BOTTA&RISPOSTA con Marco Marcato

| 26/04/2011 | 09:10
Dal 2005, anno del suo passaggio al professionismo, Marco Marcato ha vissuto momenti di alti e bassi. Quest’anno, come si dice in gergo, il ventisettenne padovano “è sempre lì davanti”. Che sia arrivato per lui l’anno della svolta?
Che parole sceglieresti per descriverti?
«Direi che sono un ragazzo allegro, semplice, senza grilli per la testa, che ha la fortuna di fare per professione quello che più gli pia­ce. Un atleta completo, adatto alle classiche, alle gare da un giorno, non vado molto bene nelle corse a tappe (sorride, ndr)».
Quali sono i tuoi hobby?
«Il ciclismo non lascia tanto tempo per coltivare passatempi. La stagione è parecchio impegnativa, ma quando posso scappo in montagna. Mi piace molto come ambiente, d’inverno mi diletto nello sci».
Che rapporto hai con lo studio? «Buono. Diplomato in ragioneria, mi sono iscritto alla facoltà di Eco­nomia territoriale all’università di Padova, ma dopo un anno ho la­sciato perdere per dedicarmi totalmente al ciclismo».
E col cibo?
«Buonissimo. Da buon italiano, il mio piatto preferito è la pizza».
C’è un oggetto che porti sempre con te alle corse?
«Ne ho almeno due: una calamita portafortuna a forma di coccinella regalatami da Elisa, la mia ragazza, e un orologio non di valore, ma particolare e colorato».
Qual è il posto più bello in cui sei stato?
«Sono stato in vacanza alle Mal­dive, un vero paradiso, ma girando molto per le gare sono sempre più convinto che l’Italia sia il paese più bello del mondo».
Un atleta che stimi?
«Philippe Gilbert. È un fuoriclasse, ma molto “alla mano”. È uno dei migliori atleti in circolazione e, per quanto lo conosco, un bravo ragazzo».
Chi ti sta vicino nella tua professione?
«Tantissime persone, è impossibile nominarle tutte. Dai familiari più stretti - mamma Amelia, papà Adria­­no e mia sorella minore Chiara, che ha praticato ciclismo fino alla categoria juniores - alla mia fidanzata Elisa; ai ds di quando ero più giovane; agli amici italiani e i supporter belgi».
Cos’è per te il ciclismo?
«Passione».
Come l’hai scoperto?
«Nessuno in fa­miglia lo pra­ticava, me ne so­no innamorato guar­­dando le cor­se in televisione. Ho iniziato per gio­co. Mi sembra ieri la prima gara disputata da G1: vestivo la maglia del GS Fiu­micello, avevo una biciclettina con i pedali con le cinghiette, tre chilometri da percorrere… Un altro mondo».
Oggi lo consiglieresti come sport a un bambino?
«Certamente. Aiuta a crescere, a rapportarsi con gli altri, in una pa­rola a vivere. Fino ai 16 anni deve però essere visto semplicemente come divertimento, come tempo da passare con gli amici, senza pressioni o aspettative da parte dei genitori a volte troppo fanatici».
Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la bicicletta?
«Mi ha insegnato a raggiungere degli obiettivi, a fare sacrifici, a migliorarmi, mi ha da­to un metodo di lavoro e di vita; ovviamente ha comportato fatiche e rinunce, so­prattutto nell’età dell’adolescenza, ma ne è senz’altro val­sa la pena».
Tra le corse che hai disputato quale ritieni speciale?
«L’Amstel Gold Ra­ce, in cui l’an­no scor­so ho chiuso ottavo, e la Milano-Sanremo. Prendervi parte e avere la possibilità di lottare coi migliori è stata davvero un’emo­zione, peccato per la caduta nella discesa del Poggio a quattro chilometri dalla fine…».
Sei al settimo anno tra i professionisti, com’è il bilancio della tua carriera a oggi?
«Se si contano solo le vittorie, nei primi tre anni ne ho collezionate una a stagione, negli ultimi è mancato l’acuto, ma ho fatto incetta di numerosi piazzamenti, anche in corse prestigiose. Il mio rendimento cresce anno dopo anno. Nel 2010 sono arrivato per ben cinque volte secondo, sono “sempre lì” ma finora mi è mancata un po’ di fortuna e la convinzione di poter tagliare il traguardo per primo. Sono fiducioso e convinto che ap­pena mi sbloccherò la strada per me sarà in discesa».
Com’è iniziato il tuo 2011?
«Fino ad ora ho raccolto buoni piazzamenti in Francia, Spagna e Belgio: tra l’Etoile de Bessége e la Ruta del Sol mi sono piazzato cinque volte nei primi cinque. Non sono partito troppo forte perché vo­glio raggiungere il massimo della forma dal Fiandre in poi, ma sono soddisfatto».
Come ti aspetti che proseguirà?
«Spero ancora meglio. Spero di tornare ad alzare presto le braccia al cielo. Sarò al via di Fiandre, Am­stel, Freccia e Liegi. Speriamo in bene».
Quale corsa ti cambierebbe la vita?
«L’Amstel Gold Race, la mia gara dei sogni».
Guardando al domani cosa vedi?
«Un bicchiere mezzo pieno».

da tuttoBICI di Aprile a firma di Giulia De Maio
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