SQUINZI. «Veronesi sbaglia e io credo ancora nel ciclismo»

| 16/04/2011 | 12:17
Il megaufficio al sesto piano del fortino Mapei di viale Jenner a Milano è un piccolo museo del ciclismo. Ci sono le foto dei più grandi campioni degli Anni 90, e trofei che arrivano dalle corse più prestigiose. E c’è soprattutto il blocco di pavé che viene consegnato al vincitore della Parigi-Roubaix. Giorgio Squinzi lo guarda e il suo viso sorride. «È un regalo di Franco Ballerini. Venne qui un giorno dell’inverno 2009 e mi disse: "Ne ho vinti due, credo che uno stia bene qui". Tre mesi dopo il Ballero è morto in un rally» . Giorgio Squinzi, 67 anni, è alla guida della Mapei, la terza azienda al mondo nel settore della chimica per l’edilizia. «Se la Mapei esiste è merito del ciclismo.... — dice Squinzi —. Mio papà ha corso come indipendente dal 1928 al ’ 32. Si è anche piazzato in una Coppa Bernocchi. Come ciclista non campava e il signor Lattuada, patron della squadra, gli offrì un posto nella sua impresa di intonaci. Mio papà imparò in fretta e nel 1937 si mise in proprio fondando la Mapei, che ora fattura intorno a 2 miliardi di euro e dà lavoro a 7.000 persone in 28 Paesi di 5 Continenti. Grazie al ciclismo».

La sua passione ha quindi radici antiche.
«Da ragazzino tifavo Coppi e, appena poteva, mio papà mi portava a vederlo. Ero anche a Lugano, nel 1953 per il Mondiale del Grande Fausto. Lo ho amato molto e sono orgoglioso di avere una sua bici originale del 1949. E’ una Bianchi di quell’anno, perché ha il cambio Simplex che usava soltanto Coppi».

Ricorda la prima bici da corsa?
«Per i 15 anni di mio figlio Marco, nell’ 86, decisi di regalargli una bici da corsa. Andammo da Walter Baldon, ad Affori, e ne uscimmo con due Detto Pietro: una per Marco e una color argento metallizzato per me. Prima uscita una domenica mattina: giro della Fabbrica Durini, verso Monza e ritorno per 72 chilometri! Ora ho un’invidiabile collezione di Colnago».

La Mapei è diventata la squadra numero uno degli anni 90.
«Mi chiamò Ercole Baldini, con il quale sono amico, e mi chiese di salvare la Eldor di Marco Giovannetti, che stava per saltare a una settimana dal Giro d’Italia 1993. Decisi in un giorno».

Nel 1994 fece la fusione con la Clas di Tony Rominger.
«Juan Fernandez mi aveva assicurato che Rominger avrebbe conquistato la maglia gialla. Sull’onda dell’entusiasmo feci prenotare tutta la Tour d’Argent per la festa di fine Tour. Rominger si ritirò e disdire quel ristorante tempio della cucina era impossibile, e allora invitai i migliori clienti del mondo. Qualcuno ricorda ancora le meraviglie di quella cena» .

Ha vinto tanto con Rominger, Olano, Bartoli, Bettini, Museeuw, Ballerini, Tafi, Steels, Bugno... Chi è il corridore simbolo della sua Mapei?
«Con Ballerini ha avuto un rapporto che andava al di là del ciclismo. Un posto per lui alla Mapei ci sarebbe sempre stato. Franco avrebbe fatto bene in qualsiasi ruolo. E sono molto legato anche ad Andrea Tafi».

Ad un certo punto, però, lei si è disamorato.
«Ci ho messo un po’, ma ho capito che dietro a certi successi c’era il doping e non potevo accettarlo. Tappa di Monte Sirino al Giro del 1996: Olano becca 1’ 20". Chiamo i nostri tecnici per chiedere cosa era successo e la risposta fu più o meno così: "Abraham sta male, il suo ematocrito è soltanto a 52....". Non mi interessava vincere a tutti i costi. A fine anno chiesi di lasciare alla porta tutti i corridori seguiti da Michele Ferrari, e affidai ad Aldo Sassi il compito di ripartire su nuove basi, quelle che ci avrebbero portato al Centro Studi e Ricerche Mapei».

Aldo Sassi, altro personaggio chiave.
«Grande ricercatore. Un visionario innamorato degli ideali. Come me. Nel 2010 ho perso anche lui. Se penso alle nostre pedalate sullo Stelvio, sto ancora male».

La corsa delle corse?
«La Roubaix. Su tutto. Tra quelle che abbiamo vinto non riesco a fare differenza. Quella della tripletta Mapei del ’ 96 decisa tavolino con una mia telefonata è una leggenda falsa. Chiesi soltanto di farli arrivare insieme nel velodromo. Poi Lefevere ci ha messo il resto».

Si dice che il marchio Mapei potrebbe tornare nel ciclismo.
«Ci ho pensato, ma contavo su due persone che non ci sono più: Sassi e Ballerini».

Ma nel ciclismo continua a credere?
«Certo. Anzi credo che sia sempre un grande investimento. Mapei, grazie al ciclismo è diventato un marchio globale. Abbiamo sponsorizzato anche la Nazionale di calcio che ha vinto a Berlino il Mondiale 2006, ma non abbiamo avuto il ritorno del ciclismo. Quando Moretti Polegato mi ha chiesto un consiglio, l’ho spinto ad entrare con il marchio Geox».

Gianni Petrucci, presidente del Coni, dice che se continua così il ciclismo non è più credibile.
«Capisco lo sfogo, ma credo che arrivi un po’ in ritardo. Ma non fuori tempo massimo, nel senso che qualcosa è cambiato. In meglio. Certo, ci sono le inchieste giudiziarie, ma credo che siano l’onda lunga di un brutto momento. Se penso al Mondiale vinto da Evans e al Giro di Basso, credo che un po’ di pulizia è stata fatta».

Umberto Veronesi, che non ha trovato una soluzione da ministro della Sanità, si chiede invece se non convenga liberalizzare il doping. «Assolutamente no. Veronesi è un grande medico, ma in questo caso si sbaglia di grosso. Quella sarebbe davvero la fine. Dobbiamo lavorare per un ciclismo, anzi per uno sport pulito. Si può fare. Ci riusciremo».

Cosa pensa di Contador?
«Fortissimo, ma non ci vedo chiaro nel suo passato. Mi piacerebbe vederlo lottare ad armi pari con Basso. Ivan e Cadel Evans sono i due corridori che seguiva Aldo Sassi e le loro vittorie hanno dato gioia anche a me».

Lei è il patron del Sassuolo.
«Devo decidere cosa fare. Ma se vado avanti è per raggiungere la serie A. Con Allegri ci saremmo già riusciti».

Ciclicamente si è parlato di lei, milanista, per il dopo Berlusconi. Lo scudetto sarà rossonero?
«Berlusconi, il Milan, non lo lascerà mai. Per lo scudetto non avrei dubbi, ma come dice Trapattoni: non dire gatto...».

Emma Marcegaglia ha detto: «Mai come ora gli imprenditori si sentono soli» .
«Penso che abbia buoni motivi per dirlo. Ma sono anche un supporter di Tremonti».

Si parla di lei come il futuro presidente di Confindustria.
«Sono molto impegnato a gestire la mia azienda...».

Anche in anni di crisi economica, il gruppo Mapei è cresciuto. Qual è la vostra ricetta?
«Specializzazione, internazionalizzazione, ricerca e sviluppo. E poi la gestione semplificata di una azienda famiglia. Non abbiamo mai dato un dividendo e abbiamo continuato a investire convinti che è meglio avere una famiglia povera e un’azienda ricca».

E l’azienda Italia? Non sta diventando troppo povera?
«Il treno del futuro vola e non possiamo perdere altro tempo. Abbiamo idee e risorse, ma abbiamo infrastrutture fatiscenti, un’energia che costa troppo cara e una burocrazia elefantiaca. Nonostante questo, siamo il secondo Paese manifatturiero al mondo, in rapporto agli abitanti, dopo la Germania».

Oltre al ciclismo ha la passione per la musica lirica. Le resta del tempo? «Melo ritaglio. Amo i grandi italiani: Verdi, Puccini, Bellini, Donizetti. Avevo un debole per Pavarotti e credo che non ce ne sia un altro così. Ora apprezzo soprattutto le donne: la russa Anna Netrebko e la lettone Elina Garanca in particolare» .

da «La Gazzetta dello Sport» del 16 aprile 2011 a firma Pier Bergonzi
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COMMENTI
Complimenti
16 aprile 2011 13:07 faustino
Così parla chi ama e chi ne capisce di ciclismo. Consiglio a Petrucci e Di Rocco di chiedere al dott. Squinzi la disponibilità per delle sedute private, in modo da imparare a tutelare uno degli sport che più ha dato al paese, sia in termini di risultati sia di sacrifici. Pensate solo per un attimo cosa sarebbe il nostro movimento se avessimo un Presidente come Squinzi; avrebbe chiesto le dimissioni di Torri dopo le sparate di qualche tempo fa, ed avrebbe dato dell'incompetente a Petrucci dopo le sparate di questa settimana.
W Squinzi presidente.

squinzi for president
16 aprile 2011 13:46 gianni
Squinzi sarebbe ottimo alla guida del ciclismo, ma potrebbe essere eccellente alla guida del Governo... nazionale.
saluti, gianni

numero 1
16 aprile 2011 14:22 limatore
se ci abbandona anche lui... siamo del gatto!! Egr dott si guardi intorno, ci sono altre brave persone nel ciclismo, per un grande rientro e riportare il ciclismo italiano al posto che gli compete. numero 1.

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