Piepoli: ho sbagliato, adesso "usatemi"

ESCLUSIVO | 01/03/2013 | 08:57
Non ha voglia di scherzare, lui che ha sempre avuto la battuta pronta e il gusto del pa­radosso. Non ha voglia di scherzare, ma un maledetto desiderio «di uscire dalla fogna», come ci dice amaro.
Leonardo Piepoli non è più un ragazzino, e non ha nemmeno più i lineamenti del ragazzo imberbe e spensierato. Quel­li forse non li ha neppure mai avu­ti, visto che il suo viso disegnato da una barba marcata e precoce lo rendeva più vecchio di quello che era anche agli inizi della sua carriera, quando per tutti era la «pulce di Alberobello» o il «trullo volante». «Ora invece sono solo un citrullo…», dice tra il sarcastico e l’ama­ro.

Ci incontriamo a metà strada, in un locale di Fidenza, appena fuori dall’autostrada. È da quattro anni che si è eclis­sato, nascosto, annullato dal mon­do. Poi una telefonata, a metà gennaio: «Ciao Pier, sono Leo, ti ricordi di me?…». E ancora: «Se sei in imbarazzo evito di andare avanti, posso capire che mi consideri un autentico pezzo di… D’altra parte io stesso mi considero esattamente così». Lo ascolto, parliamo un po’, ci diamo appuntamento per mangiare qualcosa insieme. Ha voglia di parlare, di raccontare quello che ha nella testa e sullo stomaco, ma soprattutto nel cuore.
«Vengo da anni difficilissimi, fatti di vergogna e tormenti. I due anni che mi hanno dato per il doping? Sono nulla in confronto a quello che ho pasasto e sto passando. Mi sento un fallito, un perdente, un bandito, uno che è stato capace di rovinare tutto per la propria su­per­ficialità e il proprio ego. Oggi io non sono qui a chiedere di essere perdonato e capito, perché sono il primo che non si perdonerà mai. Non sono nemmeno qui a chiedere il diritto d’oblio, anzi, io la pen­so esattamente al contrario. Ho let­to che ci sono personaggi del mondo della politica o dello spettacolo che fan­no scrivere dall’avvocato affinché i giornali e i mezzi di comunicazione non facciano più riferimento a cose del loro passato, io questo non lo trovo giusto. Io so che ho sbagliato e so anche che chiunque e per tutta la vita ha il diritto di dire quello che feci in quella estate del 2008. Un conto però è ammettere i propri errori e un altro è fare qualcosa per poter diventare un uomo migliore. Ecco, io sono qui perché dopo aver vi­sto gli occhi di mio figlio Yanis (5 anni, ndr), voglio che lui sappia che papà ha sbagliato, che è stato un cretino, ma che un giorno ha anche avuto la forza di rialzarsi e ha saputo fare qualcosa di importante per ritrovare la strada maestra».

Leo, cosa è successo nell’estate del 2008?

«Mi sono sentito un padreterno. Mi sono sentito un dio, che era considerato e veniva considerato da Riccardo Riccò qualcosa di molto importante. Riccardo in quel momento era davvero tanto per il ciclismo italiano e mondiale. Dopo Armstrong c’era lui e Ric­car­do voleva me al suo fianco. Io ero il suo alter ego: per me il massimo del massimo. In quel periodo pensavo a cosa potessero provare gli uomini di fiducia di Marco Pantani: cose da perdere la testa. Difatti io l’ho persa. A maggio mi ero ritirato dal Giro d’Italia: cado lungo la discesa del Falzarego, mi fratturo quattro costole e abbandono. In programma c’è la Vuelta, ma Ric­cardo mi chiede di andare con lui al Tour: sono affascinato dall’idea. E soprattutto lusingato».

E poi?…

«Potrei limitarmi ad aiutarlo, a fare quello che ho sempre fatto nella mia carriera: far vincere i miei capitani. Invece nell’euforia del momento perdo il senno, e mi faccio abbacinare dall’idea di poter fare qualcosa di grande. Entro in quel tunnel fatto di delirio di onnipotenza ed eccitazioni, convinto da chi di solito ti dice che tanto nessuno ti può beccare, e io poi stupidamente mi do anche una giustificazione: so­no un po’ giù di preparazione, è giusto che un aiutino me lo dia. Incoscienza allo stato puro.  Salgo su una giostra sulla quale non sarei mai dovuto salire. Riccardo per me è stato come Lu­ci­gno­lo con Pinocchio: io davvero ho avuto la testa di legno. Mi sono fatto ingolosire come un bimbo davanti ad una pasticceria. All’Hautacam vinco. Quel giorno so di aver rubato. Sento di averla fatta fuori dal vaso. Quello che do­vrebbe essere il momento più bello del­la mia carriera, in verità si rivela il più brutto e buio di tutti. Io sono a disagio con me stesso. So quello che valgo, so quello che potrei fare con le mie sole forze».

Tu prima, nella tua lunga carriera (14 an­ni di professionismo), mai avevi fatto ricorso alla chimica?

«In pochissime occasioni. Quasi subito capii quello che ero. Di una cosa sono certo: anche se avessi preso tutto il doping del mondo io non sarei mai potuto diventare né Pantani né tantomeno Armstrong. Ma se è per questo nemmeno un Riccò o un Virenque, per essere chiari. Io ho sempre avuto un buon motore, capace di poter rendere nelle corse di una settimana: una tappa davvero dura e basta. Non per niente ho fatto incetta di Subida a Urkiola, o tappe e classifica finale al Giro d’Ara­gona o a quello delle Asturie. Difatti, su quelle mi sono specializzato. Quell’anno, invece, ho deciso di combinarla davvero grossa».

Chi ti ha dato il Cera: un medico?

«No, nessun medico. I medici spesso non centrano assolutamente niente. I pasticci li fanno i corridori, altro che storie».

Perché non hai confessato subito le tue colpe?

«Perché la cosa era più grande di me. Avevo paura, non sapevo cosa fare. Mi era crollato il modo addosso. Ho co­minciato a correre a 9 anni. Da Al­be­ro­bello avevo lasciato mamma Antonia, papà Oronzo e mia sorella Julia per andare a cercar fortuna al Nord. Prima in Piemonte con la Madonna di Cam­pagna, poi al Casano con Luca Co­lombo e i fratelli Tomi, poi un anno in Friuli al Caneva e poi ancora al Ca­sa­no. Tanti sacrifici, ma anche tanta passione. Per me il ciclismo era tutto. In un momento, al Tour, ho gettato alle ortiche tutto e mi sono trovato senza forze. Annientato, e incapace di capire cosa fare della mia vita. Una sensazione che è durata parecchio e che per certi versi non è ancora del tutto scomparsa. Sia chiaro: non ho mai cercato di essere perdonato. Oggi vivo ancora il profondo sconvolgimento di certi miei atti. Quando quest’estate ho letto le dichiarazioni del presidente dell’Uci Pat McQuaid che diceva che non ci deve essere più posto per chi ha barato, io mi sono sentito morire. Sì, si può morire anche guardando il mare... Oggi vivo di rimorsi, angosce e incubi. Mi ritornano in mente un sacco di orribili e  angoscianti flash di momenti che mi hanno violentemente provato, momenti che vorrei evitare ad altri. Ho letto la tua intervista al pm di Padova Bene­det­to Roberti: capisco la sua posizione, la sua rabbia, ma penso che oggi il ciclismo sia molto meglio di quello di ieri. Più pulito del mio, per intenderci. Il ciclismo non è quello che racconta lui, non è il circuito Udace, non è nelle confessioni di persone disperate che compiono atti scellerati o di chi dice di aver visto qualcuno che al posto della borraccia aveva una flebo. Il ciclismo è nelle mani e negli occhi di tutti quei ragazzi - grandi e piccoli -, che rincorrono un sogno. Il ciclismo è nelle mani di chi si accampa e trascorre ore e ore a bordo strada per vedere una tappa di montagna. È nelle mani di quei corridori che hanno accettato e voluto il sistema Adams e anche il passaporto biologico. È nelle mani di quelle persone che hanno fatto una vera lotta al doping, dando la caccia ad intoccabili che evidentemente nel ciclismo non esistono: vedi il caso di Lance Arm­strong. Non c’è da inventarsi niente, c’è solo da continuare nella direzione dell’Adams e del passaporto biologico. Bisogna andare avanti con i controlli interni e a sorpresa. C’è da adottare semplicemente il terrorismo psicologico: ragazzi, sappiate che noi siamo in grado di trovare tutto e tutto troveremo».

Perché gli sportivi dovrebbero crederti?

«Hanno tutto il diritto di considerarmi per quello che sono: uno che non ha giustificazioni. Ma sono qui per poter chiedere scusa. Io non voglio né medaglie né pacche sulla spalla. Ho passato mesi a far fatica ad alzarmi dal letto. O stavo a letto e rinunciavo a vivere, o mi alzavo e decidevo di fare qualcosa di buono dopo aver fatto qualcosa di tremendamente brutto. Come ti ho detto, mi hanno convinto gli occhi del mio piccolo Yanis. Fino a quel momento provavo solo vergogna, incapacità a reagire, adesso sento che qualcosa de­vo fare e soprattutto devo farlo per fare in modo che io non sia ricordato solo come un farabutto o un baro. Il mio bimbo tra poco comprenderà bene la portata di quello che ho combinato: ho una responsabilità in più».

Sai che hai tradito tante persone?

«Ho tradito soprattutto me stesso, la mia famiglia, le persone che mi vogliono bene. Per questa vicenda anche il mio matrimonio, che stava già traballando, è naufragato miseramente. So che ho fatto danni irreparabili. So che Pietro e Matteo Algeri, persone de­gnissime e bravissime come gran parte del personale che lavorava alla Saunier Duval hanno visto infrangere il loro sogno, hanno perso il lavoro e una delle cause è la mia stupidità. Per questo per quattro anni mi sono sentito un cane bastonato e adesso non mi sento certamente meglio. Per questo non avevo la forza e il coraggio di guardare negli occhi le persone. Ora però lo devo fare. Ci devo almeno provare. Mi sento un po’ come quei tossici che finiscono nei centri di recupero e poi ci restano per dare un loro contributo er salvare chi a sua volta è finito nello stesso vortice. Ecco, io vorrei chiedere a Renato Di Rocco un incontro per potermi mettere a sua disposizione. A disposizione del Coni. A disposizione dell’Uci. Voglio andare in giro per scuole e società a raccontare quello che ho combinato e come ci si sente quando si tocca il fondo, quando ci si sente emarginati. Quali sono le conseguenze di queste stronzate. So che posso e de­vo fare qualcosa per il bene di uno sport che io ho amato alla follia e che ho infangato in maniera forse irrimediabile».

Sai che non sarà facile…

«Lo so, ma ci voglio provare».

Hai più sentito Riccardo Riccò?

«Mi ha scritto su facebook molto tem­po fa, ma io non gli ho dato peso. È un ragazzo che non ha ancora capito la portata di quello che ha combinato. Ha numeri eccezionali, una simpatia contagiosa, avrebbe tutto per piacere, ma deve crescere. Crescere molto. Altri­men­ti si farà ancora del male. Io non sono mai stato un suo amico, ma ad un certo punto della mia vita mi sono sentito attratto dal fascino di un ragazzo che in quel momento era tutto per il nostro sport. Ma sia ben chiaro, la colpa è solo mia. Sono io che sono stato debole, stupido e irresponsabile».

Hai lasciato Sonia, tua moglie (francese), conosciuta nel 2001 e sposata nel 2006. Hai lasciato Montecarlo e sei tornato a vivere a Castelnuovo Magra (La Spezia): come trascorri le tue giornate?

«I primi tempi, come ti ho detto, sono stati durissimi. Per quasi un anno non rispondevo al telefono neanche agli amici. Ero annientato. Però ho avuto la fortuna di avere vicino a me la mia se­conda “mamma”, Rinetta Lombardi, che conosco dal ’90, da quando sono salito dalla Puglia per provare a diventare un corridore. Lei mi ha accudito e protetto proprio come un figlio. Mi ha aiutato a farmi rialzare dal letto. Le sue figlie, Daniela, Liana e Vania sono la mia seconda famiglia: è in questo contesto familiare che a poco a poco mi sono ritrovato».

Cosa ti ha detto “mamma” Rinetta dopo il fattaccio…

«Solo chi ha la forza di rialzarsi può sperare di tornare a correre».

Oggi sei sereno?

«No. Non mi sento in pace con me stesso».

Tu in pratica non hai un lavoro?

«No, sono disoccupato. Diciamo che ho la fortuna di avere degli angeli cu­stodi. In pratica mi ha adottato Valerio Zamboni, industriale monegasco (vende aerei, ndr), che ha una passione maledetta per la bicicletta e soprattutto per l’ultra-endurance (le RAAM, come la Race Across America, ndr): lo seguo in giro per il mondo quando non sono impegnato con mio figlio».

Ma è vero che sei anche il preparatore di Joaquin Rodriguez?

«No, non è assolutamente vero. Sono un caro amico di famiglia suo e di sua moglie Yolanda. Ho corso con lui per un paio di stagioni e ho sempre mantenuto ottimi rapporti con Joaquin. Di­cia­mo che di tanto in tanto sento e con il quale ci si confronta. Come del resto faccio anche con altri tre-quattro ragazzi giovani spagnoli molto interessanti. Ecco, anche questa situazione mi fa soffrire in maniera pazzesca, io penso di poter fare delle cose ma non posso farle perché metto in difficoltà il mon­do. Se mi lascio andare è la fine, se mi muovo posso solo fare danni. Anche per questo ho deciso di scrivere una lettera al presidente Renato Di Rocco, chiedendogli di poter seguire dei corsi, di poter fare qualcosa direttamente per loro. Detto come va detto, io potrei fare tutto: mi tessero in un altro angolo del mondo, mi appoggio ad un amico e professionista della preparazione e il gioco è fatto. Ma io non voglio più avere a che fare con i sotterfugi. Io non voglio più vivere di furbate ed espedienti: piuttosto non faccio nulla. Io sono nella fogna e vorrei fare le cose alla luce del sole e soprattutto vorrei fare un percorso di riabilitazione con la Federazione, il Coni e l’Uci. Io a loro ho creato un danno enorme, ed è con loro che devo per forza di cose ricominciare. Come direbbe Vasco Rossi, uno dei miei cantautori preferiti: sono ancora qua. Ditemi cosa devo fare e io lo faccio. In tutto e per tutto. Sono un uomo che ha sbagliato, che ha fatto un grosso errore, ma sente di poter fare qualcosa di grande per riscattarsi. Io non chiedo oblio. Tutti devono ricordarsi di quello che ho combinato nell’estate del 2008, ma mi piacerebbe che un giorno qualcuno venisse a conoscenza anche di quello che di buono sono riuscito a fare per riabilitarmi. Per il bene del ciclismo, per i tanti appassionati traditi, per tutti quelli a cui ho recato del male e per Yanis, che non deve vergognarsi di suo papà».

di Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di febbraio
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COMMENTI
non esiste il solo ciclismo.
1 marzo 2013 09:50 limatore
Io ti auguro un gran bene e che tu riesca ad avere in futuro tante soddisfazioni, ma veramente c'è bisogno di un Leonardo che insegna a un prof o tanto meno a un dilettante o junior? E' come chiedere a Berlusconi di fare una lezione in Università su " come si può far tornare la fiducia nell'elettore?".

verità
1 marzo 2013 10:13 arianuova
Caro Leo, di te ero tifoso e conoscente... Capisco il tuo stato d'animo, ma non pensi che per poter veramente essere riabilitato dovresti dire tutta la verità e non solo quella che ti torna utile? Il 2008 è la punta di un iceberg, abbi il coraggio di dire come stavano le cose, altrimenti lascia stare...

Inizia a lavorare e bici per divertirti
1 marzo 2013 10:41 stc
Bha, sbagliare si può sbagliare, ma per diventare uomini forse è meglio pensare che non esiste solo lo sport per vivere , non ti ci vedo a insegnare a dei ragazzini, è un po come vedere uno che ha fatto una rapina in banca diventare Carabiniere. Forse molto umilmente basterebbe pensare di ricominciare da un lavoro qualsiasi e la bici rimanga un divertimento, altrimenti questo povero ciclismo rischia di rimanere circondato da dubbi e persone dubbiose.

Caro Leonardo
1 marzo 2013 11:59 ertymau
Comunque vada ti auguro tanta fortuna perche nella vita , una volta scontate le pene, si dovrebbe avere nuove opportunità.
Ciao
Maurizio

nomi e cognomi
1 marzo 2013 12:55 geo
OK, dignitoso il pentimento, però non si può credere che un corridore usi CERA senza l'aiuto di nessuno: allora per una riabilitazione vera si facciano nomi e cognomi. Vediamo il caso di Filippo Simeoni, tanto di cappello ad uno che ha sbagliato, ma si è assunto le responsabilità e soprattutto le conseguenze e le persecuzioni (anche di Armstrong), ma che può andare a testa alta ora!

Lascia perdere
1 marzo 2013 13:08 luki
Lasia perdere i tuoi propositi di insegnare ai giovani. Ma che vuoi insegnare?

Fai invece nomi e cognomi di chi ti ha portato nella "fogna" perchè è eliminando chi sta dietro ai corridori che riusciremo a ripulire l'ambiente

Non esiste solo il ciclismo
1 marzo 2013 13:43 Cicloggi
Cambia, fai qualcosa, trovati un lavoro! Avevi una grande occasione te la sei giocata male, insegnare?! ma lascia perdere, c'è gente che per mancanza di fortuna o motore si allena come un dannato senza ottenere risultati, eri un corridore con buon motore hai buttato via la tua grande occasione, male, male, vai a lavorare!!! Non c'è bisogno di gente come te!

1 marzo 2013 17:45 Melampo
Vede Sig. Piepoli, Lei ha avuto una discreta carriera nel ciclismo professionistico, macchiata sulla fine da un grave errore, che ammette.

Tutti possono sbagliare, nessuno è perfetto, ed è giusto che chi sbaglia sconti la sua pena (come Lei ha fatto) e che poi cerchi il riscatto da uomo libero, che ha saldato il suo debito con la Società. Certo pare azzardato che Lei lo cerchi nell'ambiente in cui ha sbagliato così pesantemente, e nel quale sembra molto arduo redimersi, ci sarà sempre qualcuno che alla fine Le ricorderà, forse ingiustamente, quello che ha fatto. Per questo, Le consiglio di lasciar perdere il ciclismo una volta per tutte, di trovarsi un lavoro dignitoso, con il quale rendersi utile, mantenere e crescere Suo figlio. Si informi da dei suoi ex colleghi che, una volta appesa la bici al chiodo non hanno mai più avuto contatto con i pedali a qualsiasi livello, sono sì tanto felici, perché il ciclismo è una parte della vita, ma non è la vita, ci sono anche ben altre cose da fare.

Lasci perdere i giovani, i miliardari eccentrici e gli eterni Peter Pan, si ricostruisca una vita, anche per rispetto di Suo figlio, ed al ciclismo non ci pensi più. Sarà un po' come smettere di fumare: all'inizio è dura, ma dopo un po' di tempo, si sentono notevoli i benefici. Ne beneficerà anche a livello psicologico, perché mi pare che per questo sia un po' provato, leggendo quello che scrive.

Abbia la forza una volta per tutte di staccarsi definitivamente da un ambiente che sicuramente tanto gli ha dato, ma anche tanto gli ha tolto, e dia uno scatto di maturità e discontinuità alla sua vita, che suo figlio man mano che cresce Le chiederà: è a lui, che ora Lei dovrà render conto, come fanno tutte le persone normali. Ecco, questo è il punto: cerchi di fare una vita “normale”, vedrà che con il tempo, apprezzerà quello che Le scrivo. Se Lei avrà queste intenzioni, vedrà che famiglia, amici e conoscenti Le daranno una mano determinante.

Sperando di esserLe stato di aiuto, sicuro che Lei leggerà queste righe, La saluto.

Non so..
1 marzo 2013 19:50 bastonato
Forse avete ragione voi, però ricordatevi che la depressione può uccidere. Tutti possono sbagliare e una volta pagata la pena vanno riabilitati. Se poi uno sbaglia in un periodo in cui tutti fanno la stessa cosa (NESSUNO ESCLUSO) ma viene beccato (e sono veramente pochi in percentuale) non dico assolutamente che vada capito, ma certamente non va crocifisso per sempre. Solo una battuta per LIMATORE: Berlusca ha dimostrato come si fa a far tornare la fiducia nell'elettore, perchè non dare una possibilità a chi ha sbagliato?
Saluti a tutti

facciamolo cavaliere sel LAVORO................
2 marzo 2013 07:49 SERMONETAN
PREMIAMOLO CON MEDAGLIE RICORDO,HA COMINCIARE DA QUANDO CORREVA CON LA CANEVA DA DILETTANTE E POI REFIN,POVERETTO,SOLO UNA VOLTA SI E DOPATO,LUI CHE AVEVA 38 DIEMATOCRITO DA MADRE NATURA.
X GEO A SIMEONI FACCIAMOLO EROE, CAVALIERE DEL DOPING..........
VIENI A LATINA CHE TI DICO IO LA VERITAì-
PEPPE NARDECCHIA

Forza Piepoli, nonostante tutto!
2 marzo 2013 08:13 geo
PEr bastonato,
tutti coloro che sono veramente dentro il ciclismo sanno che, nei tuoi anni NESSUNO ERA PULITO E LINDO, solo c'era chi era di più o di meno. TU, con le tue fughe in salita ci hai fatto sognare e poi ci hai profondamente delusi tipo: ma che gara ho visto in tv? Ma non è solo il tuo caso, ce ne sono altri come tutti sanno. Io non ho minimamente l'intenzione di crocifiggerti, hai sbagliato, ma come sbagliavano gli altri forse più accorti, più fortunati, con medici più bravi. A questo punto però occorrerebbe, e non mi risulta che tu lo abbia fatto, di dichiarare chi ti ha aiutato a prendere queste sostanze. Posso pensare che ciò comporterebbe costi per difendersi poi da denuncie per diffamazione ecc (vedi il caso di Rodolfo Massi) che forse non ti puoi permettere. I giovani devono pensare che non si può pensare alla propria vita solo per il ciclismo, quelli che riescono a viverci tutta la vita sono veramente pochi, pochissimi: i giovani devono pensare che a 22 o 23 anni devono magari crearsi una nuova vita, cambiando radicalmente abitudini. Anche tu, caro Piepoli, forse hai pensato la tua vita solo in funzione della bici ed ora ti trovi in difficoltà, ma sei una brava persona, generosa e rispettosa, quello col CERA non centra niente, e lo hai sempre dimostrato, quindi ti consiglio, se riesci, di acquisirti una dignità ed una stima in altri campi professionali, dove tu saprai certamente distinguerti.

4 marzo 2013 12:16 Melampo
Lei ha ragione, Sig. Piepoli, che la depressione, purtroppo, può uccidere. Forse Lei ora ne è preda e vittima, ma mi creda: non credo sia un proseguo della sua vita nel mondo del ciclismo che le possa essere d'aiuto e di conforto. Quando si hanno dei problemi in un ambiente, la cosa più salutare è quella di cambiarlo, e con esso amicizie e frequentazioni. Se posso, Le chiedo di rileggere il mio post, dove si parla di attività post- ciclistica di tantissimi suoi ex colleghi: Le faccio un nome su tutti: Moreno Argentin, grande campione del passato, oggi affermato immobiliarista in Veneto. E rilegga anche l'ultima parte dell'intervento di "geo", da "Anche tu, caro ...". Vedrà, che se farà così, troverà le soluzioni a tutti i suoi problemi attuali.
La saluto.

Piepoli merita stima per la sua umiltà
4 marzo 2013 16:21 runner
Che tristezza leggere certi commenti duri e quasi spietati verso chi ha sbagliato...
Piepoli, come la stragrande maggioranza degli atleti di alto livello (non solo ciclisti) ha sbagliato.
Ed ha pagato!! Punto e basta.
Ora, com grande dignità ed umiltà, chiede perdono e vorrebbe riabilitarsi.
Come, per esempio, a un ex alcolizzato o un ex drogato viene data la possibilità di mettere in guardia gli altri dal non seguire quella strada, ugualmente si deve dare la possibilità a un ex corridore di battersi contro il doping. Senza troppo se e ma.
Come vi permettete di sputare sentenze? Ognuno di noi guardi a sè stesso: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra" e "Perdona il tuo prossimo 70 volte 7" (cioè sempre)disse un signore un po' di tempo fa.
Ma oggi è di moda il tiro al bersaglio: soprattutto dietro l'anonimato di un computer ed un nickname.
A Piepoli va il mio sincero augurio di rifarsi una vita degna.


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