizzato una nuova livrea per il team Fenix-Premier Tech, che le atlete indosseranno lungo le nove tappe della più prestigiosa corsa del calendario ciclistico femminile. Pensata esclusivamente per...
È una storia che si ripete e si rinnova. Quei quattro amici al bar ormai sono cresciuti e hanno creato da una bottega un’officina, da un’officina una vera e propria industria. Loro sono Andrea Camerana, Gian Luca Pozzi, Robert Carrara...
Se sei giá nostro utente esegui il login altrimenti registrati.