TUTTOBICI | 29/03/2013 | 08:56 Si dice che l’Italia abbia il suo petrolio e che esso sia costituito dal patrimonio artistico, unico al mondo, patrimonio di cui buona parte (sculture, dipinti, vasi, oggetti assortiti) giace nei depositi dei nostri musei, senza vedere la luce, senza dunque poter attirare visitatori, per pura e semplice mancanza di spazio. La vicinissima Francia con due pietre d’epoca organizza spettacoli son et lumiére, rievocando un passato con musiche e giochi di luce e testi mirati che attirano e seducono tanti turisti, compresi ovviamente gli italiani. E se un referendum postbellico le aggiudica la valle Roya, che collega la provincia di Cuneo a Nizza attraverso il colle di Tenda, ecco che una chiesetta qualunque di Briga, ex paesino italiano ora Brigue francese, diventa “la Cappella Sistina delle Alpi Meridionali” e si apre a visitatori incantati dai suoi affreschi della passione di Cristo. Tanto per dire e anche per segnalare.
Il ciclismo è il petrolio letterario, emotivo, culturale, iconografico dello sport italiano. A inizio d’anno abbiamo preso parte ad una teletrasmissione Rai lunghissima, tre ore e tre quarti, in celebrazione dei settantacinque anni d Adorni. Guidati da Auro Bulbarelli e da Beppe Conti, lo stesso Vittorio Adorni, Felice Gimondi, Italo Zilioli e chi scrive queste righe hanno dato vita a quella che in effetti è stata condotta come una diretta, senza pause: anche se si trattava di una registrazione andata in onda qualche giorno dopo. In teoria, sei persone intorno ad un tavolo a fare del bla-bla-bla nostalgico era garanzia di noia tremenda, nella realtà proprio l’abbondanza dei reperti ha reso il tutto - ce lo hanno detto telespettatori di fiducia - interessante e divertente. Si è visto anche del ciclismo in bianco e nero, il ciclismo dei circuiti di paese, delle corsette dei dilettanti. È stato come aprire ed esplorare un sotterraneo, un sottoscala, una cantina di un museo immenso.
Il ciclismo ha una quantità di storie che nessuno sport si sogna. Passo alla prima persona singolare: una ricostruzione delle avventure di Bartali partigiano, aiutata dal bel libro Gino Bartali, mio papà scritto dal figlio Andrea, condotta per soddisfare la curiosità di un amico regista e autore teatrale, mi ha portato alla scrittura e alla messa in scena in una località turistica del Messico, Malahual nello Yucatan al confine con il Belize, nell’occasione di un grande festival internazionale dello spettacolo, di una sorta di atto unico sulle imprese particolari di quel grande campione durante la Resistenza, imprese non ciclistiche anche se lui le compì in bicicletta, trasportando documenti attraverso le linee tedesche, andando per finti allenamenti dalla sua Toscana al Vaticano dove rifugiati ebrei attendevano passaporti, soldi, aiuti di vario genere, sfidando la morte per fucilazione sul posto (magari proprio il posto di blocco che Gino attraversava senza fermarsi, pedalando come un forsennato, la scritta Bartali sulla maglia visto che il suo cognome era popolare anche in Germania). Mentre scrivo fervono le cosiddette trattative, ma sembra proprio che lo stesso Bartali partigiano e “messicano” andrà in scena in Toscana, omaggio a Firenze capitale del ciclismo iridato 2013 e impegnata il prossimo anno a celebrare i cento anni dalla nascita del suo grande campione, intanto che è già sicura la messa in scena in una località del Piemonte, nel quadro più grande di una celebrazione della lotta partigiana, il prossimo 25 aprile, anniversario della Liberazione.
Il ciclismo è miniera, oltre che museo. Uno scrittore di Castelfranco Veneto, Marco Balestracci, non solo ha pubblicato un libro straordinario su Merckx come mai era stato raccontato, L’ombra del Cannibale, ma anima preziose serate in cui alterna la sua musica per chitarra, il suo jazz, a racconti sul ciclismo tutti veri e intanto tutti favolosi. L’odissea dei corridori italiani al Tour de France 1950, tra i pugni e gli sputi degli operai francesi disoccupati perché le nostre biciclette erano vendutissime oltralpe proprio grazie ai successi di Bartali e di Coppi, il ritiro della nostra Nazionale che pure aveva Fiorenzo Magni in maglia gialla, il successo finale a Parigi di uno svizzero, Ferdy Kubler, che guarda un po’ correva con una bici italiana sono, grazie a lui, un racconto strepitoso. Ci sembra proprio di poter dire che il resto dello sport nostrano come intensità può “rispondere” a tutta la favolistica ciclistica, stando naturalmente ai parametri italiani, soltanto la famosa maratona di Dorando Pietri a Londra 1908. Parliamo di epos egualmente intenso, vero, forte di grande valenza emotiva. Ci si trova sempre, sulle due ruote, ad alti livelli popolarculturali, da far venire in mente le grandi narrazioni del pugilato statunitense, soprattutto il Norman Mailer della sfida del secolo, anzi dello scorso millennio, quella di di Kinshasa, Congo ex belga, tra Clay e Foreman, anzi tra Muhammad Alì e Foreman.
Il come far vivere e intanto sfruttare tutto ciò a pro di uno sport che declina in Italia nelle attenzioni mediatiche, se non per casi estremi, mentre mai è stato così diffuso e importante nel mondo, uno sport che si può permettere, senza morire, una faccenda come quella di Armstrong e poi come quella dell’Operazione Puerto, non è impresa facile. Nel nostro piccolo contribuiamo proprio con queste righe, riportando una esperienza e magari suggerendo, se non una via, un sentiero. Ci vorrebbe uno sponsor speciale, un appoggio forte da parte di una industria di prodotti popolari. Sennò tra poco ci penseranno i cinesi. Insomma, non sappiamo come fare, ma sappiamo che si deve fare, anche considerando il fatto visto che probabilissimamente ci sono in Italia musei dello sport extraciclistico, anche importanti, che ospitano reperti fasulli, chissà se non anche con maglie e palloni made in China.
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