Bettini: «I giovani ci sono, ma manca la scuola e il coraggio»

PROFESSIONISTI | 07/04/2014 | 13:08
Cosa unisce una monoposto di F.1 ad una bicicletta? Il silenzio. Oggi il rombo di un motore è soffocato, e pare essere sempre più vicino al fruscio di una bicicletta. L’immagine non è solo figurata, ma è qualcosa di più, soprattutto per Fernando Alonso, il pilota Ferrari che si è messo in testa di varare nel 2015 un nuovo team di ciclismo.

Che il pilota spagnolo sia malato di bicicletta ormai non è più né un mistero né tantomeno una notizia. Da sempre segue lo sport delle due ruote e soprattutto da almeno una decina di anni si allena con regolarità in bicicletta, seguito dal fido massofisioterapista Fabrizio Borra, che per anni plasmò anche i muscoli di  Marco Pantani. Adesso che il rombo dei motori di F.1 si è reso impercettibile, il fruscio delle due ruote si sposa alla perfezione con i motori e il sogno del campione asturiano. «Porterò nel ciclismo un po’ di F.1, dopo aver portato il ciclismo nel grande circo dei motori», disse un mese fa a Dubai il ferrarista interrogato sul suo nuovo progetto.

I suoi sogni e le sue ambizioni le ha riposte nel cuore e nella mente di Paolo Bettini, 40 anni compiuti il 1° aprile scorso. A lui Fernando Alonso ha affidato le chiavi della macchina. A lui il compito di creare la squadra e lo staff. Sceso dall’ammiraglia della nazionale italiana, l’oro di Atene, due volte campione del mondo e tante altre cose, ha da inseguire una missione intrigante.

Alonso, abituato a tracciare traiettorie, ha anche segnato le linee guida del progetto: sarà un team innovativo per il ciclismo, disegnato sul modello della Formula Uno. In parole povere: tecnologia, professionalità, qualità. Una squadra che già si preannuncia su criteri rivoluzionari per un ciclismo, e in generale per uno sport dove a parlare di progetto sono soprattutto coloro che non ne hanno.

«Qui il progetto c’è ed è molto importante: sono eccitato come un bimbo che ha ricevuto un gioco nuovo», ci dice Bettini che ha come “mission” quella di costruire una squadra che non abbia legami col vecchio ciclismo. In tutti i sensi: come metodo di lavoro e come precedenti. Per questo lavorerà in stretto contatto con la Wada: chiunque, dai corridori al personale fino ai dirigenti, prima di mettere la firma sul contratto sarà sottoposto al parere vincolante dell’agenzia mondiale antidoping.

«Al momento giusto saprete tutto – ci dice il neo direttore tecnico del team Alonso -. Conoscerete i nomi degli sponsor, le biciclette, l’organico e lo staff che andrà a costituire questa struttura e tutti i dettagli del caso. Quale sarà la filosofia? Quella di Fernando ma anche la mia: vincere divertendo e divertendosi».

Noi italiani, però, ultimamente ci si diverte pochino. È otto anni che non si vince una “classica monumento” (il Lombardia con Cunego nel 2008), e ieri, al Fiandre, non ci è andata meglio…

«Io sono convinto che ci siano ottimi giovani sui quali scommettere e investire – dice Bettini a tuttobiciweb.it -. Però vedo poco entusiasmo nelle squadre prima ancora che nei corridori. Respiro rassegnazione. Mi sembrano tutti apatici. Si corre per strappare il piazzamentino, il punticino che permette alla squadra di restare a galla. Non si rischia. Non si va alla ricerca di qualcosa di forte. È un po’ come nella F.1: non si punta più sui sorpassi, ma sul consumare meno carburante possibile. È uno sport che si è appiattito, e che premia la regolarità e di conseguenza la mediocrità. Non certo l’eccellenza».

Ma tu che è sempre stato un tipo sanguigno, votato all’attacco, come pensi di collocarti in questo nuovo ciclismo da ragionieri?
«Intanto fatemi allestire una buona squadra, poi datemi tempo almeno un anno per rodare tutto. Una volta avviata la squadra, state pur certi che io non sono tipo da accontentarmi del piazzamento. Io ho sempre cercato di puntare agli obiettivi e così continuerò a fare».

Ma torneremo un giorno a vincere un Fiandre, una Roubaix o un Liegi?
«Torno a ripetere quello che ho già detto: bisogna osare. Il materiale umano c’è, ma questi ragazzi si accontentano di arrivare ottavi, sesti, quarti… perché alle loro squadre va bene così. Non c’è più la cultura di corse che hanno fatto la storia. Ci sentiamo stranieri in terra straniera. Io, Bartoli, Bugno, Argentin, Moser invece ci sentivamo a casa su quei muri, su quelle pietre, su quelle cotes».

Pier Augusto Stagi

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COMMENTI
Ho capito ...
7 aprile 2014 15:49 Melampo
... ecco, è arrivato un altro, che tra l'altro non ne sa niente, che vuole insegnare a tutti come si fa ciclismo. L'ultimo che mi ricordo è Flavio Becca, che poi tutti abbiamo visto la cui fine competenza che risultati ha portato. Farà la stessa fine nello stesso intervallo di tempo.

Credo che il Sig. Alonso farebbe meglio ad occuparsi di più della sua preparazione e della sua guida, visto che Raikkonen ha già iniziato a stragli davanti.

Paolo Bettini, tu la scuola l'hai avuta buona, occhi aperti ...

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