tuttoBICI inchiesta. Resca: il ciclismo è arte, valorizziamolo

| 20/09/2010 | 11:05
Non è un tipo da museo, nel senso che è attivo e dinamico come pochi e non si sente assolutamente un reperto da met­tere in mostra. Ha esperienze e com­petenze da vendere, Mario Resca, l’uomo nuovo dei beni culturali.
Ferrarese, 65 anni portati con eleganza e disinvoltura, Resca è arrivato al Mini­stero col suo curriculum di supermanager: passato da presidente di McDo­nald’s Italia, e un presente da membro del cda di Eni e Mondadori. Oggi è “il si­gnore dei musei d’Italia”, fortemente voluto dal Ministro Bondi, che per lui ha creato una nuova figura: la direzione generale per la valorizzazione del pa­trimonio culturale.
Cosa c’entra Resca con il ciclismo? C’en­tra molto, visto che Resca nasce nel ’45 a Ferrara, la città delle biciclette e la bicicletta l’ha accompagnato e lo ac­compagna ancora oggi. L’abbiamo incontrato a metà agosto in Sardegna, al termine della sua visita al Museo Ar­cheologico di Olbia, accompagnato dal sindaco Gianni Giovannelli e da Ru­bens D’Oriano, responsabile dell’ufficio di Olbia della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Sassari e Nuoro.

Direttore, come nasce la sua passione per la bicicletta?
«Quasi non lo so, perché la bicicletta nasce con me. Nasco in una città e in una famiglia che hanno sempre e solo usa­to, nell’immediato dopoguerra, questo mezzo di trasporto. Mi è sempre piaciuta tantissimo la bicicletta e an­cora oggi, appena posso, impegni di lavoro permettendo, inforco la bici e va­do…».

Si ricorda la prima bicicletta?
«La prima bicicletta è stata un triciclo. Poi mi ricordo una Bianchi Sport che ancora oggi possiedo: me la comprarono da Garbini (ciclista di Ferrara, ndr) i miei genitori per la promozione in terza media. Una moltiplica davanti e tre di dietro: nulla mi sembrava più bello. Quanti chilometri in sella a quella bicicletta... Io abitavo a Ponte­lago­scuro, pae­se a circa 7 chilometri da Fer­rara, sulla sponda destra del fiume Po. Ero sempre in bici: dall’inverno al­l’estate, con il sole o la pioggia. An­da­vo in bici e seguivo il ciclismo agonistico. Papà Trentino era Coppiano, io co­me lui. Spesso andavo anche al motovelodromo di Ferrara a vedere le riunioni su pista: è lì che vidi e poi conobbi uno degli amici più cari che ho nel mondo delle due ruote: Alcide Cerato».

La prima bici da corsa?
«Una Di Lorenzo. In quella bottega di Monza conobbi anche un ragazzino pro­mettente che qualche anno dopo divenne campione: Gianni Bugno».

Ha mai fatto gare?
«No, solo delle sfide con i miei amici. Ricordo ancora quando andai con un mio amico alla Madonna di San Luca, alle porte di Bologna: lui con una bicicletta bellissima, io con un vero e proprio “cancello”. È lì che compresi che la bicicletta è importante ma non è tut­to: è meglio avere delle buone gambe e le mie erano migliori di quelle del figlio del macellaio. In ve­rità ci fu un mo­men­to in cui arrivai vi­cinissimo anche alle competizioni. Gar­bini, ancora oggi uno dei punti di riferimento per chi vuole farsi riparare la bicicletta, chiese a mio padre il nulla osta per farmi correre. Papà disse di no. A scuola andavo bene, non solo perché mi recavo in bicicletta, ma perché mi risultava facile, non facevo assolutamente fatica ad ap­prendere. Così papà - con l’appoggio di mamma Flora -, decise che era giusto investire sul sottoscritto: “è meglio che Mario si dedichi solo allo studio”, sentenziò…».

Dalla bicicletta ai numeri e pensare che avrebbe preferito matita e pennello…
«È vero. Ho sempre amato dipingere, diciamo che ho la mano felice, ma papà ripeteva sempre che i pittori diventano famosi solo dopo morti, quindi… ».

Quindi prima ragioneria e poi la Boc­coni…
«Ragioneria, la Bocconi, tantissimi bei voti e tanti chilometri in bicicletta. Pe­rò la creatività che avevo dentro mi è servita anche per esprimermi nel settore della finanza. Nel mondo del lavoro ci vogliono competenze e idee: io pen­so di avere entrambe. Guardi però co­me è strana la vita: alla fine, in mezzo ai quadri e alle opere d’arte ci sono fi­nito ugualmente».

Se è per questo è finito anche nel mondo della bicicletta…
«Verissimo. È il 1987, sono amico di Gian Felice Franchini (morto nel ’98, ndr) e dei suoi cugini Peppino e An­gelo, titolari dell’allora Supermercati Brianzoli: loro hanno una squadra di ciclismo e io entro come piccolo sponsor (Kenwood, ndr) al loro fianco. Co­nosco Stanga, con il quale sono an­cora in ottimi rapporti. Divento amico di Francesco Moser e conosco tantissime persone del mondo del ciclismo professionistico».

Gli amici di bici che ancora oggi frequenta…
«Gianni Motta, il mio personal trainer. Abito nell’Oltrepo Pavese e con lui esco sempre in bicicletta. È un caro amico, una grande persona. E poi ho un ottimo rapporto Francesco Moser e Tarcisio Persegona, un imprenditore il­luminato che ha una passionaccia per le due ruote. Ma sono molto amico an­che di Ernesto Colnago, di Giorgio Squin­zi e Fiorenzo Magni, dell’avvocato Agostino Guardamagna che ho portato io al ciclismo e che ora è un provetto cicloamatore. Di Alcide Cerato ho già detto: è un amico, un dirigente preparato, una persona con la quale, di tanto in tanto, amo trascorrere il mio tempo libero».

Oggi che bicicletta usa?
«Una C50 di Ernesto Colnago: una si­gnora bicicletta».

Il corridore per il quale lei ha fatto il tifo?
«Su tutti Eddy Merckx. Siamo coscritti: è da sempre il mio campione di riferimento. Nessuno come lui».

Una persona come lei, che è abituata ad agire, a decidere e a fare, come si è trovata con l’organizzazione ministeriale?
«Dopo alcune preclusioni iniziali, ho instaurato subito un ottimo rapporto con tutti, soprattutto sul territorio, do­ve sovrintendenti e direttori hanno una necessità forte di sentirsi ascoltati».

A fine luglio ha proposto di «far viaggiare» i Bronzi di Riace come ambasciatori dell’arte italiana nel mondo e ha incassato un «no» dal sovrintendente della Calabria. Ha allora proposto di far viaggiare i Giganti di Mont’e Pra­ma, tra le più antiche statue mediterranee, rinvenute a Cabras (Ori­sta­no) nel 1974, e databili tra l’VIII e il X secolo a.C.: la risposta - del sindaco di Cabras e dal deputato Mauro Pili (Pdl) - è stata ancora «no».
Alla fine si è aggiunto pure Bondi, che ha sostenuto che i Giganti devono restare in Sardegna, per «diventare punto di riferimento del turismo italiano e internazionale».
Direttore, perché sceglie sempre statue «ina­movibili»?

«Diventano inamovibili solo quando c’è una polemica. Ed è questo che cercavo: la polemica, il dibattito. Dico di più: di questi due casi se ne parla solo sotto provocazione. Il resto del tempo, si coprono di polvere. I Giganti, poi, chi li conosceva prima che io li riportassi alla luce in queste settimane? I Giganti appartengono alla Sardegna, e io cer­to non intendo strap­parli da lì. Intendo farne un vessillo della cultura sarda».

Lei ha un’idea di mostra molto americano: i bronzi come rock star, i mu­sei co­me eventi mediatici…
«Dati alla mano, ho ra­gione io. Perché, nonostante i Bronzi, il Museo di Reg­gio è in calo di visitatori da dieci anni? Perché i Giganti non li conosceva nessuno? Le dico una cosa in cui credo molto: non basta possedere le opere. Bisogna valorizzarle. Tutti i musei italiani, pubblici e privati, in un anno fanno 93 milioni di visitatori. Quelli della Germania 125. E noi abbiamo molta più arte di loro. Va però valorizzata e comunicata, non solo a livello locale. Perché il successo di Cara­vaggio? A Porto Ercole e al Quirinale, migliaia di visitatori per vedere una opera soltanto. È stato fatto un lavoro di valorizzazione, di comunicazione. Si sono mossi studiosi, si è creato una atmosfera, un dibattito e persino una bibliografia».

Trova che il ciclismo sia uno sport da museo?
«Se non si pensa a qualcosa di diverso, rischia di finire davvero in un museo per pochi intimi. Il rischio c’è».

Cosa farebbe lei?
«Lavorerei sull’immagine e sulle potenzialità enormi che ha questo sport. Il ciclismo non ha tifosi, ma praticanti. È uno sport tra­versale, che piace all’operaio e al suo datore di lavoro. È uno sport de­mocratico, che unisce e aggrega. È soprattutto ecologico. Va solo va­lorizzato di più e protetto…».

Perché protetto?
«Perché ho l’im­pressione che al ciclismo e ai ciclisti si possa fare di tutto, tanto nessuno dice niente. Il doping è un problema della società, di tutti gli sport, ma sembra sempre che il vertice di tutti i mali sia solo il ciclismo. Que­sto non è giusto, ma è soprattutto sbagliato accettare tutto questo senza proferire verbo. Re­nato Di Rocco, presidente della Fe­derciclismo, ma lo stesso Pat McQuaid, numero uno del ciclismo mondiale, qualcosa dovranno pur fare in questo senso o no? Urgono nuove strategie e nuove competenze».

Poi…
«Poi va detto che il ciclismo è salute ed è anche uno strumento per valorizzare la cultura, l’arte. Io ho un sogno: realizzare una sorta di Giro d’Italia attraverso i nostri beni culturali. Un circuito per chi ama il ciclismo in grado di promuovere le nostre bellezze: dall’arte alla cucina. Il ciclismo è un patrimonio prezioso per il nostro Paese, esattamente come i nostri Beni Culturali. Io e i miei collaboratori in un anno abbiamo permesso un’inversione di tendenza, abbiamo fatto crescere l’affluenza del pubblico del 12%. La­vorandoci bene, anche il ciclismo può davvero tornare ai suoi antichi splendori. Non ha nulla da invidiare al calcio, deve solo liberarsi dalla zavorra della mediocrità: più ma­nager, più idee, più convinzione nei propri mezzi e i risultati si vedranno immediatamente. La domanda di ciclismo è fortissima, ma non c’è gente in grado di comprendere il segnale e rispondere a questi chiari segnali di mercato».

A lei piacerebbe un giorno lavorare anche per il ciclismo?
«A quali condizioni? E soprattutto, per fare che cosa?».

Per esempio risollevare le sorti del nostro sport…
«Se un giorno qualcuno mi chiederà qualcosa...».

Non le sembra che il ciclismo sia indifeso a livello politico?
«Il ciclismo non ha una strategia. Io che ho passione e penso di avere una conoscenza buona, fatico a capire i re­golamenti. Occorre chiarezza, occorre una strategia forte e chiara. Una volta che hai questo, trovi tutto, anche l’ap­poggio della politica. Vi voglio ricordare che il ciclismo è stato capace di farsi scappare un industriale come Squinzi. Con lui il ciclismo non solo aveva un grande imprenditore italiano, uno dei più grandi in assoluto, ma anche un uomo che poteva catalizzare su di sé le simpatie della politica oltre che dell’industria».

Le chiedo uno slogan per definire il momento attuale del ciclismo italiano.
«Poche idee, troppi stratagemmi fiscali».

Però entra la Geox…
«È un progetto molto interessante, speriamo che il ciclismo sappia trattare questa occasione come una vera opportunità. Il problema è: chi è Mauro Gianetti? È bravo? Se sarà bravo l’amico Mario Moretti Polegato resterà nel ciclismo per tanto tempo, se non sarà bravo rischiamo di perderlo».

Insomma, c’è tempo per il Museo…
«Il ciclismo è arte. Bisogna presentarlo bene, mostrarlo nel modo più adeguato possibile, portarlo in giro per il mondo e renderlo appetibile agli investitori e agli appassionati: proprio come le nostre opere d’arte. Altrimenti la sua sor­te è già scritta: polvere. Soltanto polvere».

da tuttoBICI di settembre
a firma di Pier Augusto Stagi


Puntate precedenti:
Angelo Zomegnan - n. 5 maggio 2010
Gianluigi Stanga - n. 5 maggio 2010
Carmine Castellano - n. 6 giugno 2010
Giorgio Squinzi - n. 7 luglio 2010
Paolo Bettini - n. 8 agosto 2010
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