Contador, semplicemente campione

PROFESSIONISTI | 02/02/2013 | 09:35
Nome: Alberto. Cognome: Contador. Segni particolari: mi­glior corridore da grandi giri di questi anni. Av­ver­tenza: sentenze, tribunali e polemiche non c’entrano. Sì, perché che siano 5 - come decretano gli albi d’oro -, oppure 7 - da convizione sempre manifestata del diretto interessato e dei suoi pretoriani - le vittorie tra Giro, Tour e Vuel­ta, è un fatto che lo spagnolo di Pinto stia segnando un’epoca a prescindere dalla bufera che lo ha investito (positivo al clenbuterolo al Tour 2010, persi quel Tour e il Giro 2011).
Pinto è un paesone alla periferia di Ma­drid, sicuramente dimenticabile: se­nonché gli abitanti - e Contador non fa eccezione - ricordano spesso il fatto che si tratta del baricentro esatto di Spa­gna. Un po’ come il suo re Alberto, punto di riferimento del ciclismo contemporaneo. In attesa che cerchi di aggiungere altre tacche nelle tre stagioni - almeno - che ha davanti ad alto li­vello, per una volta abbiamo scelto di presentarvi un Contador diverso. Non quello che balla sulla bici e vola in salita e neppure quello che divora l’asfal­to a cronometro. Bensì quello che il grande pubblico non vede. Il dietro le quinte di un ragazzo - è questo il tema - che non è stato cambiato da popolarità e successo. Un anti-divo che va in copertina quasi suo malgrado ma che forse soltanto quando le luci della ribalta si spostano ritrova se stesso. Nel piccolo mondo da cui è arrivato e che in fondo non ha mai lasciato, semplicemente per­ché non ha alcuna intenzione di far­lo. Ve lo raccontiamo con alcuni esempi, all’alba di una stagione in cui sarà un’altra volta in prima linea nelle grandi corse. Nonostante una con­correnza - Wig­gins, Froome, Ni­bali, Rodriguez e non solo - che non vede l’ora di buttarlo giù dal trono.
 
TELEFONO. Nella gelida fine di mar­zo del 2007 Alberto Contador deve ancora compiere 25 anni e non ha an­cora vinto nessuno dei suoi grandi giri. Non è famoso, anche se è da un po’ di tempo che se ne parla. Però alla Parigi-Nizza ha dato la paga a tutti e alla Vuel­ta Castilla y Leon è pronto a fare lo stesso, nonostante con lui in squadra alla Discovery Channel ci sia al via Ivan Basso, quell’Ivan Basso che da lì a pochi giorni avrebbe confessato il coinvolgimento nell’Operacion Puerto. Neppure sei anni sono passati, eppure sembra una vita. In quella piccola corsa a tappe spagnola, sarebbe il varesino il capitano. Ma Conta­dor è quello che ne ha di più e sul successo finale non ci sono di­scussioni, anche se l’attenzione mediatica sulla gara è minima e di giornalisti se ne vedono pochi. Così l’oc­ca­sione è buona per chi, come noi, è sul posto e vuole conoscere Contador per la prima volta.
L’approccio è al raduno di partenza dell’ultima tappa. Non ci sono problemi, Conta­dor è gentile, si incuriosisce subito a sentire l’accento italiano e non ha problemi alla fine della breve conversazione - la tappa sta per partire e il freddo, come se non bastasse, mor­de - a lasciare il nu­mero del te­le­fono personale. Oltre cinque anni do­po, e una serie di avvenimenti da riem­pi­re un romanzo, il nu­mero è sempre quello. Non è cambiato. Ecco perché abbiamo raccontato l’epi­sodio: in un pa­no­rama sportivo da atleti spesso blindati neanche fossero capi di stato, Con­ta­dor è una felice eccezione. Non ha cam­biato neanche il numero di te­le­fono, e se lo cerchi una risposta non la nega neppure nei momenti più difficili. Anche questa, se volete, è classe.

VITTORIA. Non sarebbe facile per uno così scegliere la vittoria più bella. Pur non considerando i successi cancellati dal Tas, c’è davvero l’imbarazzo della scelta: il Tour 2007, il primo, conquistato per un soffio su Evans e Lei­pheimer (primi 3 racchiusi in 31” a Pa­rigi). Oppure il Giro 2008, che seppe di dover correre pochi giorni prima men­tre stava facendo le vacanze a Ca­dice. Ancora: la Vuelta 2008, primo grande successo nella sua terra, sempre di misura; il Tour 2009, dominato in montagna e a cronometro (ad Annecy battè anche Cancellara), nonostante il compagno di squadra più scomodo che po­tesse avere, Lance Armstrong; la Vuel­ta 2012, che sembrava già di Ro­driguez prima dell’impresa di Contador con l’attacco da lontano di Fuente Dè. E di sicuro Alberto mette tra le perle preferite anche la Milano-Torino del 26 settembre 2012, vinta sul Colle di Su­perga tra due ali di folla nell’amata Italia, prima gioia in assoluto in una corsa in linea. Eppure, se gli chiedete di scegliere il capolavoro più amato, Contador guarda dritto negli occhi l’in­terlocutore e senza esitazioni risponde: «Quella tappa del Tour Down Under, nel 2005. L’anno prima avevo rischiato di morire in corsa per un ca­vernoma cerebrale (la cicatrice dell’operazione gli è rimasta e lui ogni tanto si ferma a guardarsela allo specchio, ndr). In Australia, ottenni il primo successo dopo la malattia. Mi fece capire che ero tornato io, e che un giorno avrei vinto le grandi corse. Sì, non c’è stata per me un’impresa più importante di quella». Non è stato facile scegliere. È stato facilissimo.

AMBIENTE. A fine novembre, Con­tador è tornato in Piemonte: l’im­pren­ditore Elvio Chiatellino, l’uomo che ha portato il grande ciclismo di Tour de France e Giro d’Italia a Pinerolo, lo ha premiato con un quadrifoglio d’oro (del valore di 25.000 euro) per i suoi grandi successi. Alber­to è atterrato a Milano Linate confuso tra la folla e si è fatto accompagnare da Mario Sanchez Casado. Chi? Se il nome non vi dice niente, non è un problema. È un ragazzo come ce ne sono tantissimi a Pinto, il paese di Contador. Di mestiere, aiuta i disabili in una co­munità. Conosce il campione dall’infanzia ed è stato proprio lui, in occasione della mini-trasferta italiana, a porci un in­ter­rogativo: «Se Al­berto fosse stato cambiato dal successo, pensate che io avrei potuto ac­compagnarlo a questa premia­zione?». Un in­terrogativo, in tutta evidenza, retorico, arrivato alla fine di una serata in cui Con­tador si è divertito tantissimo e non si è negato a nessuno, davvero nessuno dei tantissimi tifosi che lo han­no osannato. Una sem­plicità dimostrata, tra l’altro, anche con il suo matrimonio di fine 2011: ha sposato Maca­rena Pe­sca­dor, cioè la fidanzata di una vita che in co­per­ti­na ci può finire soltanto per sbaglio. Il ma­nager: Francisco Con­tador, detto Fran. Il fratello. Gia­cinto Vidarte, l’addetto stampa, è una sorta di fratello acquisito. La stessa cosa si può dire per il fedele gregario Jesus Hernandez, che peraltro aspettò a casa con lui l’in­fau­sta decisione del Tas che all’inizio dello scorso febbraio gli tolse il Tour 2010 e il Giro 2011. Nei momenti difficili, non c’è àncora migliore delle persone care. Una verità estremamente semplice, che con altrettanta semplicità a volte può capitare di dimenticare. Non a Con­tador, comunque.

EXTRA BICI. Delle passioni, sappiamo molto perché molto se ne è parlato in questi anni. I canarini. I cani e i nomi eccentrici (due si chiamano Etna e Tour). I kart. La caccia. Le vacanze tranquille, possibilmente al mare e in posti non troppo affollati. Qualcosa tuttavia si scopre sempre, come il fatto che non gli piaccia l’arroz con leche (riso con il latte), un dolce per il quale la maggior parte degli spagnoli va mat­ta. Anche in questo caso, tutto molto normale per chi come Contador ci tie­ne a essere una persona ma non un personaggio. Lo spiegano molto bene queste sue parole: «Ho una ma­niera di essere molto semplice, e voglio restare così. È normale che le vittorie mi facciano essere al centro dell’attenzione, ma non ho mai desiderato la vita glamour delle stelle. Mi piace essere benvoluto dal pubblico, ma senza avere l’obbligo di vivere la mia vita come uno show».

PROSPETTIVE. Il rovescio della medaglia, se visto con gli occhi di noi giornalisti, è che difficilmente Con­tador ti regala “il titolo”. Le dichiarazioni roboanti non fanno parte del suo carattere. Il Tour 2009, vissuto in tensione latente con Armstrong, è un esempio: il texano lo provocava (vedi quando guadagnò secondi in un ventaglio in una delle prime tappe e disse: “Io so dove si sta in gruppo”) e Al­ber­to non rispondeva mai esplicitamente. Neppure quando la squadra lo lasciò letteralmente a piedi, cioè senza macchina per rientrare, al termine della tappa del Mont Ventoux, quella dell’apoteosi. Solo a Tour de France finito Alberto si tolse qualche sassolino dalle scarpe, ma tutto sommato niente di clamoroso. Tutto lascia pensare che continuerà a comportarsi così, adesso che gli anni sono diventati trenta e la maturità è piena. Ha creato nel frattempo una squadra di giovani, che corre nel suo nome. Contador non dimentica da dove è partito. Lo ritiene indispensabile: chi dimentica il suo passato, pensa, non vive bene il presente e soprattutto non ha futuro. Gli calza a pennello an­che un proverbio africano tra i più fa­mosi: “Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai con gli altri”. Perché Contador sulla strada spesso e volentieri è un uomo solo al comando. Ma sceso dalla sella è rimasto un ragazzo normale. Il suo mondo. I suoi amici. La sua vita.

da tuttoBICI di gennaio a firma di Ciro Scognamiglio
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COMMENTI
Un abisso
2 febbraio 2013 13:45 ciano90
tra Contador e Armstrong!

Sig. Scognamiglio
2 febbraio 2013 15:35 Fra74
mi spiega il significato di queste due Sue frasi che riporto testualmente: "un’epoca a prescindere dalla bufera che lo ha investito (positivo al clenbuterolo al Tour 2010, persi quel Tour e il Giro 2011" e "l’in­fau­sta decisione del Tas che all’inizio dello scorso febbraio gli tolse il Tour 2010 e il Giro 2011"?!?
Mi scusi, non sono così "brillante" da arrivarci da solo...
Grato, ma ne dubito, di un Suo eventuale chiarimento.
Francesco Conti-Jesi (AN).

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