Italia, periferia del mondo

PROFESSIONISTI | 03/02/2013 | 09:30
«Il ciclismo italiano sta vi­vendo un momento difficile»: bella scoperta, dirà qualcuno. D’accordo, ma quando la conferma di uno stato di crisi arriva dai numeri, allora la sensazione spiacevole aumenta, quasi fosse diventata indiscutibile.
I numeri sono quelli che l’ottimo Fau­sto Ferrario - segretario della Commis­sione Tecnica - ha raccolto e “incolonnato” per conto della Lega del Ci­cli­smo Professionistico: in un’ottica di va­lorizzazione delle corse, dal 2011 è stato istituito un indice che vada a mi­surare la qualità di partecipazione alle prove stesse. Ovviamente non si tratta di fare delle classifiche di merito, ma di ottenere dei dati il più possibile significativi, che possano essere un utile parametro di valutazione.
Analizzando i dati del sito CQranking, che pubblica delle classifiche sempre ag­giornate, basate su tutto il calendario e per tutte le categorie di corridori, è stato realizzato un lavoro che fotografa molto bene il momento del ciclismo italiano attraverso le sue corse, il livello di partecipazione e la qualità degli or­dini d’arrivo. Come in tutte le classificazioni statistiche, ci sono pregi e difetti che derivano dai criteri adottati: la significatività dei risultati non va quindi cercata nella singola corsa, ma nel quadro totale che viene tracciato.
Per comporre l’indice si sono considerati due parametri, la qualità dei partenti, misurata sommando i punteggi dei singoli corridori e rapportandoli al numero dei partenti (indice qualità par­tenti) e la qualità ricavata dall’ordine d’arrivo misurata sommando i punteggi dei primi dieci arrivati (indice qualità all’arrivo). La somma algebrica dei due indici re­stituisce l’indice generale, che è il parametro che viene considerato significativo.
Per restare ai risultati del 2012, come sempre sono le grandi corse targate RCS Sport a dominare la scena con Il Lombardia che ha fatto il pieno di campioni e supera nettamente il Giro d’Ita­lia. Piacevole “intrusa” la Milano-To­rino che è tornata quest’anno in calendario e ha subito colto nel segno: la classica firmata dall’Ac Arona ha visto al traguardo ben 9 corridori “top 100” tra i primi 10, un risultato che Giro d’Italia e Lombardia sono stati solo capaci di sfiorare. Di contro, sono ben nove le gare nelle quali all’arrivo di “top 100” ce n’è stato uno solo o addirittura nessuno. In leggero calo nella classifica generale, ma sempre di alta qualità, il valore della Tirreno-Adria­tico che un anno fa superava addirittura il Giro d’Italia.
Proprio il confronto con l’anno 2011 permette una analisi più affrofondita e fotografa al meglio lo stato generale del nostro ciclismo professionistico.
Intanto, è calato il numero delle corse: da 36 a 31, campionato nazionale compreso. Sono sparite Giro di Sardegna e Classica Sarda, Brixia Tour, Settimana Lombarda, Giro del Friuli e la seconda prova del Gp Nobili Rubinetterie, men­tre la Coppa Placci è passata dal connubio con il Giro di Romagna a quello con il Giro del Veneto. A fronte, il solo ritorno della Milano-Torino, la decana delle corse mondiali, nata addirittura nel 1876.

GENERALE. Su 30 gare che è possibile paragonare, solo 8 hanno visto crescere il proprio valore in questa stagione: l’acuto più significativo è quello del Trofeo Melinda che passa da 375 a 571 con un incremento di 196 punti. Con il segno + anche Gp Camaiore (+156), Tre Valli Varesine, campionato italiano, Monviso-Venezia, Gp Nobili, Trofeo Mat­teotti e Il Lombardia. Tutte le altre gare sono in calo ed è doloroso notare che un segno “meno” importante lo hanno fatto registrare la Milano-San­re­mo e la Tir­reno-Adriatico. Il calo della Corsa dei due Mari, il più evidente, è dovuto ad una diminuzione delle presenze di qualità alla partenza: da 40 “top 100” si è scesi infatti a 34.

TOP 100. A proposito di “top 100”, il bilancio complessivo delle presenze alle corse italiane passa da 374 unità del 2011 a 314 del 2012. Cresce di 10 unità il Lombardia, cala di ben 14 la Milano-Sanremo. Il calo complessivo per le gare italiane è di poco inferiore al 17 per cento e ha comportato un’ine­vitabile diminuzione del livello qualitativo della partecipazione. In realtà, il dato complessivo della partecipazione alle gare è calato solo in minima parte - da un valore di 4.821,26 nel 2011 a 4.800,59 nel 2012 - e questo significa che nel complesso la qualità dei partecipanti alle corse italiane è stata buona, ma sono mancate le vedette, le star, i campioni più amati.

WORLD TOUR. In calo, e non poteva essere diversamente, anche il numero di presenze delle formazioni World Tour al via delle corse italiane: escludendo dalla valutazione il campionato italiano, dove la partecipazione è la­scia­ta ai singoli atleti e non avviene come squadra, nel 2012 sono state 155 le presenze delle squadre WorldTour alle gare italiane, 83 nelle corse non appartenenti al massimo circuito mondiale con il top al GranPiemonte con 11 e il minimo al Trofeo Matteotti con zero. Nel 2011 le presenze dei top team erano state 174, 102 quelle in gare di categoria “.HC” o “.1” con un calo quest’anno di quasi il 20%. Sono gli effetti inevitabili del processo di mondializzazione voluto dall’Uci e di un calendario sempre più fitto che costringe le squadre di serie A ad operare delle scelte dolorose.
Il grido di allarme risuona alto anche alla luce del fatto che nel 2013 le cose potrebbero peggiorare ancora vista l’ani­ma americana della Cannon­dale (presentazione a Los Angeles, pre­senza confermata alle gare più importanti del calendario statunitense). Le gare inserite nel calendario Uci sono 37 ma è un’illusione, purtroppo, sperare che tutte vadano in porto: ad esempio ci sono Placci, Veneto e Ro­magna con tre date, mentre negli ultimi due anni si è disputata una sola corsa e c’è il Giro del Lazio, che da anni non va in scena e sul quale RCS non ha ancora sciolto le riserve.

COMMENTO. «Il momento è difficile - ci conferma Fausto Ferrario, con il quale abbiamo scelto di analizzare il lavoro che lui stesso ha firmato - ma la difesa del nostro ciclismo è stata buona e chiudiamo una stagione di livello ragionevole, se confrontato con il livello internazionale. Il divario con la Spagna, per esempio, è qua­si del tutto colmato e il Giro d’Italia è stato superiore alla Vuelta per qualità di partecipazione, pagando dazio solo nella qualità dell’ordine d’arrivo. A livello medio di partecipazione e risultati, le corse italiane si difendono bene, mentre pagano la scarsa presenza dei corridori più forti del mondo. Il WorldTour presenta un calendario molto intenso e non sono molte le occasioni per vedere certi corridori sulle strade del no­stro paese, anche a fronte della possibilità di ingaggi importanti. Dob­biamo constatare una volta di più, purtroppo, che il prestigio delle gare non interessa più a nessuno. Conta molto anche il periodo della stagione in cui si corre: diciamo che, se dividiamo in tre parti l’annata, la prima e la terza hanno una partecipazione buona, mentre la fase centrale e in particolare il mese di agosto pagano dazio ad un calendario af­follato e mal disegnato. Tra l’altro, il nuovo calendario dell’Uci ha portato molti atleti a chiudere la loro stagione con la settimana del mondiale e de Il Lombardia, con il risultato che anche corse storiche come il Giro dell’Emilia hanno dovuto arrendersi e vedere in­tac­cata la qualità della partecipazione alla loro corsa. Basta il buon senso per capire come ci sia qualcosa di sbagliato: in Italia il mese di ottobre offre bel­le giornate e comunque buone condizioni per correre, molto più di quanto accada a febbraio, quando il rischio neve e freddo è molto più elevato, ep­pure nel nostro paese si comincia a cor­rere il 3 febbraio mentre a ottobre si fa sempre più fatica».
Da qui il cambio di data che molti or­ganizzatori hanno deciso di attuare.
«La ricetta magica, purtroppo, non c’è e per gli organizzatori una delle poche armi a disposizione è quella di cercare spazio in date diverse, magari avvicinando la propria corsa ad altre già in calendario. Io inviterei gli organizzatori a riflettere sulla possibilità di tornare ad allestire gare nel mese di luglio. È vero che 60 tra i migliori 100 possono essere al Tour, ma gli altri sono in giro e soprattutto tante squadre hanno bisogno di correre: ricordo che il Brixia Tour, per esempio, riusciva ad avere al via anche sei o sette formazioni di WorldTour».

FUTURO. Non è facile, come abbiamo detto, indicare la strada per invertire la tendenza, ma è chiaro che qualcosa bisogna fare: le corse italiane rappresentano un patrimonio per il ciclismo mondiale e bisogna garantirne la sopravvivenza in questo momento di difficoltà economica. In attesa di conoscere quali saranno le decisioni (e se ci saranno) prese nel corso degli stati generali del ci­clismo, è chiaro che la pal­la passa alla Federa­zio­ne Italiana, alla Lega e a quanti fanno parte del nostro movimento. Bisogna trovare la chiave, magari una chiave comune, per garantire la massima visibilità alle corse di casa nostra, fare proposte interessanti alle squadre più grandi, magari proponendo dei veri e propri pacchetti di corse, cercando di andare oltre il semplice osservare compiaciuti il proprio campanile. Agli organizzatori, poi, ci permettiamo di suggerire un’altra co­sa: più che il numero di partecipanti, è meglio cercare di aumentare la qualità. L’esempio da seguire, non facile e lo comprendiamo senza problemi, deve essere quello della Milano-Torino, andata in scena con soli 143 corridori e con una sola squadra Continental, l’unica italiana del lotto nel 2012.

da tuttoBICI di gennaio a firma di Paolo Broggi
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COMMENTI
Bell'analisi di Broggi
3 febbraio 2013 09:54 magico47
...Ma capiranno?

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Loriano Gragnoli DCI

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