Da «Il Giornale»: Giro da paura, uno spagnolo vola in un burrone
| 17/05/2009 | 17:31 Non canta neppure Zandegù. E se non canta neppure Zandegù, che canta
sempre, significa che davvero stavolta non ci sono motivi per cantare.
Il Giro è un grande paesotto vagante, come una famiglia allargata, che
vive di gioie e di dolori, di crucci e di allegrie, a seconda di come
la vita presenta i suoi conti. Ma poi arriva il giorno in cui sono
tutti allineati sotto gli stessi pensieri penosi. Improvvisamente ci si
ritrova in uno di quei giorni. Una persona della grande famiglia, lo
scalatore spagnolo Pedro Horrillo, 34 anni, padre di due bimbi, al
quarto anno di filosofia e per questo noto in gruppo come «il
filosofo», è in condizioni gravissime all'ospedale di Bergamo. È un
gregario, ma in situazioni come queste non esiste più distinzione tra
gregario e campione: sono tutti uomini preziosissimi, con la propria
storia unica e intoccabile.
L'incidente è spaventoso. Dopo settanta chilometri di corsa, lo vanno a
ripescare con un elicottero, calando la fune in fondo a un burrone.
Lavoro da soccorso alpino. Pedro è finito lì dopo un volo di cento
metri, scendendo dal Culmine di San Pietro, strada semiabbandonata dal
traffico quotidiano per via della sua tortuosità e della sua
pericolosità. Carreggiata stretta, curve pericolose, pochi parapetti.
Come piace dire a tanti seppiati dentro, strada per ciclismo d'altri
tempi. Se ne può discutere. Opinioni.
Indiscutibile resta però la pericolosità della discesa, anche se non è
questo il momento di fare caciara polemica, e anche se non bisogna mai
dimenticare che il ciclismo resta di per sé, statistiche alla mano, lo
sport più rischioso, perché sport di strada e di movimento, bellissimo
e pericolosissimo come tutte le discipline avventurose dell'uomo.
Pretendere di eliminare i rischi è ridicolo: per dire, il fratello di
Coppi, Serse, morì cadendo sulle rotaie del tram, nel centro di
Torino...
Horrillo non cade banalmente contro un marciapiede: vola da una curva
lungo una strada impervia. Rispetto ai tempi di Serse Coppi, ha un
aiuto in più: il casco. Proprio quell'attrezzo di lavoro contro il
quale, alla sua introduzione obbligatoria, i corridori scioperarono,
salvo accettarlo quando la federazione lo concesse come area per
adesivi pubblicitari.
E comunque. La cosa più importante è che Horrillo, per diverse ore in
coma, con fratture ovunque (compresa una vertebra cervicale), con uno
pneumotorace, forse ce la farà. E subito dopo ce n'è un'altra, di cosa
molto importante: è come il grande paesotto rosa assorbe l'apprensione
e la tristezza dell'avvenimento, nel suo lento divenire, tra voci
nefaste e bollettini medici che riaprono alla speranza.
Con decisione che gli fa molto onore, il patron Zomegnan chiede subito
al festoso e sonoro apparato della carovana di spegnere l'allegria. Non
ci sono balli e musiche, per un giorno, lungo le strade del Giro. Non è
proprio il caso, mentre uno della famiglia sta lottando tra la vita e
la morte. Per una volta, lo sport del doping, tacciato sempre di pelo
sullo stomaco e malaffare, esprime tutta la sua vera umanità. Che resta
tanta. Per una volta, almeno qui, non si sentono bischerate del genere
«la vita continua», «the show must go on». Una volta le ho sentite ad
Imola, dopo la morte in prova di un povero pilota austriaco. «The show
must go on», dissero allora: il giorno dopo morì anche Senna. La verità
è che queste belle frasi sono le foglie di fico dei cinici e dei
leggeroni, della gente che ha due dita di cotenna sopra l'anima. Certo
che la vita continua: difatti anche qui la corsa non si ferma, perché
di cadute il Giro ne registra tutti i giorni e le notizie certe
arrivano solo al traguardo. La vita continua, quando non si hanno
notizie certe. Ma continua in un altro modo. La gente, la folla
oceanica che sta sulle strade di questo Giro, non sa e fa il tifo. Ma
la carovana, il paesotto, sa. E doverosamente, sensibilmente,
decorosamente spegne la baraonda danzante. Non si stappa nemmeno lo
champagne sul palco dei vincitori. Non è il caso, quel vino avrebbe un
sapore molto amaro. Meglio abbassare il tono e il volume, mandando un
piccolo segnale all'amico Horrillo, che sta correndo una gara durissima. Per tutto questo, lealmente, un grazie a Zom il Patron: disegnando Giri
si può anche sbagliare un percorso, ma la cosa davvero importante è non
perdersi mai per strada.
da «Il Giornale» del 17 maggio 2009, a firma Cristiano Gatti
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