Il Mont Ventoux, la mia medicina

STORIA | 13/07/2013 | 09:33
«Perché vuole pedalare sin lassù?»: Philippe mi guarda e   scuote la testa mentre mi porta la prima colazione in un bistrot in   piazza del Municipio, a Carpentras. Mi vede vestito da (pseudo)  corridore, gli dico che scalerò il Ventoux. E lui scuote di nuovo la   testa, porgendomi dal vassoio baguette, marmellata, caffé americano,  cereali e due fette di prosciutto crudo. «Mi dia retta, cambi   programma: quella montagna ha qualcosa di sinistro, bisogna essere   allenati...».

RISPETTO Ho percorso in bici 1.000 chilometri in un mese per essere   degno del Ventoux, che i corridori dell’attuale Tour, il numero 100,  scaleranno domani al termine di una frazione terribile di 242   chilometri e mezzo. Ci voglio provare, vorrei che il Mont Ventoux   diventasse anche il ... mon Ventoux, il mio Ventoux. Fu cantato da   Petrarca, ammirato dalla sua sommità calva che è figlia della  
rarefazione dell’ossigeno. Il Ventoux è paesaggio lunare, sinistro,   pauroso. La strada s’inerpica per venti chilometri con pendenze   costanti e infinite, come se si dovesse salire in cielo. C’è qualcosa   di sacro nel pedalare sin lassù. Sì, è come se fossi al cospetto di  un luogo di culto. Provo rispetto, paura, ammirazione, ma devo stare  
calmo, perché il cuore impazzirà presto, ma non soltanto per l’emozione.

STORIA Quando parto non sono ancora le otto e il mondo si sta   svegliando appena. Ho gambaletti, manicotti, una fascia protettiva  sul collo: me li toglierò strada facendo ma lassù, se mai dovessi  arrivare, tutto mi ritornerà utile per proteggermi dalle raffiche del  Maestrale, che tenterà di respingermi proprio all’epilogo. Faccio  atto di umiltà, ho messo la tripla nel movimento centrale (50x40x30)  e dietro arrivo anche al 27, non si sa mai. Non voglio vincere il  
Tour, soltanto diventare amico di una divinità geologica. Devo  raggiungere Bedoin, perché è da lì che solitamente salgono gli eroi  del Tour. Gli altri versanti da Malaucène e Sault sono ugualmente  pieni di fascino, ma non altrettanto di storia. Già, la storia: il  Tour scoprì il Ventoux nel ‘51, la tappa andò a Louison Bobet, il  
Tour a Hugo Koblet, mentre il povero Fausto Coppi era frenato da un  dolore assoluto e appena provato, la morte di Serse. Ci tornò tante  volte, il Tour, e ci fu gloria anche per Eros Poli (’94) e Marco  Pantani (2000).

DRAMMI Nel ‘55 il grande elvetico Ferdi Kubler impazzì su quella  strada da... Mare della Tranquillità: cadde quattro volte senza  accorgersene, percorse a ritroso un tratto di strada, poi venne  svegliato dalla trance la sera in albergo e annunciò a tutti: «Ferdi  stop, Ferdi si ritira dal ciclismo». E mantenne. Nel ‘67, in una  
giornata di caldo atroce, l’inglese Tommy Simpson ci lasciò la vita,  vittima di un cocktail di anfetamine. Oggi a circa 2 km dalla vetta  c’è una stele che ricorda quel sacrificio umano che segnò l’inizio  ufficiale dell’era dell’antidoping.

IMPRESA Pensando a tutto ciò ho già passato da un pezzo Bedoin. Il Ventoux ti descrive il calvario: ogni pietra miliare m’informa quanto  manca e che cosa mi aspetta, specificando la pendenza media di salita  del chilometro successivo. So tutto, dove vado e che cosa rischio. A  un tratto, mentre guardo il cielo e il sole che sta salendo, mi  accorgo che la vegetazione sta sparendo: sul Ventoux crescono piante  
che si trovano solo in Groenlandia o nell’isola norvegese dello  Spitzberg. Le gambe girano, il “rapportino” le aiuta, ma il fiato  s’accorcia. Guardo il cardiofrequenzimetro, l’imperativo è non andare  fuorigiri, sono qui per divertita ammirazione, non per immolarmi alla  stupidità di un eccesso. Non sono come il francese Bruno Martin, che  in un solo giorno scalò consecutivamente il Monte Calvo per sei  volte, rimanendo in sella 17 ore e 23’ superando un dislivello totale  
di 8.886 metri, più dell’Everest partendo dalla spiaggia!

SOFFERENZA «La fatica è la miglior medicina dell’uomo», disse un  giorno Mauro Corona, scrittore e scultore della terra del Vajont. Sul  Ventoux, mi sto... curando come non mai: vedo un ristorante  all’altezza di Chalet-Reynard, poi la pendenza si rifà arcigna e una fontana sembra invitarmi a farla finita lì. Ecco, adesso sono sulla luna, solo pietre bianche attorno a me e la lingua d’asfalto che  
seguo come un automa mi lascia intravedere la torre dell’osservatorio, lassù in cielo, quasi fosse una cometa: supero la stele di Simpson, che non mi impressiona, mi appiccico al crinale della montanga, verso il Col des Tempétes, ora il vento è carogna, i battiti arrivano a 175 e per me sono tanti, troppi. Ma la cima è lì,  
quasi la tocco, sono sul... sagrato. C’è un silenzio religioso, rotto solo dalla tosse stizzita di chi cerca invano ossigeno. Riesco persino a sorridere, tra gli spasmi: ho dato al destino il permesso di farmi qualsiasi cosa. Tanto sono arrivato in vetta al mio Ventoux. Pedalando e senza mai fermarmi.

da «Tuttosport» del 13 luglio 2013 a firma Paolo Viberti
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