Donne. Anna Mei trascina il gruppo de "Le Cicliste"

| 12/12/2010 | 09:54
Da circa un mese è nata l’associazione "Le cicliste" con l’obiettivo di valorizzare il ciclismo femminile e tutelare le ragazze che vanno in bici. Presidentessa del gruppo è una campionessa che vanta titoli mondiali e nazionali, che nonostante ciò in pochi conoscono: perfetto emblema delle due ruote rosa, che seppur continuino a portare in Italia grandi successi, sono sempre considerate di serie B. È Anna Mei, atleta che solo in quest’ultimo anno ha vinto il campionato del mondo di 24 h mtb, il campionato italiano di ultracycling e di 24 h mtb, la Milano Sanremo. Milanese, classe ’67, è una campionessa di cui l’Italia dovrebbe farsi vanto, che invece pochi si filano. Con Anna, ciclista donna che pratica discipline che in molti definirebbero “minori”, abbiamo fatto due chiacchiere sul ciclismo femminile e scoperto il progetto “Le Cicliste”.
Chi è Anna Mei?
«Atleta da sempre, ho respirato lo sport fin da quando ero bambina e giocavo con le palline da tennis sui campi in cui allenava mio padre Aldo. Ho iniziato con il nuoto, poi ginnastica artistica, sci da discesa, aerobica agonistica, vela. Mi sono laureata in scienze motorie, insegno nelle scuole e in varie palestre milanesi, e ho fatto dello sport la mia vita. Il ciclismo è arrivato in tarda età; spesso mi capita di domandarmi ”Se avessi iniziato prima?”, ma i se e i ma lasciano il tempo che trovano. Ho vissuto esperienze indimenticabili in ognuno di questi sport, ognuno di loro mi ha insegnato molto dandomi sempre occasioni di crescita».
Una donna in un mondo di uomini.
«Mondo maschile per eccellenza, lo sport non mi ha impedito di essere donna, ma mi ha aiutato, affrontando innumerevoli difficoltà, a diventare donna in ogni mio poro. Mi piace avere lo smalto tricolore mentre a un mondiale taglio il traguardo piena di fango o legare i capelli in due treccine che spuntando da sotto il casco evidenziano che sono una donna, anche sbarazzina».
Una donna in un mondo di uomini, che pratica una disciplina che non ha alcuna visibilità.
«Il ciclismo è disciplina minore in questo mondo calciofilo. Il ciclismo maschile è seguito soprattutto nei grandi giri e nomi come Pantani, Armstrong sono fortunatamente di dominio pubblico. So che alla domanda “Chi ha vinto il mondiale su strada femminile 2010 a Melbourne?” risponderebbero in pochi, ma qualcuno saprebbe dire Bronzini. Alla domanda “Chi ha vinto il mondiale di 24 h in mtb a Canberra quest’anno?” la risposta invece varrebbe il milione al gioco di Gerry Scotti. Il ciclismo non è uno sport seguito dai più, quello femminile ancora meno, la mia disciplina è direi sconosciuta».
Già, cos’è l’Ultracycling?
«Chilometri e chilometri in sella con un numero di stop variabile a seconda della gara. Da un minimo di 700 km a un massimo di 5200 km. Un esempio? La mitica RAAM Race across America, una competizione al limite del pensiero umano dove il ciclista lotta contro l'avversario più temuto: se stesso. Non saprei dire quanti sono i tifosi che seguono questo circuito, so per certo una cosa: quando le persone vengono in contatto con questa disciplina restano stupefatti ed increduli, difficilmente riescono a staccarsene perché affascinati da una tale forza, più che fisica d'animo, che porta  il ciclista a superare i propri limiti in ogni senso».
Com’è messo il nostro ciclismo femminile?
«Siamo le campionesse del mondo in carica! Giorgia a Melbourne ha fatto una volata indimenticabile, che solo una pistard come lei avrebbe potuto fare. Un grandissimo lavoro di squadra. Brave le ragazze, ognuna di loro, grande il lavoro svolto con serietà e professionalità dal CT Dino Salvoldi, che stimo profondamente, e tutto il suo entourage. Ciononostante le eroine azzurre vivranno una gloria fulminea. É troppo poco l'interesse per le donne che portano in alto il tricolore; si meriterebbero molto, molto di più. Le donne in bici sono donne di sacrificio, in ogni senso: la disciplina praticata è sacrificio di per sé, la ricerca continua di sponsor che possano sostenere le squadre dove poi cresceranno le nuove atlete è argomento all'ordine del giorno. Spesso sole, su una bici rimediata chissà dove, con materiale recuperato a destra e a sinistra nessuna di loro si scoraggia perché quando salgono su una sella trovano la loro strada, la loro vera essenza».
Per questo nasce il gruppo “Le cicliste”?
«Esatto. È giusto si sappia che esiste un mondo di cicliste italiane forti, in gamba e che corrono solo per vedere il tricolore alto, non per uno stipendio mensile a sei zeri».
Com’è nato questo progetto?
«L'idea è partita da Carlo Ottolina e Giacomo Montrasio, fondatori e responsabili di “Ciclismo in Rosa”, che hanno coinvolto fin da subito me e altre cicliste di ieri e di oggi. Elisabetta Maffeis é la nostra portavoce e vicepresidentessa, io sono la presidente, ma essendo ancora “in corsa” sarà lei a far decollare questo gruppo che già annovera tra le sue fila molte atlete pioniere del ciclismo italiano, le “ragazze sprint” (così erano chiamate dalla stampa negli anni ’60-‘70, ndr). Col tempo cercheremo di coinvolgere le atlete degli anni ’80 e ’90 e, ovviamente, le ragazze che gareggiano attualmente».
Quali sono gli obiettivi del gruppo?
«Primo semplice obiettivo: dare visibilità al ciclismo femminile. A lungo termine vorremmo che le cicliste del domani non si sentano sole, ma che siano accompagnate passo passo e supportate da team e squadre, che a loro volta non siano costretti a lottare giornalmente con problemi economici».
Uno slogan per avvicinare appassionati, media e sponsor al ciclismo femminile?
«Veline? No, cicliste. La classe non è acqua!».
Giulia De Maio

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